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L’Ankh, la Chiave della Vita

L’Ankh, la Chiave della Vita

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L’Antico Egitto è stato senza dubbio una civiltà poggiata sul simbolismo, indice sicuro del suo fondamento iniziatico

Tra i tanti simboli che corredavano l’impianto rituale dei templi egizi, uno in particolare godeva del requisito dell’onnipresenza: l’Ankh o Chiave della Vita. Esso si trova sulle pareti dei sarcofagi, sulle bende delle mummie, sugli arredi, sugli specchi. Di norma, il Dio lo poneva alla bocca o al naso del faraone nel senso di infondergli Vita, o attraverso il respiro o, come credo, ridonandogli il Verbo divino: la parola perduta.

Ogni volta che si vede una dea o un dio mettere la chiave in bocca è un simbolo del sacrificio di sé stessi, un assassinio mistico. Si tratta di una chiave cruciforme sormontata da un’ansa. È facile capire che, essendo il tau fallico e l’ansa uterina, l’Ankh, come il Sigillo di Salomone, è uno dei tanti simboli che identificano l’unione del maschile con il femminile. Solo da questa unione può emergere la vita, sia intesa in senso carnale sia in senso spirituale. Ed è quest’ultima la reale valenza dell’Ankh: la vita eterna, la vita nell’eterno presente. Solo le nozze mistiche dello spirito e dell’anima in noi, del maschio e della femmina, possono donare la vita eterna all’iniziato. Per quel che mi riguarda, l’Ankh è anche un perfetto simbolo dell’uomo, ove l’ansa è la testa-utero e il tau è la spina dorsale, la cui energia deve penetrare, come un fallo, la testa-graal e ridestare i sensi superiori celati negli ultimi due chakra: il chakra pinealico e quello coronarico. Questo è il senso celato nel simbolo della Rosa Croce, in cui la rosa è una dolce allusione al terzo occhio che deve aprirsi come un fiore e la croce è il simbolo del potere kundalini della spina dorsale che deve fluire nella testa per attualizzare il risveglio del Dio in noi.

Certamente, la croce cristiana deriva dall’Ankh egizio e ciò può significare una cosa sola: il cristianesimo puro e primitivo, ossia il cristianesimo gnostico, è erede in un certo modo della migliore religione iniziatica egizia, anch’essa tributaria della Tradizione Primordiale. Chi è a digiuno dei concetti di fondamento del simbolismo iniziatico potrebbe obiettare che, se da una parte la croce cristiana è un simbolo di morte, l’Ankh dall’altra è associato alla vita. Ora, se questa obiezione può risultare valida per la croce intesa come strumento di tortura, non è altrettanto per la croce apportatrice della morte mistica, la croce a cui è crocifisso non il Dio in noi, ma l’uomo con il suo ego e la sua animalità, scorza del divino. Non bisogna dimenticare che l’Ankh è la “Chiave della Vita” e che la chiave della vita eterna è la morte a sé stessi. La Tradizione, in tutti gli esoterismi, ci insegna che l’uomo spirituale deve “assassinare e sacrificare” sé stesso per ritrovare la dimensione di coscienza perduta alle origini.

I doni degli arconti, che sono sozzura materiale per il Dio nell’uomo e tanto preziosi agli occhi dell’ego, devono essere abbandonati, il che equivale a un morire che deriva dal fatto che parti di noi se ne vanno per sempre e la coscienza si libera di forme-pensiero strutturate da migliaia di anni di condizionamenti di ogni genere. Ecco perché, nelle raffigurazioni dei templi egizi, è un Dio a ridare la Vita al faraone (iniziato), ponendo in bocca la Chiave Ansata. Il Dio uccide l’uomo e gli ridà la vita, ovvero si ridà la vita, perché l’uomo è una proiezione residua della coscienza superiore del Dio, il suo guscio, la sua erronea considerazione di sé. Il Dio si crocifigge nel suo aspetto umano e muore per rinascere. I Vangeli non sono altro che la manifestazione degli antichi misteri egizi, finalmente in parte svelati: insegnavano che la Vita eterna trionfa sulla morte eterna e che la morte è sempre il fondamento della vita che verrà, che sia la morte in vita o la morte comune, la prima condicio sine qua non della resurrezione definitiva e della conquista dell’eternità e la seconda della successiva eventuale incarnazione.

L’Ankh rientra nel più ampio simbolismo della Chiave. Per “chiave” intendiamo uno strumento, una leva, necessari per aprire una porta, ossia per iniziarsi. L’apertura della porta è la metafora dell’ingresso in una visione dell’esistenza che porta a evolvere la propria anima e a renderla consapevole di sé stessa, donde viene, dove va e perché. Nella Bibbia è il Cherubim di Genesi a custodire la porta dell’iniziazione ed è molto severo e rigoroso nell’accettare o rifiutare il passaggio. Gli egizi, nelle iniziazioni lo chiamavano Sfinge, i cabalisti Metatron o Michele, la Tradizione essena Melkisedeq e nelle iniziazioni egizie Mercurio alato. Ora la fiamma della spada roteante del Cherubim altro non è, come già riferito, che il caduceo di Mercurio con l’energia a doppio vortice che, impugnato alla rovescia, è proprio l’arma metafisica del Cherubim, dimorante in noi. Ora, sotto un certo aspetto, l’Ankh si riferisce a quel potere perché se lo intendiamo nel senso iniziatico di “apertura della bocca”, si riferisce naturalmente al Verbo, al Logos cristico che viene espresso, alla fine dell’iter, attraverso la bocca. Ma per giungere a quello stadio occorre aprire la bocca per ingerire un alimento alchemico che, come suggerisce la chiave, è androgino, ossia presenta in sé un elemento femminile (acqua) e un elemento maschile (fuoco). Di qui la cosa doppia, il Cherubim che non a caso è un plurale in ebraico, il Rebis che non è altri che il Rebus: la Sfinge, il grande mistero.

L’acqua di fuoco, l’anima-spirito, è il Fuoco liquido, la prima materia dell’alchimia, cifrata nella Bibbia sotto la dizione “in principio”. Quest’espressione è presente in Genesi 1 e in Giovanni 1: «Nel principio Dio creò… nel principio era il Logos e il Logos era Dio». Questo input che va trasmutato in output, questa pietra grezza e caotica che va trasmutata in pietra filosofale o angolare, è la nostra anima. Non è casuale che il sigillo di Mercurio, la Pietra Filosofale, ricordi molto da vicino l’Ankh, così come il sigillo di Venere, la pietra grezza. È noto nella Tradizione del Melkisedeq, come pervenutaci attraverso gli Esseni e gli Gnostici, che il Padre Fuoco si manifesta attraverso il Figlio Acqua, ossia acqua bruciante, acqua che riduce la fenice-anima in cenere e la fa risorgere, che uccide l’animale umano e fa risorgere il Dio, cuocendo nel suo stesso brodo. Quest’acqua corrosiva proviene dalle Anche umane (di qui Ankh), ossia dai Lombi e la Bibbia ci insegna che essa contiene il Logos (nel principio è il Logos, che si autocrea nel suo stesso principio, come insegna Genesi 1, la vibrazione divina, il fuoco spirituale segreto.

Gli gnostici cristiani alludevano a questo principio descrivendo il Logos nella Vesica Piscis, una chiave solo per coloro che possono intenderla. La Chiave della Vita è quell’Acqua della Vita che consente l’ingresso nelle energie-coscienze dell’Albero della Vita. Non deve quindi apparire astruso il fatto che il termine italiano “chiave”, che peraltro origina dal latino clavis, sia cabalisticamente affine a Yahvé, il Tetragrammaton che in noi è dato dai quattro elementi, sintetizzati nei due elementi base: acqua e fuoco. E come si presenta Yahvé a Mosè se non come un Fuoco quintessenziale che non brucia (Esodo, 3:3)? E soprattutto, Yahvé non si presenta come Angelo di Yahvé in una fiamma di fuoco (Esodo 3:2)? E chi è quest’angelo in noi, chiave a sé stesso, che cuoce nella sua stessa fiamma liquida, se non il Cherubim (ebr. Krvim), che cabalisticamente si associa al “corvo alchemico”, ossia alla Nigredo (morte mistico-alchemica)? Perché Luca parla di una spada che trafigge l’anima (Luca, 2:35)? Che cos’è il tetramorfo-Tetragrammaton se non la Sfinge, ossia i quattro elementi cosmici presenti nell’uomo? Colui-Colei che conferisce la Chiave, nei misteri egizi, è anche la stessa Chiave, così come il Cherubim e la Fiamma in rotazione sono uno. Ho usato il termine “rotazione” perché l’iter alchemico che si basa sul fuoco acqueo è una ruota, un circolo, come indica l’Uroboros.

Per questo i Templari scrivevano: Sator Arepo Tenet Opera Rotas, ossia Soter (il Salvatore) Arpocrate (Horus-Cristo) custodisce la chiave dell’Opera Rotante (Grande Opera). Proprio il Cherubim custodisce l’accesso all’Albero della Vita e sempre lui può aprire la porta da sé stesso con la sua chiave come può tenerla chiusa. Quando Yahvé, in Isaia 22:22, afferma: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire», si riferisce al Logos cherubinico (Angelo del Signore, teofania del Dio Uno e Trino) nel suo ruolo di custode della porta e di conferitore di chiavi. Proprio Gesù – colui che afferma essere Vita, oltre che Via e Verità e che porta la spada della separazione alchemica – offre la doppia chiave della vita a Pietro, affermando che questa serve per sciogliere e legare (Matteo 16:19), chiara allusione al solve et coagula dell’iter rotatorio. E sempre Gesù, con grande veemenza, dice ai sacerdoti dell’epoca: «Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Luca 11:52). Scienza intesa qui nella sua accezione di Scienza Sacra.

Fonte: http://mikeplato.myblog.it/2009/07/31/la-chiave-della-vita/

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