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Le Radici della Medicina Occidentale tra Mito e Razionalità

Le Radici della Medicina Occidentale tra Mito e Razionalità

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La cultura occidentale è nota per aver creato il modello scientifico di medicina che si è poi diffuso in tutto il mondo. Sebbene tale modello di medicina attualmente continui il proprio percorso tra rinnovati elogi e spinose critiche, a chi scrive pare pare indiscutibile il contributo che essa ha apportato alla conoscenza e al progresso dell’umanità.

Dove nasce la medicina occidentale?

Innegabile il suo connubio con la filosofia greca e il relativo approccio razionale: come la filosofia, la medicina si lega da subito all’idea di un metodo volto alla ricerca delle cause (eziologia) dei fenomeni osservati e osservabili, all’esperienza diretta della natura, ma anche all’argomentazione volta a trarre delle conseguenze teoriche logicamente sostenibili. Tale impronta scientifica ante litteram (il metodo induttivo-deduttivo è figlio della Rivoluzione scientifica del Seicento)  è peculiare  caratteristica del Corpus Hippocraticum, attribuito ad Ippocrate, fondatore e padre della disciplina medica.

La base razionale della professione permette di discriminare tra medico e profano: il sapere medico, sintesi fra conoscenza e pratica, opera distinzioni ed unificazioni (ciò ricorda il metodo dialettico descritto da Platone), elabora diagnosi e prognosi. Tutto ciò esclude il caso, la fortuna, regno dell’indistinto e dell’imprevedibile: il medico opera in maniera tecnica, ovvero con precisione e perizia, sulla base di una conoscenza.

Improvvisarsi medico è impossibile, poiché si dovrebbe simulare un ruolo che è frutto di scienza ed esperienza, che escludono anche l’aspetto “magico” e “divinatorio” della salute.

Nel Male sacro, opera dedicata all’epilessia, Ippocrate chiarisce senza mezzi termini la sua posizione. L’epilessia, considerata da antichi e medievali frutto di invasamento (divino o diabolico a seconda dei casi), è ritenuta “sacra” o “soprannaturale” per il carattere particolarmente sconvolgente dei suoi sintomi. In realtà, obietta Ippocrate,quelle appena enunciate sono osservazioni superficiali di cialtroni e impostori. Infatti molte altre malattie hanno sintomi sconvolgenti agli occhi del profano, continua Ippocrate, eppure nessuno le definisce sacre, dunque tale caratterizzazione è strumentale, tipica dei finti medici,, ignoranti su ciò che concerne l’uomo, ma non solo: il loro tentativo raffazzonato di curare il male sacro, secondo la loro stessa logica si rivela empio e blasfemo. Se l’epilessia fosse davvero un male sacro, chi si credono di essere coloro che con riti o prescrizioni di abluzioni pretendono di forzare il soprannaturale a ritirare il proprio intervento? Inoltre, se riti e prescrizioni pseudo-mediche funzionano, essi si prendono il merito della guarigione; se falliscono la colpa è del dio.

A  me sembra che i primi che hanno definito sacra questa malattia siano uomini tali quali anche ora sono maghi e purificatori e ciarlatani. Costoro dunque prendendo a riparo e accampando il divino per la difficoltà del non avere un mezzo con cui potranno arrecare giovamento, perché non risultasse evidente che non sanno nulla affermarono che questa malattia è sacra, e aggiungendo discorsi opportuni stabilirono la cura in vista della sicurezza per loro stessi, applicando purificazioni e incantesimi, e ordinando di astenersi da bagni e da molti cibi inopportuni da mangiare per persone ammalate.

Da tali argomentazioni è evidente lo spessore etico della medicina ippocratica. Il famoso giuramento di Ippocrate, anche se rivisto in alcuni punti, è sostanzialmente giunto sino a oggi. Pare interessante notare un dettaglio dell’antico Giuramento, oggi demandato agli esperti di bioetica: il divieto di praticare aborto ed eutanasia.

Nel contesto del Male sacro Ippocrate enuncia la teoria encefalocentrica, contrapposta a quella cardiocentrica (sostenuta da Empedocle e dopo da Aristotele, la cui autorità la imporrà per tutto il Medioevo). Secondo Mario Vegetti, un importante studioso del pensiero greco, Ippocrate è il primo a rilevare la centralità del cervello per l’anatomia e la fisiologia umana, anche se in realtà alcune avvisaglie di ciò erano già presenti in ambito egiziano e pitagorico (si tratta infatti di una teoria già di Imhotep e Alcmeone di Crotone, ripresa poi da Platone).

Nello scritto Sulle acque, sui venti e sui luoghi Ippocrate afferma che l’uomo va curato nel complesso del contesto in cui è inserito: ambiente, stagioni, venti, acque, ecc. Tali osservazioni rendono evidente la prospettiva “olistica” in cui la medicina greca inserisce la propria attività. Vi è inoltre un importante riferimento ad un aspetto, tipico della mentalità greca, che oggi appare bizzarro ai più e che forse meriterebbe di essere preso in considerazione: secondo Ippocrate infatti alla costituzione fisica ed alla salute contribuiscono anche le istituzioni politiche, difatti la tirannia rende deboli, mentre la democrazia tempra. In questo modo Ippocrate spiega perché i popoli asiatici appaiano come fisicamente più deboli rispetto a quelli europei, e ovviamente rispetto ai greci, orgogliosi del proprio sistema politico.

Ippocrate come molti altri saggi compose numerosi aforismi, raccolti nel relativo libro, che compendiano la sua saggezza, tra queste ne spicca uno reso celebra da Seneca e ripreso poi da vari autori, come Goethe e Foscolo:

Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile (la vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile)

La medicina si afferma dunque con una pretesa di razionalità che l’ha resa universalmente accettata. Eppure le sue radici affondano in un peculiare terreno simbolico che si intende qui esaminare.

I simboli dell’arte medica, dell’igiene, della cura, del pharmakon, sono tutti riconducibili all’archetipo del serpente.

Lo stesso riferimento è presente nei fondatori della medicina che precedono Ippocrate e che lo legittimano a livello mitico: il centauro Chirone, che inizia Asclepio alle erbe, alla medicina e alla chirurgia; Asclepio, figlio di Apollo, dio della medicina cui si appella Socrate in punto di morte, il cui simbolo è un serpente, i cui templi vennero eretti in luoghi salubri e la cui figlia, Igiea, è simbolo dell’idea di cura; Apollo stesso, dio solare e uccisore del serpente Pitone, le cui complesse e stratificate caratterizzazioni non possono sicuramente venire riassunte in poche righe.

La storia di Asclepio è particolarmente istruttiva. Nato da Apollo, egli è un semidio, a metà tra uomini e dei, addirittura più vicino agli uomini che gli dei, come asserisce Omero, cosa  che, unitamente al resto della storia, ricorda vagamente il personaggio di Prometeo. Istruito da Chirone e dal padre stesso nella medicina e nella guarigione in generale egli era invocato anche dai negromanti per la duolicità, a tratti ambigua, del suo potere: egli era infatti capace sia di risanare sia di uccidere (un po’ come il farmaco, che è veleno in dosi differenti, e viceversa, come sosterrà anche Paracelso). Ma non solo: il carattere negromantico del suo potere consisteva nella capacità di richiamare alla vita i morti, oltre al fatto di rendere straordinariamente lunga la vita degli uomini e di guarire ogni tipo di ferita. Ciò rischiava di rendere gli uomini simili agli dei per quanto riguarda soprattutto una caratteristica: l’immortalità. Oltre a svuotare l’Ade, s’intende, ribaltando gli equilibri tra morti e vivi. Per queste ragioni Zeus fulminò Asclepio, ma per rabbonire Apollo, infuriato per la perdita del figlio, decise di tramutarlo in una costellazione, la tredicesima costellazione che non viene presa in considerazione dagli astrologi: Ofiuco, o il Serpentario.

Al lettore attento è possibile avvedersi della similarità tra il bastone di Asclepio e il caduceo di Ermes, fratello di Apollo. Non è evidentemente un caso che l’ermetismo, quella particolare visione mistica-filosofica di impronta sostanzialmente gnostica che troverà la sua più grande fortuna grazie alla traduzione latina di Marsilio Ficino nella Firenze medicea, sia leggendariamente collegato a Ermete tre volte grande (o Thot), e unisca visioni profonde e apparentemente molto diverse quali miti egizi, ebraismo, neoplatonismo, cristianesimo, alchimia, magia, ecc ecc.

In questo percorso a ritroso nello spazio e soprattutto nel tempo verso le idee e i simboli di salute, forza vitale, guarigione, è inevitabile finire con l’approdare alla sorgente della civiltà, ovvero ai Sumeri. In questo contesto è utile il semplice riferimento a un dato archeologico: il caduceo di Hermes, ma anche il Nehustan, (il bastone col serpente di bronzo che Mosé nella Bibbia usa per guarire il suo popolo nel deserto) è  ampiamente anticipato da un simbolo riferito al dio Ningishzida, secondo alcuni figlio di Enki. Tale simbolo è attestato su un vaso presente al Louvre, che risale a oltre due millenni prima dell’evo cristiano.

Senza entrare nel merito delle complesse traduzioni di lingue antiche come sumero o accadico, ci soffermiamo su un dato unanime degli studiosi rispetto all’etimologia del nome Ningishzida: vi è sicuramente un riferimento all’albero, alla capacità di crescere in modo corretto, o “buono”.  Si tratta di una conoscenza medica avanzata (la doppia elica del serpente ricorda il DNA)? O magari l’albero è l’uomo stesso, se, come diceva Platone, siamo alberi al contrario, con radici in cielo, e dobbiamo quindi “coltivarci”, secondo i principi di una agricoltura celeste, come ha scritto coerentemente un moderno cultore dell’alchimia? Allora è forse da reintepretare il mito della Genesi sull’albero e sul serpente?

Comunque stiano le cose, pare quasi superfluo a questo punto ricordare l’ureo egizio, oppure in Oriente il cobra di Shiva e Siddharta, o nelle Americhe a Quetzalcoatl.

Pare superfluo accennare a tutti questi riferimenti, se non per un aspetto: la salute è unione di opposti.

Il serpente è piumato; le radici dell’abero stanno in cielo.

La contraddizione è la molla verso la conoscenza: il desiderio di risolvere il nodo gordiano dell’impasse logica rappresenta da sempre lo stimolo che porta l’uomo ad andare al di là di ciò che vede, al di là delle proprie illusioni.

Da questo punto di vista il tentativo razionale non è il tradimento ma il compimento dell’essere misterioso dell’uomo e dell’universo: è l’uomo che cerca di andare oltre se stesso, di risolvere quella nostalgia per qualcosa di indicibile che sente di avere perduto, chissà dove e chissà quando.

Forse è questo il senso del riferimento ad Asclepio di Socrate in punto di morte: “sacrificate un gallo ad Asclepio, e non dimenticatevene”

L’antica arte del figlio di Apollo è  al contempo solare, figlia della ragione che tutto illumina e chiarisce, e scavo profondo, immersione nelle radici nascoste e oscure dell’uomo.

Scritto da: Valentina C.

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