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La Costellazione del Drago riprodotta ad Angkor

La Costellazione del Drago riprodotta ad Angkor

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Angkor

Articolo di Mauro Paoletti per Edicolaweb

Angkor in sanscrito significa “la Città”, “la Capitale”, ed è indubbio che fu eretta da esperti ingegneri idraulici che sapientemente tracciarono un sistema idraulico efficiente per mezzo del quale accumulavano acqua durante il periodo delle piogge monsoniche, quattro mesi all’anno, per utilizzarla nel periodo di siccità. Una rigorosa geometria di enormi bacini rettangolari costruiti con dighe, terrapieni, canali, serbatoi per la raccolta delle acque e la scacchiera delle risaie chiamati Baray.
Angkor è un capolavoro avvolto dal mistero come lo è la sua estinzione. Inspiegabilmente la vita si è fermata come tutto si fosse tramutato in pietra, avvolta e nascosta poi da una lussureggiante vegetazione, evidenziandone il contrasto austero.

Tutta l’Asia è ancora un continente che fa del mistero la sua essenza, stimola la fantasia lasciando immaginare angoli colmi di tesori dimenticati e perduti, alla mercé di uomini pervasi dal fascino dell’avventura.
Sul territorio si contano cento santuari, alcuni dei quali raggiungono le dimensioni del tempio di Luxor in Egitto, distribuiti su ben 600 chilometri quadrati.
Un impero abbandonato da un popolo preda di una follia costruttiva disinteressato delle cose umane.
Il primo a fornire un resoconto di questo luogo fu a suo tempo Marco Polo alla fine del 1200 Ne parlò come di un centro religioso nel mezzo a una regione di risaie. Contò circa venti templi compreso il Bayon, descrivendolo con torri e tetti ricoperti di lamine d’oro, attualmente non più esistenti. Sui lati delle torri quattro facce gigantesche dagli occhi chiusi e un sorriso enigmatico e bonario.

I bassorilievi rappresentano le storie di corte insieme ai motivi epici dell’India antica.
Sono resoconti di una vita sfarzosa di un popolo libero di fare della satira, teso verso il progresso, ma in piena decadenza dovuta al prolungato momento di prosperità.
L’arenaria usata per la costruzione del tempio proveniva da terre lontane venticinque chilometri e considerando il peso notevole e il mezzo di trasporto che poteva essere usato, si può presupporre che siano state impiegate notevoli forze lavoro. Venivano usati grossi blocchi di pietra non cementati fra loro, ma tenuti da morsetti di metallo, formati di rame, oro, argento colato direttamente nelle scanalature predisposte in precedenza nella pietra. Ciò rendeva necessario l’uso di un forno portabile capace di fondere i metalli e quindi un livello tecnologico di gran lunga superiore a quello immaginato. L’uso dei morsetti è visibile nelle pietre di Puma Punku a Tiahuanaco, a Ollantytambo, a Dendera e a Sarnat in India, provando che era un uso comune di una antica civiltà.

Il dominio Kmer, che diede vita a tutto questo, fu di breve durata.
Verso l’anno mille a.C. il territorio fu invaso da Buddismo di Ceylon.
Mentre in Europa si commentava l’operato di Carlo Magno, nel 802 iniziava in Indocina con Giayavarman II il momento d’oro degli Kmer. Recenti ricerche hanno stabilito che il Bayon fu costruito nel 1181 e finito nel 1218.
La storia di Angkor inizia nell’anno 802 con Jayavarman II, che la edifica sull’altopiano del Kulen, unificando il popolo in una comunità religiosa e politica, che assimila le influenze della civiltà indiana. Il Phom Kulen è tra le poche alture che dominano la regione del Siem Reap, che offre immense e fertili estensioni alluvionali con corsi di acqua perenni. Vi è un lago tra i più pescosi del mondo, il Tonle Sape, oltre a ricche foreste cave di arenaria e miniere di ferro. Qui, sulla riva settentrionale del lago, viene fondata la capitale fornendola di una meravigliosa rete irrigua.

Di Jayavarman II è scritto che proveniva da una terra lontana, situata al di là del mare, ove aveva trascorso alcuni anni alla corte di un potente re conosciuto come il ” Re della Montagna”. REGNO DI AGARTHA???
Alcune iscrizioni lo indicano come un discendente di una razza pura, come quella dei seguaci di Horus, che produssero quella dei faraoni: Da non dimenticare la somiglianza fra i Maya e i Kmer, evidenziata da Michael Coc, esperto in materia.
Jayavarman II, quando arrivò in Cambogia, stabilì la capitale nell’antichissima città di Indrapura, frequentato luogo di studi religiosi; in seguito si trasferì verso nord nella pianura, ove adesso si trova Angkor, e fondò Hariharalaya, indicata sulle carte come Roluos.

Poi fu il tempo di Souryavarman II, che contribuì allo sviluppo di Angkor e fece erigere al centro del suo immenso impero la città santuario di Angkor Wat, considerata la più grande creazione architettonica di tutta l’Asia.
Con la scomparsa di Souryavarman II si aprì un lungo periodo di declino conflitti intestini e congiure di palazzo che minarono il regno, facilitando l’invasione e la conquista del vicino popolo dei Cham, i quali nel 1177 riuscirono a mettere a sacco la capitale. Dopo quattro anni di loro dominazione, Jayavarman VII riportò la Cambogia sotto l’amministrazione Kmer ristabilendo il suo dominio su l’intera Indocina.
Il paese riprese vigore e si trasformò in una estensione di edifici sacri, di ospedali (si dice ne facesse costruire ben cento), di ricoveri per i viandanti, di steli ed iscrizioni per lodare il sovrano.
L’arte Kmer raggiunse l’apice. Furono eretti il Bandeai Kdei, il Ta Prohm, il Preah Khan, con i loro labirinti che si addentravano nel cuore della foresta. Esplorazioni in loco hanno confermato l’esistenza di una vasta rete di passaggi sotterranei, di alcune decine di chilometri quadrati, la cui messa in opera non si può certo attribuire ai contadini Cambogiani.

Venne edificata anche la nuova capitale Angkor Thom; sull’antica traccia della città furono costruiti altri sedici chilometri di mura e cinque porte monumentali, il cui accesso era garantito da ponti con parapetti formati da 54 statue colossali, rappresentanti i demoni e le divinità intente a una specie di tiro alla fune con il sacro serpente Naga. Al centro della cinta muraria il Bayon con i 200 volti del Budda sorridente.
Gli sforzi per raggiungere tutto questo sfarzo dissanguarono il paese e i successori di Jayavarman VII non riuscirono a lasciare traccia del loro passaggio.
La caduta definitiva dell’impero avvenne nel 1431 con l’invasione siamese.
L’immensa rete idrica, priva delle adeguate cure, andò in rovina. La terra non offrì i frutti necessari al sostentamento della popolazione che finì per disgregarsi.
Le tribù Thai dell’ovest e il buddismo dell’est avanzarono verso Angkor; re Pona Yat decise di abbandonarla.
Molti lo seguirono nel luogo ove oggi si trova Phon Pej e la foresta, che una volta aveva accolto quella civiltà, riprese il sopravvento, trasformando quel regno in un sepolcro.

ANALOGIE CON L’EGITTO.
Le ricerche hanno evidenziato che la causa della fragilità del popolo Kmer è al tempo stesso quella che ne ha caratterizzato la grandezza: il potere lasciato ad un solo uomo, il Re.
Chiamato “Signore della superficie di qua sotto” era considerato un dio tra gli dèi, l’unico ordinatore del culto universale, possedeva tutti i poteri politici, economici e religiosi.
Infatti i templi, non destinati ad accogliere i fedeli, erano stati eretti per gli Dèi e per i Re che venivano identificati con Visnù.
Angkor Wat è il mausoleo di Souryavarman II mentre il Bayon è la tomba di Giayavarman VII.
Si consacrava anche la vittoria del popolo con la natura, in un territorio dove per sei mesi la stagione era arida e occorreva contenere il corso impetuoso del Mekong, alimentato anche dalla pioggia dei monsoni.
Le testimonianze dei viaggiatori ci parlano di un regno che la notte chiudeva le grandi porte di Angkor Thom per riaprirle al mattino, controllate da guardiani che impedivano l’ingresso in città a cani e criminali.
Le dimore dei principi erano rivolte verso il punto ove sorge il sole. Il Bayon aveva al suo centro una torre d’oro con al fianco più di venti torri. Sul lato est un ponte d’oro con due leoni, anch’essi d’oro, su entrambi i lati.
Ancora oggi ciò che rimane di questi magnifici e imponenti monumenti irradia quella luce che attirava milioni di credenti.

Ufficialmente non si conosce niente riguardo alla preistoria dell’Indocina, quindi non siamo in grado di stabilire chi in effetti stimolò la costruzione dei templi di Angkor.
West intravede legami con il popolo egizio, dal momento che per tale civiltà “Ankh Hor”, oppure “Ankhor”, assume il significato di “Horus Vive”, oppure “Viva Horus”.
Le iscrizioni e i reperti archeologici fanno risalire la costruzione di Angkor tra l’802 a.C. e il 1220 d.C..
I monumenti di Angkor, rappresentazioni in pietra dei miti Indù, sono tutti orientati con precisione agli effettivi punti cardinali, cosa che poteva essere compiuta solo da chi conosceva l’astronomia e le scienze geodetiche. È lecito quindi dedurre che vi sia un legame nascosto tra Giza e Angkor i cui elaborati presentano evidenti radici comuni.

Non si può considerare casuale che Yama fosse, come Osiride, preposto al giudizio delle anime, coadiuvato come il dio egizio da personaggi a loro volta affini, Dharma con Maat, Chitragupta con Thoth.
Gli studiosi sono convinti che si tratti solo di semplici coincidenze e che non vi possano essere collegamenti tra le due terre.
La tradizione locale vuole che i templi e le piramidi di Angkor siano stati eretti da Visvakarna, l’architetto degli Dèi. Il primo architetto egizio è identificato con Imhotep, che inventò l’arte di tagliare le pietre e al quale si attribuisce il progetto di Saccara. È proprio in questo luogo che sono visibili opere murarie con motivi ornamentali composti da cobra dal cappuccio aperto, come quello presente ad Angkor.
Forse è davvero solo coincidenza ma per entrambi i paesi il serpente poteva abitare sia in terra che in cielo. Così è scritto nei sacri libri.
A questo punto esaminando templi e piramidi troveremo interessanti particolari che porteranno ad altrettante analogie.

CALCOLI ASTRONOMICI.
Angkor Wat è composta da cinque recinti rettangolari, con i lati corti allineati verso nord est. Le misure dei quadrati, dei canali, della strada rialzata, evidenziano una cura estrema da parte dei costruttori. Suryavarman II lo fece erigere nel 1150 d.C. come suo tempio funebre. Si tratta dell’edificio più importante, orientato lungo un asse est ovest viene classificato come edificio equinoziale al pari della Sfinge egizia; come la Sfinge guarda verso una costellazione che raffigura: il Drago. Difatti Angkor Wat e altri quindici edifici si trovano nella stessa posizione delle stelle che formano il Drago. Nel 1150 d.C. pur trovandosi nella stessa posizione raffigurata in terra ad Angkor, le conformazione delle stelle del Drago si trovava al di sotto dell’orizzonte, per vederla al di sopra occorre risalire fino al 10.500 a.C..
Tanto basta per trarre un po’ di conclusioni.

Se la piana di Giza un tempo segnava il meridiano “zero”, il nostro attuale Greenwich, noteremo che Angkor si trova a 72° est. È ovvio a tal punto che in tempi remoti, forse molto più di quanto si creda, la civiltà esistente sapeva che una sfera poteva essere divisa in cinque spicchi di 72° l’uno, per un totale di 360°; e di conseguenza che la Terra era rotonda.
Forse si trattava di una civiltà di navigatori che aveva potuto misurare il globo e suddividerlo in linee verticali e orizzontali, ossia i meridiani e i paralleli, e che quindi era in possesso di cronometri marini che fornivano la misura esatta della longitudine, che permetteva loro di disegnare precise carte geografiche.
Una civiltà che certamente visse 12.000 anni fa e che volle ricreare in terra alcune costellazioni e segni zodiacali nella esatta posizione che occupavano nel cielo al loro tempo.

Per questo adesso sappiamo che la Sfinge guardava ad est il suo segno zodiacale, il Leone; che le piramidi erano rivolte a sud verso Orione; che Angkor era orientato a nord verso il Drago. Recentemente è stato verificato che la piramide di Akapana a Tiahuanaco è orientata o ovest, e nel 10.500 a.C. verso quel punto si osservava l’Acquario, che la stessa piramide, con il suo complicato sistema di canali, intendeva riprodurre.
Allora, come si usa dire, in pentola bolle qualcos’altro.

Il 72 è un numero che fa parte del calcolo precessionale; Angkor Wat è in linea con l’alba dell’equinozio di primavera e quel giorno si può osservare, dalla strada rialzata, il sole sorgere sulla cima della torre centrale.
Il drago è la raffigurazione del serpente Naga, il Re Cobra dalle sette teste, rappresentato sulla balaustra della strada rialzata con i cappucci aperti; è anche il serpente che Minerva scagliò nel cielo dopo averlo rubato ai giganti, ed è il cobra che, con le sue spire e le sue teste, protesse Budda dalla tempesta senza fine. Quel Re-serpente che faceva parte del gruppo di quei serpenti che governarono in terra, che “fecero pace con la quinta razza, l’ammaestrarono e l’istruirono”. Osiride veniva descritto come un “grande Drago” sdraiato sulla sabbia che si trasformò in serpente quando scese nel mondo dei morti “in quanto Signore del Duat risiede in un palazzo le cui pareti sono formate da cobra vivi”.

Il Cobra dell’Egitto e gli uomini falco, gli Shemsu Hor, i seguaci di Horus, sono l’uomo uccello con la testa di aquila, Garuda, nemico dei serpenti, identificato con la costellazione dell’Acquario.
E ancora, è Ananta, fra le cui spire dormiva Visnù in fondo all’oceano prima di riemergere per ricreare il nuovo universo, trovando in tal modo un’affinità con Atum e la Collina primordiale.
E come il serpente rinnova periodicamente la sua pelle, è il momento del rinnovo, della rigenerazione del tempo, immortalata nei mille e duecento metri quadrati dei bassorilievi della galleria di Angkor Wat, che riproducono una parte della mitologia Indù nota come la “frullatura dell’Oceano”, ovvero la “Precessione degli Equinozi”.
La stessa mitologia descritta nei libri sacri come il Ramayama e il Mahabharata che narrano di come Dèi e Demoni si unirono per compiere quell’azione conosciuta come frullatura al fine di conseguire l’immortalità.

ASURA E DEVA.
Che la civiltà umana abbia avuto inizio molto tempo prima di quanto ipotizzato dalla scienza ufficiale e che in tale periodo in Mesopotamia, Egitto, Cina, India, nelle Americhe si conoscesse il meccanismo della precessione degli equinozi e quindi di tecnologie avanzatissime è descritto ampiamente nel libro “Il mulino di Amleto” (Adelphi); ove è descritto in maniera comprensibile che la precessione agisce in modo che le quattro costellazioni, ove sosta il sole nei solstizi e negli equinozi, ruotino lentamente in un determinato e ciclico periodo della durata di 29.650 anni.
Sulle pareti di Angkor Wat viene simbolizzato questo movimento.
Gli Asura e i Deva sono intenti a tirare le spire del serpente intorno al monte Mandera per facilitare il passaggio da un epoca astrologica all’altra. Un demone asura tiene in tirare il re naga Vasuki, un cobra dalle cinque teste, come le cinque parti di 72° in cui è divisa la terra, aiutato da 85 demoni minori. Dalla parte opposta un Deva tira la coda aiutato da 85 Dèi minori; al centro, il cobra è legato a un monte, il Mandera, che poggia sulla tartaruga Kurma, mentre, sospeso sulla vetta, Visnù tiene il serpente con le mani.
Esistono rilievi in Egitto che raffigurano Horus e Set mentre tirano i capi di una corda che gira intorno ad una specie di trapano al fine di farlo ruotare.
Inoltre nel “Libro di ciò che è nel Duat” vi è un disegno che raffigura un monte dal quale emerge una testa di un dio; attorno al monte passa una corda tesa da due file di persone poste a entrambi i capi. Al di sopra della montagna un Omphalos, con ai lati due uccelli; simbolo usato dagli egizi per indicare i paralleli e i meridiani. Un chiaro indicatore di punti geodetici noto anche ad altri popoli, quali etruschi, sumeri, babilonesi libanesi greci.
Nelle viscere del monte è visibile un ovale che ricorda la tartaruga di Visnù al cui interno un serpente a tre teste, chiamato il “grande Dio”, porta sul dorso Sokar, dalla testa di falco, Dio dell’orientamento simile a Garuda. Nelle sue mani tiene le ali piumate del serpente (diretto il collegamento al serpente piumato delle Americhe Quetzacoatl).
Tale rappresentazione ha la sua controparte geografica nella piana di Giza, detta appunto Rostau.
Per questo la Grande Piramide è posizionata verso nord proprio sul 30° parallelo, che è il primo meridiano in Egitto.

LA PRECESSIONE DEGLI EQUINOZI.
Le misure delle sezioni della strada di Angkor segnano valori che si riferiscono alla cosmologia Indù. Espresse nella misura locale il “hat”, equivalente a metri 0,4354, otteniamo: 1728, 1296, 864 e 432 hat.
È interessante notare che le epoche Indù sono quattro e iniziano con il Krita Yuga della durata di 1.728.000 anni, segue il Treta Yuga di 1.296.000 anni, il Davpara di 864.000 anni e il Kali Yuga di 432.000 anni.
Il Kali Yuga, corrispondente alla nostra attuale epoca, sarebbe iniziato il 3100 a.C.; come il Primo regno faraonico in Egitto e il Quinto sole Maya.
Si avrebbe così il momento del risveglio di Brama, l’inizio di un nuovo ciclo creativo: “dopo che l’universo sarà dissolto, la creazione sarà rinnovata e il ciclo delle quattro epoche ricomincerà con un Krita Yuga”.
Siamo in pieno tema precessionale; il polo nord celeste, che oggi si trova vicino alla stella Polare, a causa della oscillazione dell’asse terrestre, in un ciclo di 25.900 anni, traccia un grande cerchio che si chiama polo nord eclittico. Il punto fisso al centro del cerchio, quello che gli egizi chiamavano “polo di ancoraggio”, è collocato nel cuore del Drago, nella parte posteriore del cappuccio, probabilmente anch’esso raffigurato in terra tra i templi di Angkor.
E continuando a parlare di Precessione sono da segnalare le balaustre esistenti ai lati dei ponti, attraverso i quali si entra ad Angkor Thom, formate da due file di 54 gigantesche statue di Demoni e Dèi intenti a tirare il corpo del serpente. Percorrendo i sedici chilometri del perimetro esterno di Angkor Thom si scoprono quattro cancelli perfettamente uguali tra loro sormontati da quattro enormi volti sorridenti orientati verso i rispettivi punti cardinali. Ad ogni cancello corrisponde un ponte con parapetti, su ogni lato, composti da 54 statue, per un totale di 108, numero collegato alla precessione.

All’interno della costruzione si trova una piramide rettangolare a gradini, simile alle piramidi Maya.
Fra le altre costruzioni il Baphuon, una piramide colossale adagiata su di una base rettangolare di 120 metri per 90 e alta 50. Il nucleo centrale della piramide è una collina artificiale in cima alla quale, in un tempo antico, vi era un tempio. Nonostante sia crollata ha mantenuto la sua forma piramidale. Si ritiene che abbia anche una parte sotterranea uguale a quella visibile. Concetto simile a quello egizio; ogni piramide è posta su una rovesciata, invisibile e sotterranea.
Particolare noto anche in Cina, ove si costruivano intenzionalmente piramidi a gradini rovesciate, incassate nel terreno. Complessi sepolcrali a forma di imbuto e a gradini verso il basso, che potrebbe essere usato come uno stampo, come alcune tombe della dinastia Shang ad An-yang, in pratica una forma cava e negativa.
Inoltre due, dei quattro condotti di aerazione della Grande Piramide, erano orientati verso due stelle che interessano la zona di Angkor; uno verso Thuban, stella di coda della costellazione del Drago, l’ultimo condotto verso Kochab, che fa parte dell’Orsa Minore, riprodotta ad Angkor vicino al tempio di Ta Sohn.
Solo coincidenze?

Risulta evidente l’esistenza di un disegno globale teso a trasmettere un messaggio alle generazioni future. Mentre la costellazione del Leone sale in linea con la Sfinge, nello stesso istante quella del drago ad Angkor e di Orione a Giza, si trovano una di fronte all’altra.
Se tutto ciò fa parte di un incastro preordinato, chi lo ha diretto aveva senza dubbio la conoscenza adatta per contare le stelle. Erano gli Shensu Hor, i seguaci di Horus giunti in Egitto nel primo tempo? Coloro che a Ankh-Hor, cioè Angkor, fecero rivivere il loro dio Horus? Coloro che concepirono il progetto nel 10.500 a.C. e ne previdero il completamento nel 2500 a.C. per Giza e nel 1150 d.C. per Angkor?
Quale è la sorgente di tale conoscenza, che lasciò una profonda impronta in Egitto nel 2500 a.C. e in Cambogia 3500 anni dopo? Perché un riferimento così lontano nel tempo?
Osserviamo i particolari dei monumenti cercando di carpirne i lati segreti e i messaggi in essi contenuti.
Il monte a forma di piramide conosciuto come Phon Bakheng è alto 67 metri e costruito su di una sporgenza naturale. In Egitto la Grande Piramide è stata eretta sulla cima di una sporgenza rocciosa naturale. Il santuario posto al centro di Phnom è circondato da 108 torri, numero sacro per gli Indù e i Buddisti, che proviene dalla somma di 72 e 36 (metà di 72), ed è legato al fenomeno della precessione. Era considerato sia il centro della capitale che dell’universo, era il simbolo del monte Neru dimora degli Dèi; per questo ognuno dei suoi lati lascia intravedere 33 torri, proprio quanti sono gli Dèi. Il suo costruttore ci informa che lo scopo è di rappresentare con le sue pietre le evoluzioni delle stelle.

La caratteristica dominante ad Angkor Wat è il massiccio posizionato su est ovest che combacia con l’alba e il tramonto degli equinozi.
Bakong a Roluos insieme a Prah Ko e Prei Monli formano il disegno della stella Borealis. Bakong è costruito sopra le fondamenta di un monte artificiale originato molto tempo prima.
Ad Angkor vi è una tozza piramide a gradini, Il Bayon, situato in cima a una struttura più antica e sormontato da 54 torri di pietra; ognuna porta i quattro volti in stile egizio orientati verso i quattro punti cardinali, in tutto 216 facce. È ritenuto l’ombellico di pietra di Angkor e le leggende parlano di un colossale tesoro custodito al suo interno.

COSÌ SOTTO COSÌ SOPRA.

A proposito di storie è bene ricordare che i saggi dell’India antica dedicavano la loro vita a esplorare quella che noi consideriamo la realtà. In questo simbolico viaggio verso la conoscenza affermarono di aver scoperto che il mondo ove viviamo non è reale, ma virtuale, una complessa illusione che ha coinvolto l’intera umanità distraendola dalla via che porta all’acquisizione della completa conoscenza e al risveglio dei ricordi ancestrali necessari per la conquista dell’immortalità.
Tale allucinazione viene chiamata “Maya” e si può sconfiggerla attraverso la meditazione, la contemplazione, l’elevazione spirituale. Concetto che si ritrova nel Messico, ove la vita veniva considerata come un sogno e la morte il risveglio dell’anima che occupa il nostro corpo fisico.

I testi ermetici confermerebbero il concetto e ribadirebbero che “tutte le cose in terra sono irreali”.
Quindi giungiamo alla conclusione che, anche se diverse, queste correnti di pensiero concordano nel sostenere che l’umanità sarebbe stata dominata dalla magia di Maya e avrebbe oziato nella stupidità e nell’ingordigia verso le cose materiali per alcune epoche.
I libri della conoscenza indiani, noti come i Veda, furono scritti da sette saggi dopo l’epoca del Diluvio per salvaguardare la conoscenza. In Egitto i Testi della costruzione di Edfu descrivono la conoscenza di sette saggi attraverso la quale si intendeva ricostruire, in questa terra, il mondo come era all’epoca del Primo tempo, quando regnavano gli Dèi.
I testi di Edfu ci narrano anche che il metodo usato da quei saggi consisteva nella creazione delle “sacre colline”, le piramidi nei luoghi ritenuti consacrati alla divinità. Tale fatto è stato accertato anche da recenti scavi.
Anche ad Angkor i templi sono stati costruiti sopra le precedenti strutture, probabilmente anch’esse innalzate su di altre più antiche; come si usò fare con alcune antiche città; vedi Troia e Mohenjo Daro, capitale della civiltà Harappa.

È certo che le alcune costruzioni, siano esse state erette dodicimila o duemila anni fa, disegnerebbero nei dettagli la formazione del drago come appariva sull’orizzonte all’equinozio di primavera del 10.500 a.C.. Quindi circa undicimila anni fa i Kmer copiarono sul terreno una mappa celeste tracciata migliaia di anni prima che in qualche modo era stata tramandata loro. Lo fecero per risvegliare un ricordo ancestrale, talmente celato nella mente, da venire completamente dimenticato. Tutto questo sarebbe provato dalla data che è la stessa segnalata dalle tre piramidi e la Sfinge egizia, quasi si volesse attirare su tale data la nostra attenzione.
Angkor racchiude un messaggio simbolico evidenziato dalle 72 strutture in un luogo ove ricorrono spesso i numeri collegati alla precessione; inoltre è evidentemente collegata a Giza che dista a soli 72° gradi di distanza, parte di un disegno globale antico.

La mancanza di spiegazioni, riguardo la repentina nascita del luogo, il suo ingegnoso e metodico sviluppo, il moltiplicarsi di grandi edifici in una zona invasa dall’acqua e perché tali costruzioni cessarono d’improvviso, non forniscono prove certe a riguardo.
È interessante vedere che è stato riprodotto in terra il punto più alto della traiettoria del drago e quello più basso di Orione, cioè il momento esatto che rappresenta la metà del ciclo precessionale, che avvenne nel 10.500 a.C..

Il disegno di ricostruire in terra ciò che si trova in cielo si riallaccia a quanto scritto nella famosa “tavoletta di smeraldo” base della dottrina Ermetica: “conosco il grande segreto dell’universo, così sotto così sopra, Quello che è sotto riflette quello che è sopra”.
Altrettanto naturale collegare Horus a Ermes considerato il fautore della tavoletta, identificato con Toth, “colui che enumera i cieli conta le stelle”.
Solo chi possedeva una grande conoscenza dei cieli poteva concepire e concretizzare un simile piano, che somiglia sempre di più a un messaggio lasciato ai posteri per avvisarli del prossimo cambiamento, che potrà portare disagi o benefici, a seconda del comportamento e delle scelte operate.

Fonte: www.nibiru2012.it/la-costellazione-del-drago-riprodotta-ad-angkor/

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Tra le pieghe della storia.........ci sono cose che sistematicamente vengono ignorate..................non presumo di sapere........ma di appassionare con delle ricerche questo....posso farlo.........

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