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La Teoria dei Campi Psichici (Parte 1)

La Teoria dei Campi Psichici (Parte 1)

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Abstract

L’articolo rappresenta sommariamente la Teoria dei Campi Psichici, ossia la descrizione di cosa tali oggetti sono e di come interagiscono per formare le c.d. Eggregore. Entrambi gli oggetti sono descritti in termini di struttura e funzioni. L’articolo è completato da una sezione dedicata alla c. d. manipolazione dei Campi Psichici.

Eziologia dei Campi Psichici (Rosso e Latone)

Rosso e Latone sono gli elementi costitutivi del flusso d’energia che promana da Keter. Flusso che sostiene la vita d’ogni essere e che in Oriente è conosciuto come Kundalini.

Rosso e Latone non sono simmetrici poiché Latone è quantitativamente maggiore di Rosso. Nondimeno, Latone è più lento di Rosso. Ciò, se volete, potrebbe restituire la simmetria negata dalle rispettive dimensioni. Tuttavia, non è questo il punto perché è proprio quest’asimmetria a costituire il motore profondo della vita.

Latone è grosso e stupido, Rosso è piccolo e sveglio. Il primo è la parte “epimeteica” di noi, quella che va verso il passato, verso la conservazione. Il secondo è la parte “prometeica”, quella che ci spinge avanti, verso il futuro e il cambiamento.

Queste due parti sono sempre in movimento l’una rispetto all’altra e il simbolo che in passato le ha meglio rappresentate è stato il Tao (il simbolo disegna le due forze come simmetriche, tuttavia adesso sappiamo che non lo sono ma possiamo supporre che, almeno in termini assoluti, potrebbero esserlo tenendo conto del fatto che se Latone prevale in termini quantitativi, Rosso lo fa in senso qualitativo):

 

TAO

 

In any way, quel che qui interessa è l’effetto che quest’asimmetria ha sulla vita. Un effetto conosciuto sin dall’antichità e che è reso dal motto Solve et Coagula. Stiamo parlando del vero motore di ciò che abbiamo definito Campo Psichico.

Tutto inizia con Latone perché è da esso che proviene la vita. Tutto finisce con Rosso perché è questo drago a dare la morte e, in mezzo, la tensione costante creata dalla “differenza di potenziale psichico” esistente fra queste due forze: il Campo Psichico, appunto (d’ora in avanti CP).

Sotto questo profilo, quindi, è CP è il frutto di una tensione continua, determinata dalla nativa asimmetria dei draghi e che, in assenza di altra nomenclatura, abbiamo definito “psichica”.

Latone è stabile, cocciuto, geloso. Il suo sguardo è volto al passato, all’essere. La sua preoccupazione è diretta al mantenimento delle cose così come stanno. E’ sacrale, gerarchico, tendenzialmente paranoico. Possiede mezzi ingenti e spinge l’individuo ad accumulare, non solo o non necessariamente ricchezze ma, più in generale, cose materiali che possono essere contate, catalogate, collezionate, possedute. Con tali cose, Latone costruisce alti muri che hanno la funzione di “calmare” la paura che Latone stesso, portatore di vita, ha del fratello (che, viceversa, è portatore di morte).

Rosso è mobile, distaccato, fluido. Il suo sguardo è puntato sul futuro, sul divenire. È dissacrante e iconoclasta. È ribelle, empio, nichilista, detesta l’ordine costituito e lavora per sovvertirlo. Ha pochi mezzi, ma compensa la sua povertà con un’intuizione fenomenale, spesso prodigiosa. Rosso non conosce la paura e spinge in avanti in modo spietato e inesorabile, al contrario del fratello che, viceversa, oppone resistenza.

In questo modo, le due forze a turno si sopravanzano, conferendo alla vita il tipico incedere diastolico (espansione, riscaldamento, progresso) e sistolico (contrazione, raffreddamento, ripiegamento verso il passato).

Ora, il problema è il seguente: a cosa sono applicate le due forze primigenie? La risposta è relativamente semplice, giacché esse sono applicate all’Io osservatore che, tuttavia e in tale caso, fa un tutt’uno con il c.d. Punto d’Unione (PU) (per il concetto di Punto d’Unione, oltre a Castaneda, vedi Keter di prossima pubblicazione).

L’insieme dei due draghi è una forza che, unitamente al Centro Mentale, agisce di continuo sul PU determinandone la posizione e, di conseguenza, definendo l’ambito percettivo dell’individuo; per questo ho definito l’essere umano come di un incidente semantico (forza neutralizzante) determinato dall’incrocio del flusso vitale (forza attiva) proveniente da Keter e dalla resistenza (forza passiva) a questo opposta dell’archetipo Mente. Tutto ciò determina un ambito sul quale s’innesta l’intera storia personale di ciascuno e che, a mente del meccanismo descritto, disegna un processo evolutivo talmente lento da essere di fatto impercettibile.

Dentro questo specifico ambito e con riferimento all’azione dei draghi, il pattern agente è (quasi) esattamente quello di Sisifo, primo re di Corinto. Sisifo è l’uomo scaltro che inganna gli dei e che, per questo, è condannato da Zeus a spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Quando, però, il masso arriva in cima, rotola nuovamente sino alla base del monte. E Sisifo deve ricominciare tutto dall’inizio, per l’eternità.

Ora e sostituendo opportunamente i termini all’interno dell’equazione, avremo che Sisifo è Rosso, la gravità è Latone e il masso è l’Io Osservatore.

In tal modo, Rosso spinge la percezione che si sposta fino al punto nel quale l’azione di Rosso cessa per l’esaurimento dell’energia disponibile. A questo punto, Latone è libero di esercitare tutto il suo potere nel tentativo di riportare la percezione nella posizione primitiva.

Tentativo destinato, tuttavia e in parte, a fallire perché la percezione, una volta spostata, non torna mai nella medesima posizione dalla quale è partita. In condizioni “normali”, arriverà molto vicino, ma è escluso che possa tornare nell’esatto punto di partenza ed è proprio questo minuscolo iato psichico che concreta lo pseudo processo evolutivo sopra accennato.

Si pensi, ad esempio, alla fase dell’apprendimento (uno degli aspetti più complessi del processo percettivo). Apprendere cose nuove è azione propria di Rosso. Viceversa, rilassarsi, distrarsi, riposare sono tutti aspetti dell’attività di Latone. Nel mezzo l’io osservatore che, dopo la fase di apprendimento, sarà cambiato rispetto a quello che era prima del lavoro compiuto. Cambiato in termini di consapevolezza acquisita, ovviamente, perché lo scopo del CP è precisamente quello di produrre consapevolezza.

Dovrebbe anche essere chiaro che la fattispecie esposta riguarda un percorso molto ben conosciuto, un iter che potremmo definire legale poiché sta dentro l’esperienza umana così come la conosciamo, un’esperienza che trova il suo limite superiore nella sofferenza che il processo descritto porta con sé (oltre un certo limite, la sofferenza minaccia di uccidere l’individuo), ma nulla vieta di immaginare lo stesso meccanismo applicato a esperienze diverse. Tutto sta nella libertà della quale Rosso può disporre (cosa che, a sua volta, dipende in buona parte dal grado di lucidità del centro mentale e dalla capacità del singolo di ignorare la sofferenza).

In ogni caso, il meccanismo descritto è alla base dell’unico lavoro compiuto dal Campo Psichico: la produzione di consapevolezza (sul perché ciò avvenga, vedi La Teologia della Liberazione e Keter). Qui, mi soffermerò brevemente proprio sul concetto di CP, perché trattasi, in ultima analisi, del luogo nel quale ogni cosa accade, al punto che ogni oggetto materiale, dal nostro corpo all’intero macrocosmo, è una conseguenza diretta dell’attività che si consuma nel CP stesso. Un’attività che potremmo ben definire come la lotta perenne fra Rosso e Latone.

Il CP è anzitutto individuale, nel senso che ciascun vivente ne produce uno. Potrei dire ogni “essere vivente” e sarebbe corretto. Tuttavia, il CP prodotto dall’uomo grazie al Centro Intellettuale è di qualità e dimensioni non commensurabili con quello delle altre specie animali e vegetali. Ne consegue che ci concentreremo esclusivamente su questo.

Come dicevo, il CP è anzitutto individuale ed è caratterizzato da un’enorme adattabilità. Vorrei rilevare la sostanziale identità fra ciò che qui è indicato come Campo Psichico e quanto descritto in Keter nel capitolo dedicato alla percezione, in particolare a proposito della distinzione proposta fra attenzione e consapevolezza. Sostanzialmente, entrambi questi “oggetti” possono essere descritti come modi di funzionamento del CP. In specifico, la consapevolezza è l’aspetto radiale e statico del CP, mentre l’attenzione ne è la parte vettoriale e dinamica.

Da notare, poi, che sia la consapevolezza, sia l’attenzione sono specializzazioni del CP. Nel neonato, infatti, nessuna delle due è presente, ma entrambe si formano in seguito grazie sia al processo educativo sia, più in generale, alle esperienze di vita.

La cosa interessante è che formazione e crescita di queste due funzioni nascondono il CP all’io osservatore, poiché esse diventano “tutto quel che c’è”. L’individuo sente d’essere consapevole ed è capace di dirigere la propria attenzione in vari modi, ma non va oltre a questo. La conseguenza è che il CP che genera le due funzioni resta invisibile e, di fatto, negato.

La verità, tuttavia, è che il CP non smette d’esistere e d’essere fonte d’ogni fatto e/o oggetto che popola la c.d. real life giacché esso è l’acqua madre nella quale prende forma ogni concrezione virtuale prima nell’ambito psichico e immediatamente dopo in quello fisico. Il meccanismo, almeno concettualmente, è semplice: l’asimmetria dei draghi crea il CP il quale genera consapevolezza e attenzione le quali, a loro volta, generano l’universo psichico dell’individuo. Ed è da tale universo psichico che deriva e prende forma l’intera realtà fisica, dalla singola concrezione neurale, all’intero soma e sino agli oggetti del mondo esterno. Anche se qui, le cose si complicano poiché l’umanità è fatta di una molteplicità d’individui.

Tuttavia, prima di trattare questo specifico livello di complessità, è necessario indicare un’altra peculiarità del CP, ossia la forza esclusiva del suo “scopo nativo”. In altre parole, non è possibile usare il CP per uno scopo diverso dalla produzione di consapevolezza e tentare di farlo conduce l’individuo alla nevrosi prima e alla psicosi poi (per chiarezza e a proposito della distinzione fra nevrosi e psicosi, adotto il criterio indicato da Jung: nella nevrosi lo specchio della coscienza è ancora integro, nella psicosi è andato in pezzi).

È, inoltre, vero che tale scopo nativo resta, al pari del CP, nascosto all’individuo e questo è sempre un problema per il singolo il quale è tendenzialmente indotto a convincersi di non averlo uno scopo. Ciò si traduce nella certezza, in parte giustificata, di una diminuzione della propria capacità di sopravvivenza … se non riesco a indirizzare univocamente le mie energie, fatalmente le disperderò rendendo precaria la mia capacità di sopravvivere. È evidente che questo fatto, da solo, è in grado di produrre nevrosi. Ed è altrettanto evidente che, almeno per la grande parte dei viventi, questo è un problema che deve trovare una soluzione accettabile.

Ora, unendo questa percepita mancanza di scopo alla cennata adattabilità del CP, è facile comprendere come tale soluzione stia nella scelta di unirsi in gruppo nel tentativo evidente di generare una struttura psichica capace d’avere uno scopo qualunque come attributo nativo. Tentativo che spesso (non sempre) ha successo proprio grazie all’adattabilità del CP e che determina il (parziale) fondersi dei singoli CP in oggetti psichici più grandi (di solito maggiori della somma delle loro parti) e che nella tradizione magica medievale erano chiamati eggregore o egregore (ἐγρήγοροσ, “vigilante”, “sveglio”).

Sul Filo del Rasoio, tale termine è riesumato ed è usato per indicare ogni CP diverso da quello individuale come, ad esempio, una famiglia, un clan, un gruppo di amici, un’associazione culturale, una società commerciale, tutti gli individui che abitano una città, una regione, uno stato o un continente. In definitiva, una serie d’insiemi psichici, in rapporto fra loro da “contenuto” a “contenente”, a loro volta tutti contenuti nel super-insieme dell’eggregora umana.

Come detto, ciò che caratterizza un’eggregora è l’esistenza di uno scopo comune a tutti i membri dell’eggregora stessa e non è necessario che tale scopo sia dichiarato. Una famiglia o un clan, ad esempio, non hanno scopo dichiarato, tuttavia ogni membro ha bene in mente la necessità della sopravvivenza e, magari, della supremazia della propria eggregora rispetto ad altri insiemi simili.

Così, ciò che possiamo provare a dire di un’eggregora è che, nonostante sia essa stessa un campo psichico, svolge un compito diverso e più specializzato rispetto al CP dell’individuo. Se quest’ultimo, infatti, produce consapevolezza e lo fa in modo “nativo”, immediato ed esclusivo, l’eggregora esprime direttamente l’aspetto sociale dell’uomo, ossia l’esigenza, profondamente avvertita dai più, di creare qualcosa che superi ciò che ciascuno fa in modo paradossalmente inconsapevole durante ogni giorno della sua esistenza.

Alla luce di quanto detto sopra, quindi, potremmo descrivere l’eggregora come un Campo Psichico complesso che non crea consapevolezza, bensì usa la consapevolezza creata dai singoli membri al fine di raggiungere un obiettivo comune: lo scopo del gruppo sociale. Questo, ovviamente, ha un prezzo che può anche essere molto elevato ma che, almeno riguardo allo scopo, comporta la prevalenza dell’interesse primario dell’eggregora sugli interessi individuali dei singoli membri.

Da qui la non rara presenza, all’interno delle eggregore, di azioni sacralizzanti (rituali, giuramenti, promesse solenni, etc.) tese a stringere la rinuncia da parte del singolo alla propria autonomia intellettuale, emotiva e, a volte, persino fisica (si pensi alla clausura, ad esempio). In questo modo, le eggregore diventano molto potenti e capaci di modificare molto profondamente la virtualità, poiché ereditano, oltre che le proprietà essenziali, una parte rilevante del potere creativo del singolo.

(continua…)

Honros (30/06/2015)

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Le persone spesso si spaventano per quello che dico e che scrivo perché temono, a ragione, che uccida i loro sogni. E nessuno rinuncia facilmente ai propri sogni perché l'illusione che esista qualcosa di misterioso e potente dal quale dipendono i nostri destini, qualunque forma o dimensione abbia, permette loro di continuare ad ignorare il fatto d'essere loro stessi i creatori di tutto quanto li circonda. Io, però, non mollo. Forse, perché seminare il panico, in fondo, mi piace.

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