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IL SAPERE
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Saggia Sibilla, quant’ornata, bella

Saggia Sibilla, quant’ornata, bella

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Ardo d’un incredibile desìo/Di visitar la nostra alma Sibilla,/Antichissima d’anni e di prudenza;/Da cui per grazia a lei dal ciel concessa,/Si pôn saper tutte le cose umane,/Che son, che furo e che dovran venire. (Gian Giorgio Trìssino, La Italia liberata da’ Gotti, 1547-1548, canto XXIV)

In un percorso che si muove attraverso le fonti di ispirazione di Adolfo De Carolis, alla scoperta di quegli aspetti della sua arte che cercano di riappropriarsi di temi e caratteri della cultura popolare, appare doveroso dedicare un capitolo a Colei che ha fornito, con la sua immagine enigmatica e maestosa, lo spunto iniziale della mostra cui il presente catalogo è dedicato: la Sibilla Appenninica.

La figura della Sibilla appare, sotto molteplici forme e aspetti, in diversi ambiti della storia del Piceno: da quello folklorico, mitologico e religioso, a quello artistico, letterario e figurativo, fino ad approdare alle soluzioni grafiche di Adolfo De Carolis.

sibillla_appenninica_di_adolfo_de_carolisIl Maestro di Montefiore dell’Aso la ritrae in svariate occasioni: nella decorazione del Palazzo del Governo di Ascoli Piceno, assisa tra le figure allegoriche dei fiumi Aso e Tenna; negli affreschi parietali dell’ormai perduto villino Regis De Oliveira a Roma,; nella copertina di una delle pubblicazioni più importanti dei Suoi anni, la Rivista Marchigiana Illustrata, e infine utilizzandola quale logo dell’etichetta di uno dei distillati più tipici delle terre picene, l’Amaro prodotto dalla casa Varnelli, chiamato appunto “Amaro Sibilla”.

L’incontro con la Sibilla è perciò particolarmente significativo, ed ha un peso particolare, nella sua produzione artistica, poiché denota un profondo legame con la sua terra di origine, e con un ben determinato retroterra culturale.

In tutti i casi sopra citati, la mitica Sibilla è raffigurata con tratti michelangioleschi, come una donna dalla possente corporatura e – diremo così, mutuando il gergo teatrale – dalla decisa presenza “scenica”, che siede in fare pensoso (ma non preoccupato) con lo sguardo rivolto al basso e il capo graziosamente appoggiato sul dorso della mano destra. La sua bellezza affatto effimera, e la sua staticità quasi monolitica, ce la assimilano subito alla vetta che da lei/con lei/per lei prende il nome, ovvero il Monte Sibilla, la cima dominante la catena dei Monti Sibillini.

Le coordinate geografiche sono dunque chiarissime: siamo in piena terra picena, in quel fantastico e sorprendente lacerto di terra che, dal mare alla montagna, attraverso il rotondo avvicendarsi di colline dorate e verdeggianti, ha dato i natali all’uomo Adolfo e l’ispirazione profonda all’artista De Carolis.

Non è casuale che questi abbia deciso di avvalersi di un riferimento iconografico tanto preciso: non solo perchè tutta la storia dell’arte è costellata da affascinanti e maliarde immagini di Sibille, da Michelangelo, appunto, che le ritrae sulla volta della Cappella Sistina, a Raffaello, che le descrive in un arazzo conservato oggi nella cappella Chigi della chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, da Domenichino al Guercino, dal Ghirlandaio al Pinturicchio, al Giaquinto; ma anche e soprattutto perchè questa Sibilla, nello specifico, porta con sé un ricchissimo background di identità picena.

Difatti, la Sibilla Appenninica appare solo in tempi relativamente recenti: il mito della “Sibilla”, invece, nasce molto prima, in epoca greco-romana, quando le Sibille erano profetesse ispirate dal dio (in genere Apollo), che vivevano in antri e caverne emanando vaticini e traducendo gli oracoli. Per dare un’idea dell’importanza ad esse attribuita, basti ricordare che Varrone ne stilò addirittura un elenco, che ne comprendeva dieci in tutto[1]. Le più note erano la Cumana in terra italica, e la Delfica in terra ellenica, ma, tra le dieci citate, manca del tutto ogni riferimento a quella Appenninica.

Essa compare per la prima volta qualche secolo più tardi, in epoca cristiana, seguendo un destino comune a gran parte delle figure della tradizione pagana: essere reinterpretate alla luce della nuova religione.[2]

L’esempio più noto e lampante di rilettura, in chiave cristologica, di un mito pagano, si trova nella famosa IV ecloga delle “Bucoliche” di Virgilio, i cui versi

Ultima Cymaei venit iam carminis aetas,
maguns ab integro saeclorum nascitur ordo;
iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna,
iam nova progenies caelo demittitur alto.

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
desinet ac totto surget gens aurea mundo,
casta fave Lucina: tuus iam regnat Apollo
(vv. 3-10)

“É arrivata l’ultima età della predizione cumana;
ricomincia da capo una lunga serie di secoli.
Ecco, anche la vergine torna , torna il regno Saturnio,
ecco, d’ una nuova stirpe discende all’alto dei cieli.
Tu il bambino che adesso nasce – e per la prima volta
vedrà cessare la razza del ferro e  ovunque spuntare quella dell’oro,
proteggilo, casta Lucina; ormai chi regna è il tuo Apollo.” [3]

Proprio in questi versi avviene la traslitterazione della figura della Sibilla, qui citata attraverso i “Cymaei carminis”, le profezie di Cuma: da questo momento in poi diventa profetessa della discesa di Cristo sulla terra.furono letti come una profezia della venuta del figlio di Dio. Il “puer” di cui si parla è stato identificato – con ovvia forzatura, visto che l’opera in questione è stata scritta tra il 32 e il 49 a.C. – con il Cristo stesso.

Evolvendosi poi nel tempo, essa diventa, più precipuamente ancora, preveggente della maternità di Maria, la fanciulla che aveva avuto il compito di rendere edotta nell’arte della divinazione. Invidiosa del fatto che la prescelta da Dio sarebbe stata un’altra e non lei stessa, superbamente, cerca di ostacolare il realizzarsi del progetto divino, perdendo così la sua anima e venendo condannata ad essere reclusa per l’eternità in un antro sotterraneo.

Di questa ulteriore trasformazione si fanno portatori e testimoni soprattutto i grandi versificatori del tre-quattrocento quali Gian Giorgio Trissino o Ludovico Ariosto, che la chiamano ora Sibilla Cumana, ora fata Alcina, ma la descrivono sempre alla medesima maniera, in una sorta di rivisitazione in terra italica del Venusberg, il monte di Venere, descritto nel Tannhäuser di Wagner.

La dama è divenuta un demone dalle forme serpentine, che attira nel suo regno sotterraneo gli incauti viandanti, perdendoli nella dannazione eterna insieme alla sua mostruosa corte: alla sua immagine si sovrappone cioè quella delle “fate”, le creature magiche tipiche della mitologia nordica, dotate di poteri straordinari.

L’ulteriore passaggio da un antro qualunque ad uno specifico, quello della Grotta della Sibilla sotto Montemonaco (AP), avviene dal Quattrocento in poi, grazie ad autori che ambientano i racconti delle gesta dei loro eroi tra le montagne picene: in tal modo culti antichissimi acquistano nuova forma, alimentati dalla passione dei pastori per le leggende cavalleresche ispirate alle chanson de geste.

Di tale corrente interpretativa sono frutto narrazioni in prosa come “Il Paradiso della Regina Sibilla” di Antoine de la Sale, del 1420, anche se la più nota è, fuor di dubbio, “Guerrin Meschino” scritta da Andrea da Barberino nel 1473, vicenda rivisitata successivamente in versi, nel 1560, da Tullia d’Aragona, con il titolo “Il Meschino detto il Guerrino”.

Al canto XXV, ecco come viene descritta l’incantatrice

“[…] donde usciro/molte altre damigelle, e con lor quella/saggia Sibilla, quant’ornata, bella./Con quel riso l’accolse e quella grazia,/ch’in bella donna immaginar si possa,/ella di contentezza, intorno sazia,/ciò ch’ella mira, e dove fa mossa/col picciol piede, che leggiadro spazia/il figurato spazzo, e con la possa,/che più può sua virtù, sì bella appare,/che’l costante Guerrin fa vacillare”

Avviene così definitivamente il suo “trasloco” in terra picena, come canta nel 1635 Giovan Battista Lalli nel poema eroicomico “Tito Vespasiano overo Gerusalemme desolata”

“È fama che da Cuma, ove le prime/Stanze l’illustre Profetessa ottenne,/Mentre colà troppa frequenza opprime/La sua quiete, a lei partir convenne:/Nelle remote inaccessibil cime/Del nursin Monte a riposar sen venne./Dal curioso volgo ivi si cela/E raro alti secreti altrui rivela.

Il passaggio dalla tradizione pagana a quella cristiana è testimoniato dalla presenza di figure di Sibilla soprattutto negli affreschi delle chiese. Non solo nel già citato e ben noto caso della Cappella Sistina, ma anche nel Santuario della Madonna dell’Ambro, che si trova proprio a Montefortino, nel cuore stesso dei Monti Sibillini. Qui, nella cappella interna, sono raffigurate, accanto alle scena della vita di Maria, le Sibille narrate da Varrone. Tutte hanno la propria denominazione scritta sotto, tranne una, che resta anonima, e si sospetta sia proprio quella Appenninica.

Questo, e molto altro, si potrebbe narrare sulla sua figura, intorno alla quale sono fiorite leggende e mitologie sempre più ampie ed elaborate. Anche l’origine del mito sibillino, e del nome stesso di “Sibilla”, sono stati oggetto di congetture più o meno fantasiose o attendibili, e non è questa la sede per ripercorrerle nuovamente, anche perché è già stato fatto con maggior esperienza e preparazione.

Ciò che preme sottolineare, e far notare, invece, è soprattutto il viscerale e profondo legame che lega la Sibilla Appenninica alla terra da cui è nata, e in cui risiede.

Se si volessero infatti analizzare tutti i miti e le storie di cui è stata fatta oggetto, e che sopra si è cercato brevemente di illustrare, alcuni elementi emergerebbero con vivida chiarezza.

  • Innanzitutto, Sibilla è una donna, invidiosa della maternità di una Vergine: dunque, il sesso femminile che le è stato attribuito è anche immediatamente connesso con l’idea di maternità, ovvero con il tratto più precipuamente femminile che si possa immaginare. In quanto donna, essa ha coscienza del ciclo naturale della vita, delle stagioni, dei ritmi della terra.
  • Sibilla è profetessa: ha una visione che va oltre l’attuale e l’immediatamente percepibile, e riesce a leggere i suoi vaticini da ciò che la circonda: la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, sono il libro su cui interpreta il reale.
  • Sibilla è oltre le regole: vive in un mondo tutto suo dove il tempo è scandito dai cicli della natura, e le norme da seguire sono dettate da essa, e nessun’altra autorità viene riconosciuta o ha ragion d’essere.

Sibilla allora appare alter ego, o solo altro volto nella sua molteplicità, della Madre Terra, di Cibele.

É teoria diffusa infatti[4] che il nome stesso di Sibilla derivi dal quello di Cybele, la dea partecipe del principio femminile che domina e regola l’uomo, e che esisteva e regnava prima dell’avvento delle grandi religioni monoteistiche e dell’occhio di Apollo. “In principio, infatti, era la natura, sfondo nel quale e contro il quale si è formata la nostra idea di Dio”[5]. L’Occidente ha invece basato tutta la sua conoscenza sulla vista, sulla riconoscibilità delle cose e sul “bello”.

L’estetica occidentale è infatti stata dominata dalla visione apollinea: ciò che è chiaro, netto, pulito, diritto, è bello.

E’ il famoso motto greco del καλόζ καί αγαϑόζ, il bello è buono, che rinnega il non-visibile, il nascosto, quanto non è alla luce del sole.

Sibilla vive invece nell’oscurità, perché essa rammenta e preserva l’origine e l’essenza profonda di ogni cosa. Sibilla è lo ctonio, è la natura dionisiaca, incontrollabile, e per questo relegata nelle profonde viscere della terra. Essa è temuta, ma ricercata da coloro che le abitano intorno, perché detentrice di verità e saperi che esulano dal comune, perché lei è il vero genius loci, il nume tutelare del luogo che abita, animandolo al contempo, e che ne conserva le peculiarità, ricordandole a chi le dimentica, vuoi per stanchezza, vuoi per convenienza.

Adolfo De Carolis ha saputo cogliere questo aspetto di forte territorialità di un mito affascinante: ha capito, per dirla con Freud, che l’Es di un popolo , ovvero la sua anima più vera e profonda, risiede nel modo in cui si è originato; e l’origine del popolo piceno è rurale e pastorale.

Se si prende per vero questo assunto di partenza, non è difficile seguire il modo in cui la tradizione popolare ha fatto suo, rielaborandolo nel tempo, un mito complesso come quello della Sibilla.

La figura della donna maga, dotata del dono di leggere il futuro, fa parte del folclore popolare, e ben si sposa agli antri dei Monti Azzurri, così ricchi di fascinazione e leggende.

Da sempre infatti, tra i montanari, si narravano storie di fate, fanciulle bellissime dai piedi di capra che di notte uscivano dai loro antri per soddisfare la loro natura di esseri demoniaci. Moltissime delle peculiarità geografiche di questi monti trovano spiegazione, o denominazione, attraverso gli esseri fatati, più o meno buoni, che li hanno popolati: la Grotta delle Fate, Passo Cattivo, il Lago di Pilato, l’Infernaccio.

Accanto alla “storia dei documenti”[6], che si è tentato di ripercorrere per sommi capi, bisogna cioè saper leggere anche la “storia delle fantasie popolari”, quell’eredità verbale troppo spesso trascurata che di un territorio riesce a raccontare molte più cose di quella che è la cultura ufficiale.

Alla luce di questa chiave di lettura, allora non è arduo né difficile neppure spiegare perché il mito della Sibilla, nato così lontano nel tempo e nello spazio, ha attecchito e acquisito vita propria nelle lande del piceno.

In terre che devono la propria origine e natura al contatto con la terra, che ne è sostentamento, la terra stessa diventa il nume tutelare da propiziare e venerare.

Il Popolo Piceno basa la sua origine, e deve la sua attuale identità geomorfologica e sociale, alla pastorizia e all’agricoltura, attività profondamente legate ai cicli della terra, alle stagioni della vita e alle variazioni climatiche ed atmosferiche.

Da qui l’importanza di comprendere l’andamento della natura, perché solo riscoprendo l’importanza del legame con la terra da cui si è stati generati, si può capire l’uomo che in questa terra, e con questa terra, vive.

In definitiva, è proprio questo che fa Sibilla.

Nel ritratto che ne dipinge il De Carolis, Sibilla ha gli occhi chiusi: non ha bisogno di guardare con gli occhi, perché vede in modo più profondo. Esclude la visione esteriore per valorizzare l’interiorità, e recuperare i valori che sono alla base del vivere stesso.

Ancora più indicativo sembra poi l’averla trasformata addirittura in un logo, un simbolo, un marchio sempre uguale e ben riconoscibile, rendendola una persona, una tipologia, una maschera fissa anche se mutevole poiché πολύτροποζ, ovvero dalle molteplici forme. É come se in questo modo il De Carolis avesse voluto sottolineare che Sibilla, più che un’identità singola, è un τόποζ, una categoria dell’essere.

Colei che ha in suo potere la divinazione e la capacità di ponderare le forze imponderabili della natura diventa così la vera “patrona laica” del popolo piceno, e tanto è accaduto con la Sibilla Appenninica: uscendo incolume da secoli di trasfigurazioni, manipolazioni, letture più o meno misteriosofiche, più o meno esoteriche, più o meno filosofiche, ecco come oggi emerge intatta, bellissima, splendente nella sua intelligibilità.

Essa è donna, è madre, è terra: è l’identità che non ti sai spiegare, che non sai ritrovare ma che quando serve, in un mondo così mutato rispetto a quello delle origini, indica di nuovo la direzione.

E così, oggi come ieri, si può tornare alla sua caverna, e ancora lei, come a suo tempo a Guerrino, può dirci chi siamo, da dove veniamo: forse non dove andiamo, ma questo perchè, anche se il mondo è mutato, ora come allora, possiamo essere solo noi a deciderlo.

[1]    Varrone, Antiquitates rerum divinarum
[2]    Giuseppe Santarelli, Leggende dei Monti Sibillini
[3]    Traduzione tratta da “Storia e testi della letetratura latina”, a cura di G. Conte E. Pianezzola,Edizioni le Monnier, 1995
[4]    Così F. Desonay: “il mito della Sibilla si deve far risalire al culto pagano di Cibele, la Magna mater dei Romani, dea delle montagne, dei laghi, delle fonti, onorata eroticamente dentro la grotta rituale, sotto la corona simbolica”
[5]    Vedi Camille Paglia, “Sexual personae”, capitolo primo
[6]    Così il Paolucci nel suo saggio “La Sibilla Appenninica”

Post Scriptum: questo brano è un saggio tratto dal catalogo “Adolfo De Carolis e la democrazia del bello” (2009, Lìbrati editore). Lo dedico ai paesi del centro Italia, specie i comuni del Parco dei Monti Sibillini, che hanno dovuto conoscere la furia del terremoto e il lato oscuro di Sibilla. Ma so che Lei, nume tutelare e saggia profetessa, saprà dare la forza di ricominciare ai figli che vivono all’ombra della Sua montagna.

Lampur (20-12-2016)

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