Monday, 17/6/2019 UTC+2
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Sincronicità

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Siamo costantemente immersi nella sincronicità, eppure non ci facciamo caso. Eventi sincronici si svolgono davanti ai nostri occhi ogni giorno, piu’ volte al giorno, ma non siamo in grado di riconoscerli come tali. Continuamente in rotta di collisione con le manifestazioni dell’Ordine Sincronico, siamo talmente occupati a guardare l’orologio, o il calendario, o la TV, che la nostra presenza comune non si accorge di nulla.

Quando qualcuna di queste sincronicità si manifesta in modo tale da non poter passare inosservata, restiamo increduli, inebetiti, e la nostra verbalizzazione di solito finisce con l’essere: “ma che coincidenza straordinaria!”, o “che caso assurdo!”, o “ma che combinazione incredibile!”

In realtà, le uniche coincidenze che esistono sono quelle significative.

Sta a noi recuperare la capacità – che abbiamo perso – di riconoscerne il significato, e di apprezzarle per quello che realmente sono, cioè manifestazioni dell’Ordine Sincronico.

Noi siamo esseri multidimensionali, ma – a causa di un difetto genetico che riproduciamo da piu’ di 5000 anni, il virus dell’amnesia – la nostra percezione è forzatamente ed inconsapevolmente fissata su questa limitata porzione del reale che è la terza dimensione. In essa vi sono spazio, materia, corpo fisico, e l’illusione della separazione – che genera l’ego, il nostro peggior nemico.

In realtà noi siamo esseri multidimensionali.

Il cervello, processore individuale che è frattale del cervello galattico, percepisce il reale in quello che definiamo il continuum spazio-temporale. Esso elabora così una serie di coordinate utili a catalogare tutto ciò che percepisce, in modo da poter costruire una sua ‘visione del mondo’.

E dunque se chiediamo ad uno scienziato occidentale di illustrarci la concezione moderna del tempo, costui andrà alla lavagna e ci disegnerà la “freccia del tempo”, una linea retta che va da sinistra a destra. Noi siamo tutti lassù, su quella freccia. Possiamo solo seguire il senso descritto dalla freccia: dal passato, al presente, al futuro? Ieri, oggi, domani. Prima, ora, poi.

Nessuna possibilità di fare un salto in avanti, o di tornare indietro, o di cambiare direzione. Tutti condannati a stare sulla freccia del tempo.

La fisica quantica ha poi modificato questa concezione, ma non ha avuto l’effetto di modificare la nostra concezione del tempo.

Ma gli strumenti che noi ci diamo per rapportarci con la realtà non sono mai neutri; essi incarnano e trasmettono la visione del mondo che abbiamo. Dunque rappresentare in questo modo in nostro tempo ha delle conseguenze. Su quella linea, o meglio su un suo segmento, rappresentiamo ad esempio la nostra vita, che va dal punto A (nascita) al punto B (morte).

Una rappresentazione di questo tipo genera evidentemente incertezza, insicurezza, poiché non sappiamo nulla di cosa eravamo prima del punto iniziale del segmento di linea (dove eravamo prima di nascere, cioè prima del punto A?) ed ancor meno possiamo sapere cosa sarà di noi quando arriveremo alla fine dello stesso (cosa diventeremo dopo aver superato il punto B – la nostra morte?)

Anche la vita dell’universo viene rappresentata allo stesso modo, con una nascita che si fa coincidere con un disastro di dimensioni galattiche (il cosiddetto, improbabile Big Bang), ed una morte che più spaventosa non si può: l’assorbimento in un buco nero – l’unica cosa che sappiamo al riguardo è che, una volta attraversatolo, saremo in un universo in cui NON valgono le regole della fisica del nostro universo.

Insicurezza, incertezza, paura – anzi terrore – della morte. Questo è il residuo subliminale degli strumenti del tempo tridimensionale.

Ma se provassimo a rivolgre la nostra domanda sulla concezione del tempo ad un aborigeno, lui prenderebbe da terra un ramoscello e disegnerebbe un bel cerchio – rappresentazione ideale della ciclicità. Come si fa, su un cerchio, a segnare l’inizio, o la fine? E’ un’operazione ardua…

Loro sono nel cerchio, noi sulla linea retta….

L’orologio, prova provata dello stato di prostrazione in cui versa il nostro intelletto, si basa sul principio che il tempo può essere misurato con gli strumenti dello spazio piano.

Ma il tempo è una dimensione della mente – non dello spazio.

Dividere una porzione di spazio piano (circolare) in dodici quadranti, farci scorrere una lancetta, inventare delle unità di misura artificiali ed arbitrarie non servirà a molto: per sua natuta, un segmento di linea retta che si muova all’interno di un circolo può misurare, misura e misurerà sempre e soltanto GRADI DI ARCO NELLO SPAZIO.

Cosa sappiamo, esattamente del tempo? Come viviamo il nostro tempo? Oltre all’unica dimensione assolutamente vuota ed insignificante del tempo (quella cronologica – che misuriamo ossessivamente), cosa percepiamo? Siamo sicuri di non confondere il tempo con la durata?

Il tempo non è dei sensi, è della mente, ed il suo ritmo può essere espansoo o compresso, a seconda della qualità dell’esperienza veicolata dal tempo: se l’esperienza è gioiosa, armoniosa, fluida, il tempo passa senza che neanche ce ne accorgiamo; ma se l’esperienza è angosciosa, di paura, frammentaria, quello stesso tempo sembra non aver mai fine…

Manifestazioni dei piani sottili della realtà nella nostra giornata quotidiana sono riconoscibili dalla mente risvegliata, e l’informazione portata da queste sincronicità è a disposizione di chi, consapevole dell’ingannevolezza dell’ego, ascolta con la mente aperta.

Queste autentiche magie inducono a percepire tutta la magia del mondo, l’unione assoluta di tutto ciò che E’, l’incanto del qui ed ora, dove c’e’ tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici.

Qui.

Ora.

Sincronicamente.

Fonte: http://www.13lune.it/arguments.php?idArgs=23

 

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Valentina C.
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