Tuesday, 28/1/2020 UTC+2
IL SAPERE

Lost: Perdersi per Ritrovarsi

Lost: Perdersi per Ritrovarsi

LOST

Qualche tempo fa, dietro suggerimento di un amico, mi appassionai alla serie televisiva Lost. Mi innamorai subito perdutamente dell’incredibile, surreale, assurdo, visionario, insensato mondo creato da JJ Abrams. Un’isola misteriosa, un ancor più misterioso naufragio, invisibili e sottili sincronie che legano gli ignari passeggeri. Cosa chiedere di più, per cominciare, a un serial? Azione, avventura, mistero, enigmi intrecciati, collegamenti incrociati tra dimensioni diverse dello spazio-tempo. Il tutto condito da complesse relazioni tra i personaggi, tutt’altro che casuali passeggeri di un volo transcontinentale. La fitta trama di segni, allusioni, simboli, riferimenti filosofici, politici, scientifici, è difficile da ignorare, eppure richiede una certa attenzione. Ci si può letteralmente perdere nel mondo di Lost.

La cosa che fece scattare la prima scintilla furono i nomi dei personaggi, apparentemente casuali. Eppure Locke, Shepard, Austen, Ford o Sawyer, Hume, Burke, Cortez, Carlyle, Rousseau non sono cognomi qualunque. Tutt’altro. Sono precisi simboli di certi universi di pensiero che si sono tradotti in realtà, di idee incarnate. In nomen omen. Di fatto, il personaggio alla fine delle stagioni sembra proprio incarnare l’interpretazione peggiore o migliore del suo universo di pensiero, attraversando un’altalena interna che gli permette di scandagliare se stesso. Senza spoilerare, basti pensare a Kate Austen, la bella del telefilm con un ruolo decisivo per l’intreccio della storia. Austen , ovvero Jane Austen, autrice di Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Mansfield Park, Emma. Tutti romanzi apparentemente improntati su tematiche sentimentali, ma in cui in realtà il sentimento non è che lo sfondo di un’analisi lucida e profonda dell’animo umana, spesso tormentato e diviso tra dimensione emotiva e razionale. Così il personaggio di Kate diventa il simbolo di questo dissidio interiore, e col suo superamento o integrazione, come nei romanzi della Austen, emerge l’amore. Sawyer è il mascalzone cui nessuno darebbe una lira, maliardo e affascinante, ma egoista e presuntoso. Eppure a modo suo è capace di stupire, andare oltre se stesso e i pregiudizi che lo riguardano, rivelando un cuore nobile e generoso. Chi è Sawyer? Il monello che ci descrive Mark Twain in un avventuroso romanzo per ragazzi, Le avventure di Tom Sawyer.  Al pari di Tom, James ha un passato difficile e si arrabatta come un pirata per navigare nel tempestoso mare della vita. Chi volesse andare a curiosare nel romanzo di Twain si accorgerebbe che non si tratta di una semplice assonanza: il protagonista di Lost appare scaltro, sprezzante e manipolatorio, proprio come il ragazzino del romanzo. Ma ancor più sorprendente è scoprire che nel romanzo di Twain il piccolo Tom si rifugia con gli amici in un’isola, vivendo in un mondo completamente separato da quello degli adulti, e imbastisce infine una caccia al tesoro, come in Lost, dove il tesoro è il senso del naufragio, del loro essere “persi”. Come si vede, JJ Abrams non ha lesinato dettagli, ogni personaggio potrebbe essere analizzato a lungo e rivelare una stupefacente ricchezza di significati, e l’evoluzione di ciascuno, pur con non poche pecche di sceneggiatura, è altrettanto interessante. Impossibile a questo punto non soffermarsi sul mitico Jack Shepard. A lungo non ho compreso il significato di questo nome e questo personaggio. La mia attenzione era stata attirata da Rousseau, la selvaggia francese che porta il nome del fautore settecentesco del ritorno allo stato di natura incontaminata, il filosofo Jean Jacques Rousseau. Oppure da Burke,  noto per aver criticato i principi della Rivoluzione inglese, venerato in certi ambienti politici e non solo, il cui antipode diretto è John Locke, cantore di quella stessa Rivoluzione. A John Locke dobbiamo la maggiore teorizzazione del liberalismo, del parlamentarismo e della tolleranza che hanno in seguito intriso la società occidentale. Locke, inizialmente delineato come personaggio positivo, sarà quello che purtroppo farà una brutta fine, che non sto qui a commentare, ci vorrebbe uno scritto a parte. Ma mi sento di poter affermare che il destino di ciascun personaggio e il suo nome hanno un nesso profondo. Hume, colui che crede in ciò in cui nessuno crede, porta il nome di un altro decisivo filosofo inglese, David Hume, passato alla storia proprio per l’atteggiamento opposto: lo scetticismo (anche questo personaggio è incredibilmente affascinante). La coppia simbolo dell’amore, Bernard e Rose: Bernardo di Chiaravalle, il fondatore dei templari, e la rosa, simbolo dell’anima, interpretata da un’attrice di pelle nera (come le Madonne nere). Bernard e Rose tra l’altro attraversano gli sconvolgimenti climatici, spazio temporali e le varie avventure dell’isola senza troppi turbamenti, scegliendo di non prendere parte alle vicende guerresche in cui invece si immergono gli altri personaggi: scelta significativa. Ma Sheppard, mi dicevo, perché un nome così banale, per il protagonista dell’intera faccenda, che tra l’altro sembra spesso un viziato egoico di prima categoria, più che l’eroe della situazione? Non riuscivo a capacitarmi. Il suo ruolo nella storia in realtà avrebbe dovuto chiarirmi il senso di questo nome. Ma fu l’ultimo episodio ad aprirmi gli occhi. La sua abnegazione, il suo senso del sacrificio, il suo coraggio, la sua forza, nonostante i mille difetti che, come ciascun umano, sempre incontra dentro di sé ad ostacolare il cammino verso la Libertà. La rabbia, la gelosia, la miscredenza, l’egoismo, la supponenza, la paura. Ma Jack è capace di trasmutare tutto ciò, adempiendo al ruolo che il sibillino JJ gli aveva assegnato: quello di sheperd, di pastore delle anime. Con la sua forza, Jack riesce a trainare i superstiti del naufragio verso la consapevolezza, verso la visione, la comprensione, ma soprattutto la Fede. Con il suo sacrificio Jack salva gli altri, ma soprattutto salva se stesso, si libera dal peso di tutto ciò che pensava di conoscere, di sapere, di aver capito. Il pastore come reggitore del mondo, del suo mondo, secondo una mitologia che è già pre-cristiana, che richiama i Misteri più antichi della Conoscenza, da Orfeo, Apollo, Hermes, Mitra, Davide, fino a Gesù: il pastore è colui che dà un ordine e si prende cura del cosmo caotico a cui ha dato vita, ed è per questo che tutto si rivolge a lui, perché lui è il centro del suo mondo, come si vedrà alla fine del serial.

Potrei parlare di Lost per ore, poiché non soltanto i personaggi (a proposito, come dimenticare Hurley e Charlie? Jin e Sayd?), ma gli eventi, la conformazione dell’isola e mille altre cose offrono infiniti spunti di approfondimento. Il Dharma Project, le sue sedi, le varie storie che nascono tra i personaggi, la mitologia antichissima di alcuni episodi che con un salto nel passato dovrebbe chiarire, o complicare, la natura dell’isola, la gigantesca statua di un antico dio coccodrillo di evidente matrice egizia posta in una  insenatura nascosta, i due fratelli che la dominano su un livello sottile, il biondo nume tutelare, Jacob e il nero fratello-ombra, la grotta sottoterra, la trama di menzogne dell’inimitabile Micheal Emerson nei panni dell’opportunista  Benjamin Linus,  a mio parere uno dei personaggi più riusciti e meglio interpretati.

Tra i meandri di un serial che numerose volte ho mandato a quel paese (nella seconda stagione si è troppo giocato con la pazienza dello spettatore allungando il brodo e inserendo dettagli volutamente inutili e distraenti), alcune chicche hanno attirato la mia attenzione. I libri. I lettori del film sono praticamente due: Jacob e Sawyer. In una scena enigmatica, quella in cui Locke perde l’uso delle gambe, Jacob è intento a leggere Everything that rises must converge, di Flannery O’Connor. La regia è spettacolare: viene inquadrato Jacob che legge senza battere ciglio, in primo piano l’altrettanto emblematica copertina del libro, il cui titolo è già un programma, e dietro Locke, che rovina dal settimo piano e si spezza il midollo. In copertina: una bianca colomba vola verso l’alto, ma ha conficcata nel petto una freccia. Disegno che ricorda incredibilmente la ghiandaia imitatrice di Katniss, la ragazza di fuoco di Hunger Games. Stessa posa, stessa freccia, o quasi. A dirla tutta, il volatile di fuoco della fortunata trilogia ricorda la famosa fenice che rinasce dalle sue ceneri. Ma stiamo divagando, anche se il giochetto dei collegamenti piacerebbe a Umberto Eco, pace all’anima sua.

MARK PELLEGRINO, TERRY O'QUINN (BACKGROUND)hunger games

Lasciamo perdere il tessitore e custode del fuoco Jacob, soffermiamoci sul birbante della situazione, Sawyer, che si rivela infine meno banale e scontato di quanto voglia farci credere  il demonietto JJ. Sawyer rovista tra le valigie dei sopravvissuti. Tutto ciò che trova di utile e necessario non per sopravvivere bensì per vivere lo raccatta: alcol, armi, sigarette, medicine, fumetti, occhiali, fumetti, libri. Mentre gli altri cercano di resistere all’isola, lui tira su la sua tenda e si gode la permanenza, indulgendo a quelli che per gli altri sono vizi o inutili passatempi, come la lettura. Uno dei libri che a un certo punto gli compare in mano è Uomini e topi, di Steinbeck. Quel libro non lo conoscevo, ma il fatto che JJ lo avesse messo dentro non poteva essere casuale. Mi dissi che forse sopravvalutavo JJ, perché non riuscivo a capire la rilevanza data a questo libro nell’economia del film, ma io stessa non credetti alla mia tesi.  Decisi che avrei dovuto leggere il libro per capirci qualcosa.

Ebbene: Uomini e topi, di John Steinbeck, scrittore statunitense del Novecento che ricevette il Nobel per la sua scrittura “realistica” e attenta al sociale, è uno dei libri più tristi che abbia mai letto. L’uomo più crudele del pianeta non potrebbe trattenere una lacrimuccia alla fine di quel librettino tanto piccolo e semplice, quanto denso e commovente. Uomini e topi è il romanzo preferito di Sawyer (assieme a Lancelot di Walker Percy) che lo legge e rilegge in continuazione con i suoi occhialetti strambi, lo cita e lo sfoggia in ogni occasione.

lancelot

Perché un libro del genere dovrebbe essere al centro dei pensieri di Sawyer? Va bene, l’apparenza belloccia e insensibile celano un animo profondo e sofferente, ma proprio non c’era di meglio nella letteratura statunitense? Perché JJ, assieme ai suoi amichetti di produzione e sceneggiatura, ostenta questo libro? Ti stai fissando, mi dirà adesso il fanatico dei serial, a volte certi dettagli sono casuali. Eh no, quel libro non è casuale. Non è “realismo” come lo hanno inteso quelli che talvolta lo propinano come esempio di critica sociale blablabla. No cari miei, qui siamo alle prese con un vero e proprio simbolismo cifrato di amara ma precisa vivisezione della condizione umana. Lennie e George sono i protagonisti del romanzo. Uno è grosso, alto, forte, ma scemo, ingenuo, personalmente mi ha ricordato il tipo che riesce a sfuggire dal marchingegno mortale di Vincenzo Natali, per chi conosce The Cube. George è piccoletto e smilzo, ma sopperisce con la sua astuzia al ritardo mentale dell’amico. Sono due contadini che vagano alla ricerca di un lavoro, nei ranch della campagna americana, che non possiedono nulla oltre alla reciproca compagnia, che entrambi reputano un bene raro e prezioso. Perché non sono soli al mondo, perché si prendono cura l’uno dell’altro. Il problema è che la forza di Lennie unita al suo ritardo è un dono letale. Lennie ama accarezzare i topi, ma senza volerlo con le sue manone giganti li uccide. E allora continua a carezzarli. Lui è grosso e nerboruto, ma ama guardare e carezzare le cose piccole e soffici. I topi. I conigli. I cagnolini. I morbidi capelli delle ragazze. Un giorno giungono al ranch di Curley per tirare su la grana: forse un giorno riusciranno a trovare un posto tutto per loro, una sorta di paradiso personale, non dovranno più vagare, rendere conto a padroni crudeli, soffrire il freddo e la fame. Ma un paradiso è un paradiso, e tale resta: lontano e irraggiungibile, sogno vano con cui consolare le proprie esistenze. Lennie nella sua ignorante innocenza uccide l’amato cagnolino, carezzato troppo a lungo, e infine, per impedirle di urlare e rivelare tutto a George che lo avrebbe punito, spezza senza accorgersi il collo alla graziosa moglie di Curley. George sarà infine costretto, per evitare che lo facciano in modo peggiore gli altri, a sparare alla nuca dell’amico che aveva accudito come un fratello, mentre questi guarda con gli occhi sognanti verso il lago, immaginando fino all’ultimo il suo paradiso.

Lennie uccide le cose piccole e soffici, innocenti come lui. Gli animaletti, la ragazza. George uccide l’amico forte, innocente, inconsapevole. Il topo sta a Lennie come Lennie sta a George. E se ci fosse un ulteriore livello? Il topo è incapace di vedere il livello di chi lo uccide, di Lennie, così Lennie non si rende conto di quanto gli accade, non vede che George sarà costretto a rimediare ai danni delle sue tare togliendolo di torno, anche se con infinito dolore e amarezza. E se anche George fosse un topo e qualcuno stesse a guardare i danni che combina in giro a causa della sua inconsapevolezza? E se in generale gli uomini fossero come i topi, che rischiano di essere schiacciati ad ogni istante da forze più grandi di cui non hanno coscienza, per motivi che non conoscono? Non c’è limite alla scala verso l’alto o verso il basso. La consapevolezza è relativa alla posizione in cui ci si trova. E l’isola dei naufraghi ricorda in questo senso il villaggio di Chester’s Mill e la cupola di Under the Dome di Stephen King.  Gli esperimenti del Dharma Project, mistero rimasto insoluto alla fine del serial, suggeriscono questa lettura. Detto questo, in Lost, Uomini e topi dà l’idea del fatto che non sappiamo davvero quello che ci sta succedendo. Siamo ignari, vaghiamo in un mondo di violenza perché non conosciamo le correnti che agitano l’universo in cui ci troviamo. Lottiamo e ci agitiamo come i topi quando sentono la stretta che li sta ormai soffocando, oppure sogniamo beati il nostro illusorio e personale paradiso che ci salverà quando abbiamo già la pistola fredda dietro al collo, e intanto giunge implacabile la morte che falcia le rose prima che fioriscano. Lost, perduti, chissà dove.

Non si scappa dall’isola. Non puoi scappare dall’isola se non hai sciolto i nodi, se non hai scavato dentro te stesso, se non hai affrontato i fantasmi che ti tormentano. E in questa sopravvivenza sull’isola, ognuna delle persone che hai portato fa parte di te, ti mostra un’altra faccia di te stesso, e  ti costringe a tirare fuori quello che invece vorresti seppellire. Non tutti sopravvivono, sull’isola. L’isola è crudele, feroce, e miete le sue vittime senza pietà. Molti impazziscono, come la Rousseau, ma sopravvivono. Altri scoprono di riuscire ad amare quando lo credevano impossibile, di essere capaci di mentire anche se credevano di essere integri, e nessuno è davvero come sembra.

I personaggi lottano, soffrono, amano: sono persi dietro a mille vicende complicate, con strabilianti colpi di scena. Sono persi dentro a se stessi, in un mondo enigmatico. Ma soltanto chi ha costruito un enigma può risolverlo. Chi si scaglia disperato contro la porta chiusa possiede già la chiave, anche se non lo ricorda.

Molti dicono di essere rimasti delusi dal finale di Lost. Troppo cervellotico, religioso, spirituale, ho sentito varie descrizioni. Dice troppo senza spiegare nulla. Relega a un’altra dimensione quello che invece va spiegato qui. Un’illusione, un’irrealtà. Ancora peggio, una vera e propria truffa: ciò che sembrava avventura, thriller, azione, intrigo socio-politico, spionaggio, è scaduto nello psicologico, nell’interiorità, nel mistico. Lost ha attratto un pubblico che non sapeva quello che stava guardando, ha giocato con le proiezioni, i condizionamenti, le identificazioni di ciascuno di noi. Ma chi definisce i confini? Come facciamo a dire cosa è reale o cosa no, cosa è azione oppure spiritualità? Perché queste dimensioni dovrebbero essere separate con una linea netta e insuperabile? O forse è soltanto il nostro irrefrenabile impulso, rafforzato dall’abitudine di numerosi anni, a dover per forza analizzare, separare, etichettare, per illuderci di capire ciò di cui non abbiamo la minima idea, come i topi che si agitano nella stretta mortale del gigante?

Io ho trovato geniale, liberatoria, visionaria, splendidamente indicibile la conclusione del serial. Ogni cosa è andata al suo posto, ogni cosa era dove doveva essere. JJ non ci ha spiegato tutto: non ha sviscerato il senso di ogni dettaglio, ogni personaggio, ogni episodio. La maggior parte dei dubbi sono rimasti. È stato un finale che ha suggerito, mostrato, bisbigliato al nostro orecchio, ma è l’unica cosa che poteva fare. Sta a ciascuno di noi cogliere le briciole, e seguire come Pollicino nel bosco le tracce nell’isola in cui siamo persi, tracce che giungono appositamente per noi, lasciate da chi, come il padre di Jack, non aspetta altro che i nostri occhi si aprano.

“”Questa mente umana ha scritto la sua storia, e questa deve leggerla. La Sfinge deve risolvere il suo stesso enigma”. (Ralph W. Emerson)

final scene

Valentina (16-07-2016)

 

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