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La Scienza dell’Amore [R]

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Esoterismo e Poesia

Vi è un filo conduttore, un filo rosso nella letteratura, nell’arte e nella poesia che unisce l’Oriente all’ Occidente e viceversa. Una sapienza ancestrale si cela sotto espressioni simboliche: celata in multiformi  immagini, miti e allegorie, viene insegnata, tramandata ed elogiata un’unica idea, una sola identica Filosofia o visione.
Spesso la filosofia, la letteratura, la poesia vengono impartite e volgarizzate come frutto dell’estro soggettivo di un particolare tipo umano.
In realtà si tratta di mezzi espressivi che trascendono l’aspetto tecnico e mentale. Filosofia e Poesia in antichità erano considerate doni divini medianti le quali erano date all’Uomo le chiavi per la Conoscenza di se stesso.
Nell’era del più becero materialismo, della banalizzazione superficiale di ciò che è Sacro e profondo, i Simboli di tali discipline hanno spesso perso il loro spessore. Ma ciò accade soltanto per chi non guarda al di là delle apparenze, al di là di motivazioni personali o settarie, al di là di interpretazioni parziali, al di là di ciò che vorrebbe appiattire l’uomo su una sola dimensione, come scriveva Herbert Marcuse negli anni Sessanta.
Chi voglia esaminare con sguardo limpido e spirito critico quella letteratura che oggi ci viene propinata come relitto noioso ed erudito dei tempi che furono potrebbe, invece, trovare un vero e proprio tesoro. Numerosi poeti, filosofi, pensatori, hanno nascosto ai profani la gemma più preziosa delle proprie ricerche. Tale nascondimento ha avuto luogo in maniera singolare. Sotto un’apparenza quasi banale o persino triviale, si trovano spesso tesori di inestimabile bellezza. Come disse Platone a proposito del suo maestro, Socrate: si può essere tanto brutto esteticamente e fastidioso nel punzecchiare il suo interlocutore, quanto bello dentro e capace di rigenerare lo sguardo dell’allievo capace di superare le apparenze. Ma la bellezza nascosta viene raggiunta soltanto da chi non demorde e segue le piccole tracce che mostrano una discordanza rispetto all’interpretazione banale di ciò che ci viene proposto. La pietra scartata dal costruttore è divenuta testata d’angolo, si dice nei Vangeli. Così una piccola discrepanza nello stucco, nel rivestimento superficiale, conduce a uno scavo che può rivelare le fondamenta di un edificio millenario, e al suo interno un tesoro inaspettato.
Uno degli esempi più importanti è quello relativo a Dante, grazie al quale l’italiano risulta essere una delle lingue più amate del globo.
La Divina Commedia è un capolavoro del tutto incompreso, ma la forza della sua inesplicata bellezza non smette di rapire gli studiosi, che nonostante mattoni dotti ed eruditi, nelle loro interpretazioni continuano a mancare il cuore pulsante del divino poema. Tutti abbiamo letto qualche endecasillabo di Dante. Spesso viene spacciato come poeta che sintetizza semplicemente il pensiero della sua epoca, molti passaggi vengono spiegati in maniera storica, o nozionistica. Ma perché un uomo dovrebbe gettare la sua vita nel comporre delle opere erudite di difficile costruzione e comprensione? Perché fare il riassunto del sapere di un periodo storico in maniera misteriosa quando tutto potrebbe essere scritto in maniera più semplice e diretta? Le numerose interpretazioni lasciano il tempo che trovano. Tuttavia alcuni studiosi hanno cominciato ad analizzare alcuni aspetti della sua poesia che mostrano delle affinità con altre correnti diversamente collocate nello spazio e nel tempo. Da Rumi e Hafez, al Cantico dei Cantici, ai dialoghi platonici, a Gibran e Tagore, a Guinizzelli e Petrarca.  Un grande viaggio che attraversa la  Filosofia greca, la Persia e il sufismo, giunge ai Catari francesi, passa per i Templari, e segna la nascita della letteratura italiana, dalla corte palermitana di Federico II alla poesia toscana di quelli che verranno chiamati Fedeli d’Amore. Si tratta ovviamente di un elenco esemplificativo. Da Giovanni Pascoli a Gabriele Rossetti, alcuni studiosi durante l’Ottocento cominciarono ad esporre le proprie perplessità sulle interpretazioni più diffuse di queste opere in ambito occidentale. L’autore che compendia in maniera chiara e completa la storia di questa teorie e l’importanza di una tradizione diversa è senz’altro Luigi Valli, che redasse nei primi decenni del Novecento “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”.
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Perché un linguaggio segreto? Cosa c’entra con la poesia che un uomo dedica a una donna? Solitamente queste poesie vengono considerate banali esternazioni romantiche di uno zuccheroso amore di coppia. Beatrice, Laura, Nizam. Ma la lettura attenta di queste opere, incluso il Cantico dei Cantici, mostra che si tratta di donne molto strane. In realtà non somigliano affatto a delle donne. Probabilmente se fossero state dedicate a delle vere donne, queste avrebbero potuto offendersi; è stato inoltre mostrato che il termine donne viene spesso usato dal gruppo dei poeti toscani dello stilnovismo in riferimento a se stessi. Per quale motivo essi avrebbero dovuto farsi chiamare donne dai propri amici?
Ecco che abbiamo dunque un’incrinatura nella copertura dell’edificio. Il piccolo dettaglio, la discrepanza o contraddizione suscita la necessità di approfondire la ricerca. In questo modo comincia ad apparire evidente che Dante e i suoi, come anche i suoi corrispettivi orientali, utilizzarono un linguaggio cifrato. La donna non è la donna. Il fedele non è il fedele. Il fiore non è un fiore. Tutto ha un significato particolare, nascosto, da decifrare, che soltanto chi ha la chiave può risolvere. Chi è fedele d’amore può comprendere quel linguaggio,gli altri si fermeranno alle bislacche apparenze del codice. L’amore per la donna esprime dunque un Amore di tipo ben diverso: la donna è la Sophia, la sapienza. In questa prospettiva, le descrizioni contenute in queste opere rivelano appieno il loro carattere esoterico, nato probabilmente anche per motivazioni storiche: la persecuzione da parte della Chiesa delle eresie. Dopo lo sterminio in Linguadoca degli Albigesi, coloro che professavano una diversa visione di certe realtà ebbero necessariamente bisogno di ricorrere a mascheramenti e sotterfugi per sottrarsi alla scure impietosa del boia.
Ma al di là della contingenza storica, si può ipotizzare che certi saperi necessitino in ogni caso di un linguaggio allusivo. Non tutto si può dire chiaramente, come si pensa oggi. Non perché sia vietato dirlo o si preferisca tacere: ma perché è strutturalmente impossibile parlare di ciò che trascende le parole.  Nella Settima Lettera così Platone parla della Conoscenza Suprema: “questo tuttavia io posso dire di tutti quelli che hanno scritto e scriveranno dicendo di conoscere ciò di cui io mi occupo: che non capiscono nulla, a mio giudizio, di queste cose. Su di esse non c’è, né vi sarà, alcun mio scritto. Perché questa non è una scienza come le altre: essa non si può in alcun modo comunicare, ma è come una fiamma che si accende da un fuoco”.
Si può dire una fiamma? No. Si può solo alludere ad essa, con un’immagine. Ed è proprio quello che hanno tentato di fare tutti coloro che hanno scritto di essa, descrivendola come una donna sapientissima, come una guida, come la Suprema Sapienza o Conoscenza.mysticrose-300x279-300x300
Il riferimento alla Sophia appartiene a una conoscenza che si tramanda da secoli in cerchie che attraversano la storia senza fare troppo clamore, seminando piccoli segni per chi non si ferma alla apparenze e si sofferma a seguire quel filo rosso che unisce i sapienti di tutte le epoche.
Valentina C. (12/10/2016)

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