Thursday, 18/7/2019 UTC+2
IL SAPERE
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La Subdola Morale dell’Aiuto

La Subdola Morale dell’Aiuto

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Nel 1845 Henry D. Thoreau scriveva: “se sapessi per certo che qualcuno sta venendo a casa mia col deliberato intento di farmi del bene, fuggirei a gambe levate.”

Buone intenzioni ma esiti disastrosi? Si riferisce a questo il simpatico Henry?

Perché viene detto che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”?

A questo punto occorre forse esaminare più da vicino il concetto di “fare del bene” e “aiutare il mio prossimo”.

Partiamo da un esempio concreto. Mettiamo il caso che io debba mettere in ordine il mio appartamento. Parlo al telefono con una persona amica che, venuta per caso al corrente di questa mia intenzione, offre la propria disponibilità ad aiutarmi. All’inizio potrei forse sentirmi sollevato avendo un aiuto in un’incombenza che non rientra tra le mie operazioni preferite; oppure potrei sentire una vocina dentro la testa, attento, questo lavoro,  racchiudibile in un arco di tempo ben definito, potrebbe subire inaspettate e non del tutto gradite modifiche temporali e sostanziali….

Ma l’amica insiste, o peggio, si presenta nonostante i miei dinieghi. “Allora”, esclama entusiasta, “da dove cominciamo?”. E tu le rispondi: “occorre sicuramente spazzare il balcone, spolverare i mobili, lavare i piatti, scrostare il lavello….”. L’amica, come se tu non avessi aperto bocca, interviene:  “io sono un’esperta nel riordino degli armadi!! Sono bravissima a sistemarti i vestiti nel modo più preciso e logico possibile, vedrai, dopo avrai un armadio perfetto!! Mi metto al lavoro immediatamente”. E mentre tu provi a spiegarle che quello non è un lavoro necessario e neppure utile, comincia a smontarti l’armadio, commentando ogni capo, piegandolo a modo suo, scartando ciò che secondo lei non va, mentre a te resta comunque da fare il vero LAVORO. In fin dei conti, maneggiare capi profumati è più gradevole che mettere le mani tra la polvere o dentro l’acqua sporca…

Se provi a farle notare che non gradisci quel tipo di intervento nella tua privacy, sul viso le comparirà improvvisamente una smorfia deformante, simile a quella presente su certe maschere…

Si può definire l’intervento dell’amica un AIUTO? Sicuramente si, dal suo punto di vista. Alla fine della giornata, l’amica esclamerà soddisfatta: “ho faticato ma adesso hai l’armadio bello sistemato. Non sei contento? Meno male che hai un’amica esperta come me e che avevo il pomeriggio libero per poterti aiutare! La prossima volta avvisami con qualche ora di anticipo però, perché ho dovuto lasciare casa mia in disordine per venire qui ad aiutarti…”.

Il lettore perdoni il carattere macchiettistico dell’esempio, creato ad hoc per esemplificare il modo in cui si presentano solitamente le offerte di aiuto.

La psicologia sottesa a questo tipo di esempi/aiuti?

Ti aiuto se mi piace farlo. Ti aiuto perché sono esperto. Ti aiuto a fare quello che mi gratifica. Ti aiuto così poi mi aiuterai e/o ringrazierai per sdebitarti. Ti aiuto perché, in ultima analisi, mi fa sentire meglio.

Si sa, soltanto gli ingrati, i superbi, i presuntuosi non chiedono e non riconoscono il valore dell’aiuto che qualcun altro può fornirgli.

Poco importa che alla persona non servisse la mia abilità e che questa la abbia addirittura danneggiata; che in realtà ci fosse bisogno di svolgere un compito ingrato; che chi abbia tratto maggior giovamento dall’aiuto sia stato proprio l’aiutante più che l’aiutato.

Se offro il mio aiuto soltanto in ciò che so fare meglio per sentirmi vivo, e addirittura pretendo un ringraziamento, allora forse la parola AIUTO è corretta soltanto se la riferisco a me stesso. Penso di aiutare un altro, ma sto aiutando me stesso a stare meglio, e l’altro è soltanto un mezzo per questo fine.

In tali condizioni, l’aiuto viene a mancare delle sue condizioni essenziali per poter essere definito tale: l’offerta incondizionata e la considerazione del mio prossimo come un essere libero, che ha il sacrosanto diritto di essere e agire a proprio modo.

Potremmo ancora continuare, stando così le cose, a chiamarlo ALTRUISMO? O forse il termine più corretto sarebbe quello ai suoi antipodi…EGOISMO?

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L’altruismo ci propone sempre il trascendimento dell’ego grazie all’aiuto dell’ALTRO: “dai non essere egoista, pensa anche agli altri..”; oppure: “ma io l’ho fatto per il tuo bene, perché volevo aiutarti”.

Ma come fa a esistere un ALTRO se non in relazione al mio EGO? Chi ha trasceso l’ego, non ha forse trasceso anche l’altro? Se non sono egoista, come faccio a essere altruista? L’ALTRO esiste soltanto in relazione a un ego, mai di per sé.

Dare linfa all’oggetto, all’altro che voglio aiutare, è sempre un pompare il soggetto. Non c’è tu senza io. L’istanza dell’altruismo si rivela dunque pregna di ignoranza circa la natura della sua stessa pretesa. Chi più vuol essere altruista, chi più fa il bene degli altri, in realtà è il vero egoista, che ha bisogno dell’altro per masturbare la propria personalità.

Purtroppo le parole oggi hanno perso parte del loro valore, e ognuno è un azzeccagarbugli, che con le proprie convinzioni chiama ogni cosa come gli pare.

“Per chi è sveglio il mondo è uno e comune, ma nel sonno ciascuno vive nel proprio mondo” Eraclito

Alcuni studiosi hanno osservato che i dormienti sono simili ai malati psichici, che vivono in un mondo altro da quello condiviso nella “normalità”. Chi dorme è immerso nel proprio mondo, e non coglie che quello. Ma in fondo ogni uomo è coestensivo al proprio mondo: “il mondo è una mia rappresentazione”, come ha detto Arthur Schopenhauer.

La questione si complica ulteriormente quando l’”aiuto” acquisisce marcate coloriture morali che lo associano all’idea di “fare del bene”. Il presunto spessore morale di questa azione rende spesso ideologica e quindi più violenta e fanatica l’azione, o reazione, del benefattore.

Inoltre è facile constatare che l’aiuto fornito è spesso stereotipato, e corrisponde perfettamente a certi canoni sociali facimente riconoscibili. La persona raramente fornisce il “proprio” aiuto, ovvero mette in gioco se stessa e le proprie capacità; nella maggior parte dei casi veicola passivamente un modello predefinito che ha assimilato come CORRETTO, GIUSTO e ADEGUATO, l’unico in grado di confortarlo sul fatto di essere in regola con quanto fanno gli altri, e dunque all’interno del recinto di sicurezza e comfort della società.

Si entra così nella sfera del “si dice”, “si fa così”, nella chiacchera, nella dimensione del “si”, che secondo il filosofo Martin Heidegger incarna perfettamente il conformismo ad ogni livello.  Il “si dice”, “ si fa così” libera l’uomo dal fardello di ogni responsabilità, dal peso della decisione, della ponderazione individuale. Si fa così semplicemente perché tutti fanno così, quindi di conseguenza sarà giusto. L’uomo è rassicurato da tale dimensione, ha l’impressione di ricevere un’identità, di sapere cos’è il mondo,di  occupare un posto sicuro nell’universo. Eppure dovremmo chiederci se il senso di appartenenza e sicurezza vale la pena di rinunciare al libero pensiero, al tuffo verso l’ignoto che ognuno ha dentro..

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Il vero problema, spiega bene il nostro Martin, non è l’utilizzo del “si”, poiché per sopravvivere nella società esso può essere molto utile. Il problema è l’utilizzo inconsapevole di esso, il fatto di renderlo il proprio stile di vita. L’uomo cala il conformismo completamente nella propria vita, abdicando totalmente alla scelta della riflessione interiore, in ogni ambito. Scompare la distinzione tra interno ed esterno; si segue il “si dice” perché non esiste un’alternativa, neppure nei propri sogni, nel proprio pensiero, neppure in negativo. In questo modo la vita diventa sempre più inautentica, fino a essere soltanto una squallida ripetizione di un copione scritto chissà dove, da chissà chi, dal lieto fine forse, ma privo di anima.

Non è un caso che Heidegger sia giunto a simili conclusioni osservando l’umano consesso ma anche riflettendo sull’opera di un altro grande pensatore, Friedrich Nietzsche, uno dei più sottili chirurghi dell’umana psiche.

Nelle sue riflessioni Nietzsche sottolinea che chi intende compiere del bene, solitamente in nome di un pomposo ideale socialmente riconosciuto, è in realtà l’apologeta e al contempo la vittima di una morale corrotta: la morale dei servi, la morale di chi non ha forza e coraggio di affrontare la vita, di chi non sa autodeterminarsi, e ricerca dunque fuori di sé il metro per giudicare ogni cosa, l’istinto di cui difetta per prendere di petto il mondo, e lo trova in arbitrarie regole sociali che gli danno sicurezza contro ciò che più teme. I servi hanno paura della morte, del dolore, della libertà, di tutto ciò che è caos, e che Nietzsche definisce il dionisiaco.

Ma non tutti gli uomini sono passivi di fronte alla paura, succubi del lato prorompente dell’esistenza: esistono uomini in grado di cavalcare la tigre, e questi sono gli uomini forti, dallo spirito nobile. Pochi sono i forti e molti i deboli. “Molti sono i portatori di ferule, ma pochi sono i Bacchi”.

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La differenza tra essi rende i primi signori e i secondi gregge per diritto di natura. Il gregge teme e odia i signori: cova un forte spirito di risentimento, di vendetta.

“Ecco la tana della tarantola ! Vuoi vederla tu stesso? Qui pende la sua ragnatela : toccala, che frema. Eccola venire docilmente; e io so anche che cosa si annida nella tua anima . Vendetta si annida nella tua anima! Così io parlo per similitudine a voi, che fate venire le vertigini alle anime, voi predicatori dell’uguaglianza ! Tarantole siete voi per me, e in segreto smaniose di vendetta !”

L’invidia verso chi è in grado di compiere ciò per cui loro sono troppo codardi diventa lacerante. I molti si uniscono: forti semplicemente del loro numero, sovvertono la morale naturale dei signori, sostituendola con la loro morale degenerata, cui pongono una maschera di bontà e altruismo.

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I deboli verranno considerati in questa nuova morale i depositari delle virtù, anziché dei peggiori difetti che umiliano la stirpe umana; i forti, che non intendono piegarsi alla viltà, verranno considerati superbi e prepotenti, oppressori dei deboli.

La maggiore esemplificazione di tale degenerazione è stata secondo il filosofo tedesco la morale cristiana. Cristo e il pensiero cristiano non potrebbero essere più agli antipodi, poiché dal punto di vista nicciano egli fu un forte, un fuoriuscito dal gregge. In tempi più recenti, come esempi di morale degenerata, Nietzsche individua il socialismo e la democrazia occidentale. In generale ogni pensiero che predichi altruismo, compassione, bontà, condivisione, indulgenza e comprensione è in realtà una morale del risentimento abilmente mascherata, pensata per domare e livellare i forti. D’altra parte cotanta bontà ha il suo oscuro contraltare: etichette con sensi di colpa, giudizio ed errore incombono su chi non si allinea con l’altruismo e lo spirito di gregge.

Non può esservi altro valore che quello che mi creo da me stesso: chi intenda negarmi questa prerogativa è senz’altro un servo, poiché nessun uomo interiormente libero costringerebbe un altro a reprimere la propria energia vitale per seguire delle regole esteriori che soffocano tale libertà, e renderlo uguale ad un altro.

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Cosa fare per sfuggire alla prigionia di un recinto già costruito?

La pesantezza delle regole, dei valori, degli idoli, non si sconfigge con la collera, ma col riso. Lo spirito di gravità non si sconfigge con la lotta, né unendosi con la scusa dell’aiuto in anonime e amorfe masse, ma con la danza del singolo.

Ed è danzando con leggerezza, volando sopra ogni cosa come una farfalla, che l’uomo può operare la trasmutazione di tutti i valori, giungendo al di là del bene e del male.

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Al crepuscolo degli idoli mi rendo conto che io, l’uomo, sono l’unico a poter stabilire un punto di riferimento per me stesso, la stella polare che mi guidi nel mio cielo interiore.

Tale razza di uomini è ancora da venire, eppure il loro giorno albeggia già in lontananza. Albeggia, ma solo  per chi ha occhi per vedere. Thoreau ha scritto: “per noi spunta solo quel giorno al cui sorgere siamo svegli”.

Si può ipotizzare che la meschinità dell’aiuto verrà spazzata via da tale razza. L’egoismo, ovvero il sacro diritto di ogni uomo di dirigere la propria vita in accordo col proprio nume, verrà finalmente riconosciuto come la bussola che gli consentirà di orientare liberamente il suo stesso caos, dando forma alla propria potenza.

Quel che l’uomo nuovo avrà raggiunto sarà suo di diritto, poiché sarà stato ottenuto con le sue forze. Uguali saranno coloro che si riconosceranno dallo sguardo, immersi in questa continua sfida con se stessi e per se stessi. E nessuna aquila dovrà rendere conto agli struzzi di essere volata troppo in alto.

Valentina C. (11/08/17)

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