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IL SAPERE
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La Motivazione all’Apprendimento in Epoca Romana

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La Motivazione

La motivazione che portava i fanciulli romani ad approcciarsi con la cultura, era dettata essenzialmente dal bisogno di primeggiare, di sentirsi grandi e potenti, giacchè l’Impero raggiungeva i confini più estremi del mondo allora conosciuto. C’era davvero poco spazio dunque nell’antica Roma per dedicarsi alla filosofia, anche se non mancavano rappresentazioni teatrali di alto livello e digressioni oratorie come quelle rese celebri da Cicerone.

Quella romana è una civiltà prevalentemente agreste e militare, nella quale il pater familias  e la patria potestas non si traducono solo nel ruolo maschile, nella sostanziale sudditanza della donna (pur con notevoli eccezioni), nel riconoscimento del figlio come una forma di proprietà e nel  modo di educare i ragazzi, ma anche nel modo più ampio di concepire i ruoli sociali e le leggi. Quella romana è dunque una società profondamente stratificata, caratterizzata dalla presenza di schiavi e da una cultura apparentemente diffusa, specie nelle città, ma gestita da una minoranza.

L’importanza stessa attribuita al valore dell’istruzione era proporzionale allo sviluppo cronologico corrispondente ai tre cicli fondamentali: scuola primaria, scuola della grammatica ed istruzione superiore. Fino ai sette anni di età il bambino viveva in famiglia con l’intervento educativo offerto dai genitori e da coloro che facevano parte dello stesso nucleo familiare, in senso allargato, ovvero tutti coloro che abitavano in comune all’interno di una residenza. In generale non si tendeva ad isolare il fanciullo, ma a portarlo a contatto con la società e con l’ambiente circostante, in modo da sollecitarne l’interesse e la motivazione allo studio per la vita pubblica (elemento fondamentale per ogni cittadino romano) e ancor più per la res publica.

Nella scuola il maestro, ludi magister, primus magister aveva principalmente la funzione d’insegnare la lettoscrittura con abecedarii, syllabarii e nominarii che già nel nome indicano la successione dell’apprendimento. La mancanza di uno stato giuridico, il carattere privato dell’insegnamento, l’origine sociale molto modesta del ludi magister, l’ambiente di lavoro ed i metodi utilizzati (basati sulla ferrea disciplina, nei confronti del discente e del maestro stesso), ne rendevano  precaria la professione e di certo non appetibile né prestigiosa. Chi accettava l’incarico pertanto lo faceva solitamente dalla propria condizione di schiavo o liberto.

Come per tutto il mondo classico, la scuola primaria non aveva dunque una propria fisionomia socioculturale; mentre un ruolo più importante aveva il grammaticus, perché nella scuola di grammatica l’arco delle discipline e delle attività culturali era più articolato e sistematico: grammatica appunto, letteratura, musica, logica, geometria, astronomia. L’attenzione maggiore avveniva però sullo studio del linguaggio, sulla corretta pronuncia, sulla capacità di comprensione del testo e sull’uso corretto di termini, nonché sull’approccio storico e letterario.

Si sa che nella cultura romana la filosofia e la scienza non costituirono un polo molto importante; la tecnica costruttiva di acquedotti, ponti, strade e l’arte militare, propriamente detta, portarono invece alla nascita del genio militare che si occupava di progettare, d’individuare e realizzare altresì tattiche belliche da abbinare a costruzioni militari e civili. L’arte militare, compresa quella marinara, assunse pertanto in tempi diversi un grado di specializzazione notevole, così come le conoscenze applicate all’urbanistica, tramandate oralmente in modo pratico direttamente nell’ambiente stesso di lavoro.

Tali capacità tecnologiche raggiunsero gradi di così elevata raffinatezza, che ancora oggi alcuni edificazioni sono ammirabili per la loro solidità e per il grado di competenza ingegneristica di cui sono parte testimoniante.

Circhi, terme, teatri, fori, templi, arene avevano un carattere pubblico e costituivano, di fatto, luoghi e momenti di socializzazione, formazione e d’informazione. E’ bene sottolineare questi temi per collocare la cultura romana nel suo contesto, al fine di non perdere di vista quali fossero per i romani gli elementi strutturali importanti alla base della società.

Il grande pubblico era dedito perlopiù ai giochi o all’ozio. Interessante a questo punto il pensiero di Cicerone:

“Nessuno dubita che la natura abbia provveduto affinché sia gli uomini sia tutti gli animali desiderino fare sempre qualcosa. È facile capire ciò nei primi anni di vita dei bambini. Infatti non possono fare a meno tutti i vecchi filosofi che riflettono sui bambini, che nella fanciullezza la volontà si possa conoscere in modo molto semplice. Vediamo dunque che non si può certamente impedire ai bambini di muoversi. Ma quando i bambini diventano un po’ più grandi, si rallegrano con i giochi e quel desiderio di fare qualcosa cresce insieme all’età. Tuttavia tutti vogliamo sempre godere di un riposo tranquillissimo. (..) Gli uomini che stanno sempre senza far nulla, dotati di una singolare inerzia, tuttavia si muovono sempre sia nel corpo che nell’animo e o chiedono qualche gioco o esigono un qualche discorso; quando non hanno i naturali diletti dal sapere, seguono qualche convegno e delle sedute. Che cosa però potrei dire degli uomini istruiti egregiamente? Sono ridotti all’inattività dall’occuparsi degli affari: non raggiungono mai piaceri preparati! Infatti gli uomini onesti o preferiscono fare qualcosa privatamente o si occupano dello stato o si danno completamente agli studi del sapere. Quelli sopportano preoccupazioni, sollecitudini e veglie, godono di un acuto ingegno e non cercano nessun piacere”.

Senza dubbio la vita pubblica, la lotta politica, la gestione dell’attività economica, il sistema istituzionale e giuridico, la stessa vita militare richiedevano persone culturalmente preparate soprattutto in grado di padroneggiare l’arte della dialettica; ovvero di conoscere a fondo da un lato le leggi e dall’altro, le tecniche per ottenere il consenso, per controbattere l’avversario, per difendere il cliente. Si spiega quindi come già nella scuola di grammatica si riservasse spazio all’invenzione, alla memoria, ai gesti come elementi importanti nell’impostazione di un discorso, che dovevano esser bene strutturati, per far impallidire gli avversari.

Il magister dicendi  era colui il quale aveva il compito d’insegnare l’arte della parola, anche se lo stesso Cicerone soleva fare una distinzione fra retorica e oratoria. Le qualità culturali, conoscitive, linguistiche, giuridiche e civili, proprie della seconda, esaltavano l’oratoria rispetto alla retorica, che era essenzialmente a carattere tecnico.

Il punto di riferimento era la tecnica di costruzione del discorso, della difesa, dell’orazione: il tutto richiedeva sia un insieme d’interventi linguistici, logici, conoscitivi, storici, letterari, giuridici, sia un approccio personale e sociale. Non erano tollerati difficoltà di linguaggio e di pronuncia, scarsa ricchezza lessicale e d’immagini da suscitare negli ascoltatori; anche l’insicurezza psicologica, come atteggiamenti superficiali e modi di porsi non-raffinati, l’incapacità di cogliere le reazioni e di favorire l’empatia coi temi trattati, erano elementi a sfavore di colui che voleva approcciarsi con tale Arte.

Si può dire che con Quintiliano (I sec. d. C.)  la cultura pedagogica romana raggiunga un notevole livello di affinamento sia psicologico che linguistico. Egli ne “L’istituzione oratoria” scrisse:

“Non tutti hanno la stessa intelligenza – voglio ammetterlo – ed i risultati saranno più o meno buoni; ma non si riesce a trovare nessuno, che con l’appassionata applicazione non abbia raggiunto una benché minima meta.” (*) Ancora: “I ragazzi quanto più sono piccoli d’età, tanto più agevolmente assimilano le nozioni più facili… si faccia in modo da favorire l’idea nel bambino che lo studio sia un gioco, lo s’inviti con dolcezza, lo si lodi.. in realtà come i recipienti dalla bocca stretta non accolgono il liquido versato in gran quantità in una volta sola, così si riempiano a mano a mano, pian pianino, una goccia alla volta, in modo da favorire la capacità ricettiva della mente dei discenti e di osservarne le modalità di ricezione. Ciò che è più grande della possibilità di essere capito, non penetrerà nelle loro menti e trasborderà”.

La Motivazione all’apprendimento era pertanto poco considerata nell’antica Roma : era il maestro che istruiva, instillando; il fanciullo apprendeva i modelli tematici, per imitazione e ripetizione.

Gutta cavat lapidem.  La “goccia” scava dunque e scende in profondità…

Cinzia Vasone 03/12/16

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Appassionata lettrice e studiosa di antichi misteri, è sulla scia del "Sacro Graal" in un cammino di crescita e profonda consapevolezza.

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