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IL SAPERE
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Keter (Parte Terza)

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Percezione

Userò questa sezione per chiarire alcuni concetti che potrebbero tornare utili (parte del capitolo è stata realizzata riadattando due miei articoli intitolati “Cervello-rettile-e-rapimenti-alieni” e “IM-Teoria”, rispettivamente del giugno 2007 e del febbraio 2010 e fatti circolare in seguito in vari luoghi della Rete e sotto lo pseudonimo di eSQueL).

Sono stati versati fiumi d’inchiostro (o montagne di bit, fate voi) per cercare di arrivare a una definizione convincente di percezione e, con ogni probabilità, fra le numerose banalità riferite sul tema in passato, sono sicuramente state dette anche cose molto interessanti. Non tantissime. Fra tutti, forse solo i costruttivisti si sono avvicinati più di altri a una visione soddisfacente del fenomeno. La verità è che, bene o male, alla fine tutti si sono arenati sul presupposto che il mondo sia un fatto reale e questo, ovviamente, ha inciso in modo decisivo sul modello proposto.

Chi scrive non pensa per niente che il mondo sia un fatto reale. Di conseguenza, non ha alcun problema a far strame di regole e principi sino ad ora ritenuti inviolabili.

L’uomo è un animale a tre cervelli. Tre componenti hardware conosciuti come archipallium o rettile, paleopallium o emotivo e neopallium o intellettuale, filogeneticamente ordinati e che, in questo contesto, chiameremo la Triade, ossia una struttura che nell’homo sapiens vede il predominio quasi assoluto del cervello rettile e delle pulsioni che da questo derivano, segnatamente: sopravvivenza e riproduzione.

Quando la Coscienza Individuale prende a esistere dentro un corpo fisico (in effetti e per quel che sappiamo, potrebbe farlo anche in altri modi, ma non esiste prova che l’abbia fatto), la sua manifestazione è strettamente condizionata dalla Triade che, a sua volta, si trova sotto il dominio incontrastato dell’archipallium e delle sue primitive pulsioni.

Ciò comporta esattamente quello che vediamo ogniqualvolta osserviamo noi stessi o un nostro simile. Esiste, infatti, una cifra unica che appartiene a ciascuno di noi e che va normalmente sotto il nome di “umanità”. Quella cifra specifica che ci fa sentire, in fondo, tutti “sulla stessa barca”. Tutti uguali e uniti da quel cenno saputo che non ha bisogno di parole per far intendere chiaramente: “Lo so bene chi sei e che cosa vuoi, giacché io voglio la stessa cosa: sopravvivere e riprodurmi. Quindi, fai poco lo spiritoso, abbassa la cresta e uniformati alla svelta perché il lupo cattivo (la morte) è sempre in agguato”.

Ecco, ciò spinge fortemente la Coscienza Individuale verso una visione oggettiva dell’esperienza perché il profondo senso d’insicurezza che deriva in modo naturale dal predominio di queste pulsioni primitive può essere lenito solo se l’oggetto con il quale si ha a che fare è solido e ontologicamente immutabile. Ho costruito la mia casa sulla roccia … cosa posso temere?

Vedete bene che una tale impostazione ha come conseguenza immediata una formidabile tendenza riduzionista. Invero, una tendenza che ha colpito qualunque (serio) sforzo di lettura del fenomeno percettivo sia stato tentato nel passato.

A ogni buon conto e a parte queste amenità, affermo che la percezione è un processo formato da due diverse strutture dinamicamente interdipendenti: la consapevolezza e l’attenzione.

Questa non è una novità nel campo della psicologia cognitiva. In effetti, sin dalla fine dell’ottocento il problema della relazione fra attenzione e consapevolezza fu posto piuttosto chiaramente. Nel 1860 William James notò come la grande massa delle informazioni disponibili al singolo individuo in ogni istante di veglia, imponesse l’esistenza di qualcosa che fosse in grado di selezionarle al fine di renderle fruibili e questo qualcosa fu individuato nell’attenzione. Da allora, diversa strada è stata fatta sia in ambito teorico sia, soprattutto, in ambito sperimentale dove si è passati da metodologie di rilevazione indiretta, all’uso recente di strumenti che hanno reso possibile la rilevazione in vivo dell’attività cerebrale durante l’evento studiato (ERP, potenziali eventi-relati; strumenti di risonanza magnetica funzionale). Per quanto riguarda i paradigmi comportamentali, ricordiamo a titolo di esempio i due che dal 1980 sono stati maggiormente usati nelle ricerche sull’attenzione, ossia il compito di suggerimento spaziale, introdotto da Michael Posner e il compito di ricerca spaziale, di Anne Treisman. Questi paradigmi hanno prodotto modelli e teorie che hanno dibattuto assai intensamente gli aspetti diversi del fenomeno attentivo.

Uno degli aspetti più studiati per mezzo del paradigma di Posner riguarda l’interrogativo a proposito del controllo dell’attenzione. Ci si è chiesti se il controllo fosse volontario (endogeno), oppure automatico (esogeno) e, in questo modo, in una prima fase si è giunti all’evidenza che può essere entrambe le cose, ossia diretto dalla volontà del singolo, ma anche “catturato” da oggetti terzi, soprattutto brevi impulsi luminosi (detti anche distrattori). Ricerche più recenti hanno infine mostrato come non esista un comportamento completamente automatico o completamente volontario. Ogni comportamento ha in sé sotto processi che sembrano essere portatori di entrambe le caratteristiche.

Di seguito, ci fu chi volle spingersi oltre per cercare di capire se fosse possibile dimostrare sperimentalmente l’esistenza della coscienza, ossia di quel centro decisionale capace di interrompere in modo volontario il flusso attentivo e di dirigerlo nuovamente e in modo diverso dal precedente. Ecco, anche qui lo schema s’è ripetuto al punto che abbiamo ricercatori convinti che coscienza e attenzione coincidano, mentre altri che sono convinti del contrario, tuttavia entrambi possono avanzare evidenze sperimentali che danno loro ragione.

Probabilmente, in nessun altro campo del sapere come in quello della psicologia cognitiva, appare così fortemente provata l’ipotesi (che molti vorrebbero confinata nella sola dimensione quantistica) che la natura dell’osservato è totalmente determinata dalla scelta dell’osservatore e dalle caratteristiche del compito che l’osservatore ha intenzione di eseguire in un dato momento.

In conseguenza di ciò, quel che farò qui sarà di proporre un modello che presenti sufficienti caratteristiche di funzionalità e di coerenza rispetto al tema del presente lavoro, confortato dal fatto che, qualora un tale modello fosse verificato sperimentalmente, avrebbe un’altissima probabilità di rivelarsi sia vero, sia falso.

Per tornare alla bipartizione proposta più sopra, la consapevolezza in senso stretto è concettualizzata in questa sede come una struttura radiale e statica appartenente in modo esclusivo al terzo cervello (neo-corteccia), dunque ancorata alla propria creazione (al proprio universo) tramite il soma (corpo fisico). In altre parole, la consapevolezza sarebbe quella specifica parte della psiche capace di restituire all’individuo l’informazione d’essere e di esistere separato da quanto lo circonda.

In sostanza, nell’individuo è ipotizzata l’esistenza di due funzioni generali: l’una statica (consapevolezza), l’altra dinamica (attenzione) la quale si concreta, di volta in volta (per quel che ci riguarda sia in stato di veglia, sia durante alcune fasi del sonno), in quello che potremmo chiamare un vettore attentivo il quale svolge il compito di “portare la consapevolezza” sugli oggetti sui quali si fissa. Ciò è facilmente verificabile tramite l’auto-osservazione. Siamo in una stanza e sappiamo d’esserci. Nel medesimo tempo, osserviamo gli oggetti che ci circondano (o che popolano la nostra psiche, in caso d’attenzione introvertita) portando su di essi la nostra attenzione. In tal caso, l’attenzione si comporta come una sonda. Sonda che noi possiamo spostare su uno qualsiasi degli oggetti presenti. Come spostiamo la sonda da un oggetto all’altro, noi ci spostiamo con essa tanto che, spesso, la sonda indugia talmente su di uno specifico oggetto che noi ci perdiamo in esso. Un altro esempio, più accreditato, è il fenomeno del cocktail party, secondo il quale, in un ambiente rumoroso, un individuo può selezionare e amplificare la voce e il viso di un interlocutore, mettendo tutte le voci, la musica e i rumori presenti nell’ambiente sullo sfondo. In questo disegno, l’individuo è ancora consapevole delle voci che lo circondano, anche se la sua attenzione è impegnata altrove.

Sul punto penso valga la pena di aprire una piccola digressione. Il concetto di attrattore è noto. Laddove non lo fosse, si pensi a un pendolo in movimento, ossia e in termini più generali, ad un sistema che progredisce secondo leggi precise (nella fattispecie la quantità di moto, la gravità e l’attrito) verso un punto di quiete, segnatamente quello caratterizzato dal più basso livello energetico possibile. Tale punto può essere pensato proprio come attrattore del sistema che, in questo caso e per effetto dell’influenza stazionaria che genera rispetto all’elaborazione dell’informazione, è denominato “attrattore” tout court. Ora, l’idea è d’applicare tale concetto al fenomeno percettivo (si noti che la psicologia cognitiva era già arrivata al concetto sostanzialmente opposto, ossia al c. d. distrattore).

Si pensi, dunque, a un sistema dinamico e dissipativo, in un regime caotico che, per quel che qui rileva, sarebbe costituito da un “centro attentivo” (soggetto percepente) e da un numero finito d’oggetti terzi (interni e/o esterni al soggetto), tutti potenziali attrattori rispetto al soggetto che percepisce. In tal caso, ciò che è attratto e, di conseguenza, disperso è propriamente l’attenzione del soggetto percepente. Il sistema, quindi, è dinamico perché, per effetto del continuo mutamento degli attrattori, presenta un’evoluzione temporale non lineare (legata ai singoli e diversi oggetti con i quali l’attenzione viene casualmente in contatto nel tempo). Inoltre, è dissipativo giacché l’energia coinvolta (attenzione) è continuamente dissipata dal soggetto percepente sotto forma d’emozioni, pensieri, intuizioni, sensazioni. Tali attrattori, inoltre, si dicono strani o caotici perché non statici dal punto di vista dell’elaborazione dell’informazione. Per fare un esempio, si pensi alla stessa fetta di torta che, a differenza della gravità che ha carattere costante per il pendolo così come per qualsiasi altro oggetto fisico, può agire “attrattivamente” in modo differente su percettori distinti o, anche, sul medesimo percettore in tempi diversi.

Tutto ciò premesso, ciò che dovremmo ipotizzare, dunque e nell’ambito del concetto di percezione, è un individuo (soggetto percepente) costantemente a contatto con attrattori strani (gli oggetti dell’esperienza quotidiana, così come quelli che popolano la sua psiche) che genera continuamente vettori attentivi al fine di interagire con gli attrattori medesimi e che, in questa operazione, consuma continuamente energia psichica (attentiva). In altri termini, la percezione è definibile come la produzione di una continua serie di vettori attentivi che hanno come qualificazione fondamentale quella d’essere consumati dagli attrattori strani (oggetti fisici e/o psichici) con i quali il soggetto interagisce.

A mente, però, della natura virtuale del mondo che ci circonda, è evidente che, in ultima analisi, qualsiasi attrattore strano condivide la medesima, profonda soggettività. In altre parole e come già accennato, non esiste alcuna differenza sostanziale fra una sedia e il sogno di una sedia. Tuttavia, proprio perché io sono in un sogno e il sogno è mio, posso trattarlo come ritengo più opportuno. In particolare, se trattare una sedia come oggettivamente solida e reale mi permette di sedermi e riposarmi, sono perfettamente legittimato a farlo. E nemmeno m’è richiesta la consapevolezza che sto seduto su un sogno. Posso perdermi completamente in quest’azione al punto tale da costruire su questa mia convinzione un’intera filosofia o una religione o una scienza. O tutte queste cose insieme.

Oppure posso svegliarmi per vedere che non esiste alcun mistero, di più, che nessun arcano può dirsi tale giacché riguarda qualcosa che ho costruito io attraverso un meccanismo di proiezione del mio potere creativo.

Come visto più sopra, si tratta di un vero e proprio atto di auto spoliazione di tale potere. Le persone non proiettano fantasie o, per usare il rozzo linguaggio psicanalitico, “contenuti inconsci”, bensì potere creativo. E lo fanno sempre per paura. Ogni volta che gli individui proiettano, c’è una paura specifica alla base di tale atto.

Punto de Encaje

C’è un aspetto che va compreso a fondo e che riguarda il frutto del processo percettivo, ossia ciò che ciascuno di noi sperimenta durante l’intera esistenza dal momento del risveglio mattutino a quello nel quale precipita nel sonno profondo. Mi riferisco al risultato del lavoro compiuto da Mente nel trattare il c. d. input sensoriale (l’intera e potenziale massa d’informazioni in entrata rispetto all’osservatore). L’idea è che ciò che crediamo di percepire sia, in realtà, solo una piccola parte dell’intera massa d’informazioni disponibili e che tale fatto dipenda da una scelta precisa, con ogni probabilità compiuta sin dal primo istante dell’insorgere della consapevolezza nelle prime scimmie bipedi.

Perché quando guardiamo una pietra, una sedia, un albero o un nostro simile li vediamo fatti in quel modo e non in maniera diversa? Quale certezza abbiamo che l’oggetto percepito sia proprio come lo stiamo ricostruendo mentalmente? E non mi riferisco solamente a tratti comuni come, ad esempio, il colore (che, peraltro, è ancorabile in modo preciso a una variazione scalare), bensì anche a tratti che non riusciamo a percepire ma che potrebbero essere comunque presenti.

In programmazione neuro linguistica (PNL) questo fatto è (non so quanto consapevolmente) descritto dal motto “la mappa non è il territorio”, proprio a significare che ciò che quotidianamente trattiamo come oggetto reale, è solo la rappresentazione neurale di qualcosa che sta fuori di noi e che, sempre noi e in ogni istante, ricostruiamo all’interno della (e grazie alla) nostra struttura neurale. Il problema è che non abbiamo alcuna garanzia che ciò che percepiamo sia esattamente come lo stiamo rappresentando. E questo perché, come accennato, l’input sensoriale è qualcosa di assai più grande e complesso di ciò che pensiamo di vedere, sentire, toccare, gustare o annusare.

A livello fisico, ad esempio, una parte importante dell’input sensoriale ci è semplicemente preclusa. Fenomeni quali i raggi x, le frequenze infrarosse e ultraviolette, gli ultrasuoni e gli infrasuoni, i campi elettromagnetici o lo stesso campo gravitazionale, per citarne alcuni, sono tutti pezzi di “reale” ai quali non abbiamo punto accesso, se non in modo indiretto. Se è vero che non siamo fisicamente attrezzati per percepire direttamente quei fenomeni, è altrettanto vero che, ad esempio e nel caso dei raggi x o del campo gravitazionale, siamo perfettamente attrezzati per subirne gli effetti. Al di là, tuttavia, di questi casi determinati da una specifica mancanza nel nostro hardware, ve ne sono altri nei quali l’informazione sembra arrivare in modo diverso. Si pensi, ad esempio, al caso dell’”emissione feromonica” in costanza della quale, se nulla ci sembra di percepire, possiamo reagire in modi sorprendenti e repentini, quando non del tutto irrazionali. In tal caso, sono il centro olfattivo e/o la pelle a trasmettere l’informazione la quale, tuttavia, se ne sta talmente sotto soglia dell’ispezione cosciente da essere classificabile come del tutto impercettibile.

Arriviamo, così, al punto critico determinato dalla c. d. ESP (Extra Sensorial Perception) la quale, nei millenni, non sembra aver mai smesso di “funzionare” nei rappresentanti della razza umana, spaventandoli a morte. Qui, tuttavia, dovremmo aprire una piccola questione terminologica. Sono del parere che “percezione extrasensoriale” sia una definizione inadeguata a descrivere il fenomeno, giacché, a mio modo di vedere, questo non riguarda solamente la percezione non attribuibile ai cinque sensi, bensì è riferibile a ogni picco percettivo capace di bypassare lo strettissimo controllo che Mente esercita sull’intero input sensoriale. Sotto questo profilo, proporrei Ultra Sensorial Perception (USP) per indicare propriamente qualunque esperienza percettiva che si ponga oltre il “normale” funzionamento dei sensi. Per intenderci, in tale ambito ricadrebbero tutte le c. d. esperienze di confine, ossia un ambito molto esteso che andrebbe dalle apparizioni mariane, alle esperienze di premorte, alle OOBE (out of Body Experiences), alle percezioni extrasensoriali propriamente dette, sino allo stesso fenomeno UFO.

Ora e a prescindere dal contenuto specifico di ciascuna di queste esperienze, ciò che accomuna il tutto è, appunto, il picco percettivo. Ossia, l’apertura di una falla nel normale funzionamento di Mente.

Mente è un cerbero, un guardiano spietato che impone un accesso strettissimo all’input sensoriale, permettendo il passaggio solamente d’informazioni “attese“ e cassando tutte le altre. E questo avviene ininterrottamente durante l’intero stato di veglia cosciente. Sto parlando di un comando profondo al quale Mente ubbidisce in modo compulsivo e maniaco. Un comando che attiene alla struttura della Triade, che sembra provenire dalle istanze rettili (sopravvivenza e riproduzione) e che sottende in modo quasi sacrale il processo di produzione della consapevolezza. Tanto è vero che ogniqualvolta si apre una falla nel lavoro di scrematura dell’input, scatta l’allarme, il sistema passa a defcon 5 e qualsiasi eventuale picco è riassorbito il più velocemente possibile.

Era una pareidolia! Pareidolia è la parola “magica” che spiega qualunque tipo di percezione alterata. Se non hai assunto droghe e vedi un fantasma, o si tratta di una pareidolia, oppure ti mandano al neurodeliri. Questo è ciò che fa la paura, impedendoci di vedere che stiamo dentro un sistema fragilissimo, ancorché veramente peculiare.

Fu Carlos Castaneda il primo a fornire un’immagine “altra” e, nel medesimo tempo, davvero convincente di tale sistema quando introdusse il concetto di Punto de Encaje, tradotto prima come Punto d’Unione (Astrolabio) e in seguito come Punto d’Assemblaggio (Rizzoli). Personalmente, avendo un’età che mi ha permesso di seguire Castaneda sin dall’inizio della sua opera, resto legato alla prima traduzione (anche se ammetto che la seconda potrebbe esprimere maggiore pragmatismo).

In ogni caso e in base alla narrazione castanediana, il Punto d’Unione, descritto come un punto luminoso posto all’altezza delle scapole ed esternamente al corpo fisico (ma dentro l’uovo luminoso che ci contiene), è il responsabile del modo con il quale l’uomo percepisce il mondo. Ogni oggetto che percepiamo, è percepito in quel modo perché il Punto d’Unione è inchiodato in una determinata posizione all’interno dell’uovo luminoso e non in un’altra. Ne consegue che spostare il Punto d’Unione equivale a modificare il nostro modo di percepire la Dualità.

Ricordo che anni fa ero a casa di un amico, un sognatore lucido di rara potenza. Eravamo nel suo salotto a fumare degli eccellenti Partagas quando lui, improvvisamente e con lo sguardo vagamente rapito, mi disse suppergiù queste parole: “Questa storia del Punto d’Unione, per me è la più straordinaria metafora della percezione mai formulata prima d’ora”. Ridemmo insieme dell’emozione alla quale aveva appena dato voce e, anche se non soggiunsi alcuna cosa, posso affermare che fu lì che cominciai a pensare seriamente trattarsi di ben altro che una semplice metafora e che fossimo piuttosto di fronte a una vera e propria macchina psichica.

Nel prossimo capitolo, ne vedremo l’esempio più alto ma, per restare sul Punto d’Unione, questo è davvero pensabile nei termini di una macchina la quale compie un lavoro specifico, determinando, in modo effettivamente compulsivo e maniaco, l’ambito della nostra percezione. Fissare un ambito, quindi, significa determinare il tipo di scrematura dell’input sensoriale stabilendo in anticipo cosa è lecito percepire e cosa no. Significa circoscrivere un pezzo d’infinito, allo scopo di permetterne l’esperienza perché imponendo comandi (assiomi), si prescrivono limiti assoluti che hanno come conseguenza di rendere descrivibile e, quindi, sperimentabile il sistema di riferimento.

Questo, con tutta evidenza, è un comando. Qualcosa che sembra essere stato inserito in noi dalle chiavi biologiche al fine di circoscrivere l’ambito all’interno del quale si sarebbe poi consumata l’intera esperienza umana. Ecco, su questo comando Mente s’innesta e agisce di conseguenza. E, se fate caso, dovreste poter vedere che il motore di tutto è la paura della morte. Esattamente come la paralisi notturna fu sviluppata da una proto-Mente per evitare ai nostri antenati di cadere dagli alberi mentre stavano dormendo, così ogni informazione in entrata deve essere coerente con il fine della sopravvivenza di Mente stessa. Perciò è assai coerente l’atto di cassare qualunque informazione incoerente!

Di fatto, progettare una macchina che fissi in modo assoluto un determinato ambito percettivo, fa esattamente il gioco della Coscienza Creatrice giacché, in assenza di tale macchina, l’intero sistema perderebbe significato e funzione e l’intento di risolvere la Danza Folle sarebbe vano e del tutto irrealizzabile. In questo modo, invece e con riferimento ad un sistema ordinato e stabile (in senso percettivo, ovviamente), la Coscienza Creatrice può giocare su due tavoli contemporaneamente: sul primo sperimenta l’emozione, sul secondo lavora per acquisire la consapevolezza necessaria a risolvere la Danza Folle.

(Continua …)

Honros  (27/12/2015)

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Le persone spesso si spaventano per quello che dico e che scrivo perché temono, a ragione, che uccida i loro sogni. E nessuno rinuncia facilmente ai propri sogni perché l'illusione che esista qualcosa di misterioso e potente dal quale dipendono i nostri destini, qualunque forma o dimensione abbia, permette loro di continuare ad ignorare il fatto d'essere loro stessi i creatori di tutto quanto li circonda. Io, però, non mollo. Forse, perché seminare il panico, in fondo, mi piace.

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