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IL SAPERE
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Simulacro e Realtà: da Platone a Matrix [R]

Simulacro e Realtà: da Platone a Matrix [R]

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Cos’è la Verità? Cos’è la Conoscenza? Come discriminare reale e irreale, senza un metro di paragone?

Sono domande che tutti almeno una volta nella vita ci siamo posti, in quanto umani.

A queste domande l’uomo ha tentato di rispondere in vario modo nel corso della sua Storia, individuale e collettiva, con esiti più o meno convincenti.
Valide indicazioni sono state fornite da personaggi che solitamente vengono designati anche come Maestri, forse per la straordinaria capacità di rischiarare, fosse anche soltanto per un attimo, la tenebra dell’ignoranza in cui giacciono gli uomini, schiavi incatenati al fondo di una caverna oscura, indicandogli una via d’uscita che lui stesso ha già trovato. Chi altri potrebbe indicare la via, se non chi la ha già percorsa e sa che tale via d’uscita non è speranza vana? Nella tradizione platonica il Maestro è il Filosofo, colui che a suo tempo ha compreso la natura illusoria delle proiezioni sul muro-realtà che aveva davanti, ha rotto quelle catene, ed è infine faticosamente risalito su per lo stretto pertugio che conduce fuori dalla caverna. Sul limitare dell’uscita l’essere abituato a non utilizzare i propri occhi avverte un forte dolore; dovrà riabituare la propria vista, dovrà imparare a vedere per la prima volta alla luce del Sole. Il Liberato solitamente non desidera ritornare nel luogo della sua prigionia; eppure decide di farlo per andare in soccorso dei suoi simili, ignari dell’illusione e ignoranti rispetto alla vera Realtà.
Colui che nel buio della caverna parla del Sole all’uomo incatenato viene considerato alla stregua di un pazzo; come si può spiegare un raggio di sole a un cieco?
Il Liberato è spesso fatalmente incompreso; le sue parole risultano dure, oscure e difficili. Il metro di paragone delle ombre dentro la Caverna sono le ombre. Ma chi non scambierebbe, se davvero saggio, “armi di bronzo con armi d’oro”? La prigionia con la libertà? Un’illusione con la Verità?
Nell’allegoria della Caverna, narrata da Platone nella Repubblica, il Sole è il simbolo della Conoscenza, di quella Verità che illumina ogni cosa, la sola che può dare il senso a tutto il resto, senza la quale le altre pretese conoscitive e ontologiche si presentano appunto come mera pretesa.
Eraclito di Efeso ha detto che tutto scorre, e che il cambiamento è la sola cosa che non muta. Non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, dice un suo famoso aforisma. Se tutto cambia, ogni pretesa di stabilità è vana; è un’ombra proiettata sul muro da quei burattinai che illudono l’uomo-schiavo, burattinai il cui triste destino è però a loro volta di stare nella caverna, sia pure a ingannare un altro. Ma ciò che non muta è al di là delle Ombre, o del buddista Samsara; ciò che non muta è nel Sole. Non c’è altro modo di definire la Verità, se non utilizzando un radicale “rasoio” che tagli via tutto ciò che può essere tagliato, tutto ciò che è passibile di mutamento. Ciò che resta, ciò che permane, se qualcosa dovesse restare, è Sole.
Chi riesce ad aprire quegli occhi che non ha mai utilizzato nella caverna e infine a contemplare il Sole, diventa finalmente capace di conoscere.

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“-Non sai che gli occhi, quando uno non li volge piú agli oggetti rischiarati dalla luce diurna, ma a quelli rischiarati dai lumi notturni, si offuscano e sembrano quasi ciechi, come se non fosse nitida in loro la vista?
– Certamente, rispose.
– Ma quando uno li rivolge agli oggetti illuminati dal sole vedono distintamente e la vista appare nitida. Allo stesso modo considera anche il caso dell’anima. Quando essa si fissa saldamente su ciò che è illuminato dalla verità e dall’essere, ecco che lo coglie e lo conosce, ed è evidente la sua intelligenza; quando invece si fissa su ciò che è misto di tenebra e che nasce e perisce, allora essa non ha che opinioni e s’offusca, rivolta in sú e in giú, mutandole, le sue opinioni e rassomiglia a persona senza intelletto”
L’analogia solare chiarisce cosa significa Verità.
Nell’opera di Platone troviamo un’altra metafora che spiega bene cosa sia la Conoscenza, e che aiuta a comprendere i punti ciechi che incontra l’uomo moderno nel tentativo di accostarsi ad essa.
Questa metafora è nota come “teoria della linea”.
Immaginiamo una linea; dividiamola in due parti. La prima metà rappresenta la conoscenza dei sensi, l’altra metà quella dell’intelletto. La conoscenza sensibile è per sua natura confusa e contraddittoria: non si può pretendere di più dal mondo della materia. Quella intellegibile sembrerebbe possedere un grado maggiore di stabilità. Ciascuna di queste parti può essere ulteriormente suddivisa: la conoscenza che deriva dei sensi infatti può essere di due tipi: immaginazione, eikasia in greco, e credenza, pistis. L’immaginazione è legata alle forme delle cose, all’apparenza, al livello esteriore delle cose, al “simulacro”, o copia, imitazione della realtà. Da notare che “Simulacri e simulazione”, celebre libro di Jean Baudrillard, cui si ispirano i fratelli Wachowski in Matrix, sostiene precisamente l’idea che abbiamo davanti agli occhi non la realtà, ma una sua falsificazione o manipolazione, sempre più raffinata man mano che ci si avvede di essa. Questo è il grande inganno dei sensi, e dell’immaginazione, ovvero delle loro forme, di cui la nostra mente resta prigioniera, ma non solo: la nostra mente continua a operare una rimodulazione delle “immagini”, a fantasticare su di esse, a perdersi dietro a infinite riconnessioni/variazioni del già percepito. Avviene sempre dentro di noi un continuo assemblaggio meccanico, ovvero passivo, degli input ricevuti dalla macchina sensibile nel corso della sua esperienza nel mondo empirico, c’è un rumore di fondo cui siamo talmente abituati da non sentirlo neppure. Nell’empirismo inglese si parlerà di idee come “impressioni, o percezioni illanguidite”. La Pistis nella teoria della linea è quindi l’insieme di “idee” nel loro senso peggiore non platonico, ovvero di credenze, di speculazione mentale su quanto è stato percepito a livello dei sensi. Praticamente è come costruire un castello sulla sabbia, secondo il linguaggio evangelico, anziché sulla salda Pietra. L’insieme di eikasia e pistis costituisce il segmento della doxa, ovvero dell’opinione soggettiva e mutevole, quella rete di presunta conoscenza in cui siamo ingabbiati: le ombre camaleontiche dentro alla caverna.

Come ci si aggancia a qualcosa di più stabile? Oltrepassando la doxa e giungendo al segmento successivo, l’episteme, traducibile come scienza, o conoscenza certa. Si tratta di un tipo di conoscenza che non usa il livello dei sensi se non come esemplificazione; tale livello é meno labile. La matematica, la scienza e via dicendo non sono soggettive: il loro carattere oggettivo è palese, almeno in Platone, e come minimo è condiviso a livello collettivo. I ponti costruiti dalla moderna ingegneria servono anche a chi dubita dei solidi platonici. L’episteme è ultra-doxastica, non soggettiva, ma è pur sempre una conoscenza dimostrativa: ha bisogno di mediazioni logiche, mentali, non è diretta. La catena di ragionamenti non si regge da sola. Questo livello è quello che Platone chiama dianoetico. Vi è un evidente richiamo a tale livello nella dianetica di Ron Hubbard. Siamo al livello della mente dimostrativa che fonda le proprie costruzioni sul pensiero, e non sul percepito, vi è quindi una certa purezza da impressioni sensibili/emotive; tuttavia siamo pur sempre sul piano delle ipotesi. Come sanno bene i matematici, l’intera struttura della logica e della matematica è un insieme di asserzioni e dimostrazioni incomplete, ma non solo: si fonda su ipotesi indimostrate e indimostrabili per la loro stessa natura. Assiomi e postulati sono dati per presupposti, e considerati come autoevidenti; né sarebbero dimostrabili anche volendo (es. esistenza del punto, o principio di identità). Dagli assiomi indimostrati attraverso un sistema di rigorosa deduzione inferenziale si costruisce il sistema della scienza. Nella scienza moderna ci si avvale anche di inferenze induttive, ovvero che partono dal confronto con l’esperienza sensibile, ma di base l’assunto non cambia molto: la scienza è un sistema di proposizioni derivate da ipotesi in ultima analisi non dimostrate. Tra l’altro cambiando alcuni presupposti cambia totalmente il sistema, come avviene nel caso dell’elaborazione delle geometrie non euclidee. Su questo segmento, la conoscenza scientifica dimostrativa, si basa però l’intera forma mentis dell’occidente, su cui si fonderanno sistemi di pensiero come illuminismo o positivismo, nella sua versione tecnologica. Dove sta l’errore? Nella convinzione che la scienza dianoetica sia la Conoscenza. Invece questa stessa conoscenza potrebbe crollare da un momento all’altro: se i suoi principi sono mere ipotesi non dimostrate, questa scienza ha bisogno di una validazione ulteriore, esterna ad essa. Simili affermazioni sono state tratte da fior di logici matematici del calibro di Kurt Gӧdel (primo teorema dell’incompletezza) o Bertrand Russell (teoria dei tipi). Una teoria aritmetica o è completa o è coerente (ciò in qualche modo evoca il principio di indeterminazione di Heisenberg). In soldoni questo significa che la scienza ha il suo principio fuori di sé. Che la scienza in realtà è nulla, mentre il suo principio è tutto. L’intero edificio speculativo dell’uomo moderno rischia di crollare miseramente senza un saldo fondamento nella realtà.

Se persino la scienza non offre certezze, come hanno messo in luce i più grandi logici e scienziati, cosa può offrire all’uomo uno spiraglio che lo indirizzi verso l’uscita della caverna? Dove si trova la Verità? Ecco che Platone ci soccorre: la Conoscenza è tutta nell’ultimo segmento della linea, nella Noesis, nell’Intuizione. Quell’intuizione che è simile a un lampo di luce nel cielo notturno, a un fulmine a ciel sereno, luce che si accende, contatto diretto che abolisce ogni mediazione tra oggetto e soggetto. Conoscenza noetica dei principi è quella conoscenza che fa di due Uno: “ fiamma che d’improvviso si accende nell’anima e da sé si alimenta”, dirà il Maestro nella VII Lettera ad amici e discepoli. La Conoscenza noetica è la conoscenza di chi è uscito dalla caverna e guarda alla luce del Sole. Tutto deriva da questo livello, il resto sono soltanto ombre, pallide imitazioni di ciò che si esperisce direttamente nella folgore dell’intuizione.unnamed
Attenzione: il significato che viene dato alla parola conoscenza nella frase conoscenza dei sensi è ben diverso dal significato della stessa parola quando parliamo di “Conoscenza solare o noetica”. La conoscenza dei sensi è imitazione della conoscenza stessa, come un quadro è l’imitazione di un paesaggio. Da qui deriva la tanto fraintesa critica di Platone all’arte imitativa: non c’è arte senza ispirazione, o connessione con quella dimensione “ideale”, di ciò che è intuitivo. Il resto è ciarpame.
Da questa teoria della Conoscenza può essere tratto qualche spunto di riflessione. Uno su tutti: l’idea del primato della conoscenza scientifica/tecnologica, della dimostrazione intellettuale e dell’esperimento sensibile è stato talmente interiorizzato dall’uomo di oggi che a stento ci si rende persino conto di esso. Eppure esso mostra le sue lacune a una indagine onesta. La ragione è tribunale e imputato di se stessa, e come tale non può reggere al suo stesso esame e deve riconoscere i suoi limiti invalicabili; eppure l’uomo si ostina a giacere ai confini del suo essere, alla periferia del suo cuore pulsante di vita. Gli antichi conoscevano bene la vera struttura dell’essere umano; ma ci si ostina ad etichettarli come passati e noiosi, anche quando racchiudono insegnamenti profondamente “rivoluzionari” sia per il singolo che per la società. Pare difficile liberarsi dalle catene dei sensi, delle credenze, delle teorie sistematiche e dai falsi dei quando la scienza stessa diventa una religione. Essere davvero “atei” è in fondo uno dei risultati più difficili da conseguire; pochi uomini, nonostante pompose manifestazioni e proclami, potrebbero essere definiti veramente atei, ovvero liberi da falsi idoli, quando l’idolo più grande è la fitta ragnatela che ci tessiamo attorno con grande energia, idolo chiamato Ego, fatto di visioni, convinzioni, teorie in cui l’uomo incanala il suo magnetismo, invece di domare i propri cavalli e nutrire le proprie “ali”, come dice Platone. Ma nessuna ala può spuntare a chi non è stato prima distruttore di idoli, distruttore di se stesso.

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Come un muscolo, la facoltà della vista intellettuale va educata ed allenata; come Neo in Matrix, la fatica nel Realizzare la Verità è dovuta al lungo torpore in cui ci ha tenuto lo stato di schiavitù. Siamo deboli, dissipiamo la nostra forza, consumandoci in una trama di bugie mentali sulla Verità che continua a sfuggirci, poiché non ci siamo ancora fatti le gambe per alzarci e raggiungerla. Le conseguenze di queste riflessioni filosofiche sulla verità non sono puramente teoriche, ma energetiche e pragmatiche, poiché investono la totalità dell’essere umano, della sua vita, del senso della sua esistenza.
Appare poi evidente che c’è una differenza tra ragionamento mentale ipotetico e intelligenza intuitiva capace di unirsi al suo oggetto senza mediazioni; differenza che linguaggi astrusi e complicati hanno spesso velato. Inoltre l’intuizione sensibile, dei sensi, non va confusa con quella superiore, ultrarazionale. Ciò che deriva dal fiore dell’anima, dal contatto con la Verità, non potrà mai essere paragonato con ciò che è copia sbiadita di un’altra copia. Perché accontentarsi di mendicare delle gocce dell’immaginazione, della credenza, della scienza quando c’è la Fonte, la Sorgente zampillante ed Eterna dell’Intuizione, cui ci si può abbeverare per estinguere l’inesaurita sete? Perché mendicare ai bordi della città quando posso essere ricevuto nella camera personale del Re? E perché limitarsi a sognare e desiderare la mia donna, la Sophia di poeti e filosofi, quando posso amarla e trasformarmi in essa?
Metanoia o Conversione sarà l’opera incessante di colui che non reputa il Liberato un pazzo; che presagisce una verità nascosta nelle sue parole; che nutre la segreta Fede nella possibilità di rivoltare tutto se stesso, rieducando il torpido corpo fisico, emotivo ed intellettuale, fiaccato da una lunga schiavitù e da un lungo sonno.
La nobile menzogna della Verità smussata, edulcorata, della Finta Conoscenza dei burattinai ma talvolta anche dei Maestri, le illusioni e le cadute, non saranno però stati del tutto inutili; nella dissimiglianza dal vero, nella forma superficiale, nella favola, nel mito inventato, nella costruzione scientifica, nelle tenebre opache della notte, sono state seminate scintille di luce, che sempre indicano al Ricercatore la via per ritornare a se stesso e tirare fuori dalla sua nera miniera il più bello dei Diamanti.

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Valentina C.  (01/02/17)
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Valentina C.
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Fare domande è il mio mestiere.

2 Comments

  1. 21

    Premetto subito che non posso dibattere con altrettanta preparazione così dotta come quella esposta e per questo mio limite, vengo subito al dunque con poche semplici riflessioni personali.
    1) Nella filosofica esposizione si parla di Platone e della luce della verità che proviene dal Sole. L’esempio della caverna è preso dalla vita e i vari elementi in gioco sono tutte rappresentazioni simboliche ma credo fermamente che quel sole che illumina ogni cosa lo dobbiamo cercare dentro di noi, anzi, che noi siamo quella luce come unica realtà.
    2) La ricca esposizione che non nascondo ho faticato a mantenere la concentrazione sino alla fine, in realtà non credo possa essere di vero aiuto perché, in quanto tale, va ad arricchire tutto un bagaglio di conoscenze che sono proprio i veri responsabili della nostra cecità alla luce interiore.
    3) Non è la conoscenza esteriore che ci sveglia ma lo sviluppo delle facoltà intuitive di un intelletto superiore che cresce con una assidua, precisa e costante meditazione introspettiva.

    Questo è il mio modesto pensiero a cui sono pervenuto dopo aver letto l’articolo in questione. Comunque non posso non esimermi dal fare i miei complimenti a questo sito che leggo sempre con piacere.
    Auguri per il Vs lavoro finalizzato a risvegliare le coscienze addormentate.

  2. Valentina C.
    Valentina C.

    Salve, non c’è nessuna contraddizione tra le sue osservazioni e quanto esposto nell’articolo. Ciò perché di base nel commento è presente un fraintendimento decisivo della tesi esposta: l’intuizione non può essere esteriore. Nessuno può darla a un altro. Detto questo, l’antica funzione del mito, e in generale di ogni altra conoscenza appresa da quello che percepiamo come esterno, è quella di solleticare le coscienze addormentate. Resta inteso che l’effetto e l’utilità di miti, conoscenze, racconti, come pure di un dibattito, di eventuali commenti, è sempre soggettiva, in quanto relativa al singolo individuo, scrivente o lettore che sia. A ognuno l’analisi deli propri moventi e della propria comprensione. Cordiali saluti.

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