Wednesday, 17/7/2019 UTC+2
IL SAPERE
IL SAPERE

Keter (Parte Prima)

Keter (Parte Prima)

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Come granato boemo e seta primitiva

Fanno la vita e la morte d’ogni cosa.

TAO

But the third, regal as the Virgin in procession,

Destroys all darkness

Shining the light of ten thousand suns.

Prolusione

Il cammello si trascinava lento e appariva stanco e torvo quando il leone così lo apostrofò:

  • “Ma quante gobbe pensi di poter ancora generare prima di schiantare a terra per la fatica?”
  • “Quante mi pare!” Rispose stizzito il mammifero e soggiunse:
  • “Fosse per te, figlio degenere di una madre disonesta, nemmeno dell’ombra dell’albero sotto la quale poltrisci potremmo godere!”.

Dappresso, l’Uomo Doppio li guardava silente. Li vedeva così strani e diversi da sé, così penosamente ricurvi ciascuno sopra la propria inconfessabile colpa. Sapeva che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto cercare di scuoterli, indicando loro l’uscita da quel sonno perenne. Tuttavia, sapeva altresì che qualunque cosa o azione avesse loro detta o indicata, l’unica risposta che avrebbe ottenuta sarebbe stata simile ad un biasimo e ad un rifiuto. Perciò scelse di tacere. E così seguitò a fare sino al giorno nel quale vide che il suo Sapere doveva essere reso disponibile. Non per il leone o, tantomeno, per il cammello. Piuttosto, per lo Scopo. Perché, nel caso di un suo ancorché improbabile fallimento, nessuno avrebbe potuto in alcun modo reclamare diritto d’ignoranza rispetto a quel Sapere e per coloro che, per volontà o per ventura, lo avessero appreso ci sarebbe stato modo di riprendere il cimento dal punto esatto segnato dal suo stesso fallimento.

Un avvertimento. Il lettore non si faccia troppo fuorviare dal sottotitolo dell’opera giacché, se è pur vero che Nietzsche quando proclamò la “morte di Dio” (e il conseguente avvento del nichilismo) fu profeta formidabile rispetto al tempo funesto che stiamo vivendo, è altrettanto vero che il senso profondo di questo lavoro sta proprio nell’indicazione pragmatica di un modo di lettura “conveniente” di tale “tempo funesto”. Conveniente per alcuni, s’intende. Con ogni probabilità, molto pochi.

Il fatto è che tutto ciò sarà compiuto soprattutto in chiave psicologica, ossia con frequente (ma non esclusivo) riferimento alla struttura psichica dei singoli individui. In proposito, sento anche di dover metter in guardia il lettore sul fatto che mi riterrò libero da qualunque tipo di schema. Ciò significa che userò con la massima libertà e spregiudicatezza ogni informazione a mio giudizio utile a chiarire i termini di questo Sapere, senza punto curarmi delle specifiche convinzioni e/o sensibilità del lettore medesimo.

Avviso il lettore che il testo, così come presentato, è frutto di un riadattamento tipografico determinato dalle necessità della piattaforma. In particolare, quelle che nel testo originale erano “note in calce”, ora sono specifiche messe fra parentesi immediatamente dopo il testo che richiede la nota.

Buona lettura.

Danza folle

Chi mi conosce sa quanto mi piace ridere. Mi piace talmente tanto che ne ho fatto uno stile di vita. Rido per qualunque cosa e tendo a farlo in qualunque situazione mi posso trovare. Rido a tavola, sul lavoro, con gli amici, con i nemici, alle feste e ai funerali. Rido sempre e con chiunque e, soprattutto, rido quando sembra non esserci alcunché del quale ridere. Il perché lo faccio è semplice: ridere, vince la paura.

Ecco, subito due buone domande dalle quali partire: chi ha paura? E perché si ha paura?

Anni fa, conobbi un uomo di chiesa d’indubbia cultura (e d’umanità altrettanto lacunosa) il quale era solito far riferimento, nei suoi sermoni, a ciò che chiamava il “disegno di Dio”.

 Per quest’uomo, che chiameremo Abate C., il disegno previsto dal creatore per le sue creature era di una chiarezza cristallina: Dio crea il mondo e poi l’uomo (che, disobbedendo, condanna se stesso al peccato) e, infine, sacrifica suo figlio per salvare l’intera umanità dal peccato originale. Niente di particolarmente nuovo, in effetti. Anzi, diremmo che l’Abate C. si limitava a ripetere abbastanza pedissequamente il catechismo. Tuttavia, il prelato era solito riferirsi a tale schema davvero in occasione d’ogni sermone domenicale, tanto che la cosa sulla quale ognuno poteva concordare con certezza, era l’incrollabile fede di costui in questo semplice schema, in questa lineare ed eterna verità.

 A lui non lo dissi mai, tuttavia io stupivo ogniqualvolta dal pulpito lo vedevo illuminarsi (sì, ero lì ad ascoltare) poiché, sia pur con tutta la mia migliore volontà, non riuscivo assolutamente a comprendere quale fosse il motivo di tanta beatitudine. Quell’uomo non aveva altro che una fede cieca che non spiegava alcunché e che nemmeno forniva qualche elemento che potesse, in qualche modo, aiutare a capire perché Dio avesse creato il mondo e l’uomo e, nel contempo, cosa ancor più inspiegabile, si fosse dotato di un piano per salvare la sua creatura. Eppure quell’uomo era felice o, almeno, questa era l’impressione che dava. Così, dopo ogni messa tornavo a casa e ogni volta portavo con me il dubbio che il sorriso serafico dell’Abate C. mi aveva infuso.

 Fu solo con il tempo che mi resi conto che il mondo è pieno di persone come l’Abate C., forse non altrettanto letterate e, quasi certamente, dotate di maggiore capacità empatica verso il loro prossimo ma ciecamente aggrappate alla propria, specifica fede. Tanto ciecamente da non vedere in alcun modo le numerose incongruenze che il sistema, quale che sia, presenta. In particolare e restando al dogma, cristiani, musulmani ed ebrei (per limitarci alle grandi religioni monoteiste) sono tutti variamente convinti che: Gesù è Dio, Gesù non è Dio, Gesù è risorto, Gesù non è risorto, l’uomo nasce con il peccato originale, l’uomo nasce senza il peccato originale, Maria è la madre di Dio, Maria non è la madre di Dio … direi che ce n’è abbastanza da affermare che qualcosa non torna.

Vorrei, peraltro, rassicurare il lettore sul fatto che non ho alcuna intenzione di disquisire sul problema dell’assenza di basi razionali a sostegno di una qualsiasi fede religiosa, tantomeno sulle conseguenze (pur rimarchevoli, come s’è appena visto) che tale assenza comporta. In effetti, se ho scomodato il vecchio Abate C. è perché m’interessa, almeno in parte, l’eziologia del fenomeno religioso come espressione di ciò che ho definito Coscienza Creatrice.

Concettualmente, stiamo parlando di due ambiti distinti che cercheremo di approcciare nel modo più ironico e disincantato e che, di fatto, affermo possibile individuare in due categorie intellettuali piuttosto conosciute (almeno di nome) e certamente praticate non solo da chi si occupa di filosofia o religione. Sto parlando dell’Uno e della Dualità.

Parte dello sforzo, quindi, sarà dedicata a superare quella che sembra essere stata una sorta di costante nella concettualizzazione di questa strana coppia, ossia la tendenza a descrivere l’Uno (cosa di per sé abbastanza insensata) come qualcosa di intrinsecamente superiore e, di conseguenza, la Dualità come il suo contrario. Nel tempo, le definizioni sono state suppergiù coerenti con tale lettura. Da Pitagora (principio fondante e unificatore della realtà), a Platone (bene supremo), ad Aristotele (vertice e motore immobile), a Plotino (dove l’Uno è senza mezzi termini sinonimo di libertà), a Bruno (Mens super omnia) a Spinoza e Liebniz per giungere a Hegel dove l’Uno diventa punto d’arrivo piuttosto che punto d’origine. Ecco, nonostante 2500 anni d’elaborazione filosofica questa cosa non è mai cambiata. Ossia, l’Uno resta qualcosa di ontologicamente superiore, una categoria davanti alla quale l’uomo deve ritirarsi silente o, viceversa, ambire a esso attraverso l’ascesi.

Si noti che la medesima cosa avviene in oriente quando, all’incirca 3000 anni fa, le Upaniṣad introducono nell’antica religione vedica il concetto di Brahman: il Brahman è il Tutto e il Tutto origina dal Brahman. Lì compare il concetto di liberazione che nel Buddhismo diventa fusione con l’Uno, la meta suprema.

Forse solo il Taoismo, grazie alla sua propensione anarchica, ha in qualche modo tergiversato davanti a questa trappola. In effetti, il suo concetto di Qi sembra quello che più si avvicina ad alcuni contenuti del presente lavoro. In realtà, anche se l’intero impianto taoista è assai vicino a ciò che sto proponendo, alla fine e come vedremo, nemmeno i taoisti sfuggirono all’inganno.

A ogni buon conto e per rendere il tutto un tantino più rigoroso e magari interessante potremmo provare a imporre qualche assioma. Qualcosa come:

  1. L’Uno è infinito;
  2. Nell’Uno ogni cosa è unita al suo contrario e, in conseguenza di ciò, essa è totalmente comprensibile ancorché del tutto indescrivibile (ciò perché è assente il Principio di Contraddizione che permette di descrivere qualunque cosa riguardo al suo contrario … questo è bello perché quello è brutto, questo è vero perché quello è falso … and so on);
  3. Opposta all’Uno, è la Dualità (la Creazione, il Multiverso, di seguito, un intero capitolo è dedicato a chiarire il senso da conferire a questo lemma) la quale scaturisce dall’Uno medesimo quando questo perde l’unità (il perché questo avvenga, lo investigheremo fra qualche attimo);
  4. Nella Dualità ogni cosa è separata dal suo contrario dal Principio di Contraddizione il quale, quindi, ne permette una completa descrivibilità attraverso il confronto d’ogni cosa con il suo contrario. Ne consegue che ogni cosa appare all’osservatore (la Coscienza) totalmente descrivibile, ancorché del tutto incomprensibile (vi sfido a trovare in un qualsiasi testo di Fisica una definizione di Materia. Troverete precise descrizioni del fatto che la Materia è qualcosa che occupa uno spazio, che ha un peso, una massa, un colore e tutta una serie di proprietà variamente interessanti, ma non troverete mai una frase o un concetto che mostri in modo chiaro e univoco che cosa sia, in essenza, la Materia. Persino la conferma sperimentale dell’esistenza del “Bosone di Higgs” non ha spostato di una virgola il problema posto da tale limite assoluto. Questo a causa dell’assoluta incomprensibilità della Dualità)
  5. La singola Dualità è finita (in termini matematici la diremmo misurabile o discreta);
  6. Il numero delle Dualità generabili dall’Uno è infinito (il c.d. “infinito in atto”).
  7. Riguardo alla singola Dualità, quindi, tutte le difficoltà che il concetto d’infinito introduce in ogni tipo di speculazione saranno ignorate. Questo perché l’infinito non è qualità della singola Dualità (che è sempre finita, discreta), bensì appartiene solamente all’Uno. Ed anche qualora noi ragionassimo sull’ipotetico infinito in atto concernente il processo di produzione delle Dualità, questo sarebbe ancora e solamente riferibile all’Uno poiché (apparente) motore di questo stesso processo.

 Comodo. Da osservatori duali, stabiliamo che l’infinito non è cosa che ci possa riguardare minimamente. Per tenerne conto, dovremmo superare la porta, annichilendoci nell’unione con la nostra controparte per tornare a essere uno nell’Uno. Ecco, ridendo e scherzando, forse, potremmo avere trovato parte della risposta alla nostra seconda domanda. Potrebbe l’uomo aver paura perché l’Uno incombe e minaccia continuamente di riassorbirlo? L’Uno che, proprio dato il carattere discreto (finito) di Mente, sarebbe vissuto/percepito come quel Nulla nel quale sembrano immersi i corpi celesti? Una delle qualità dell’Uno è l’infinitezza, non stupisce che Mente, trovandosi di fronte l’Uno stesso, lo interpreti come Nulla e che, di conseguenza, lo fugga in preda al terrore (horror vacui).

La prima, naturale considerazione rispetto a un’idea simile potrebbe essere che l’Uno appare come uno stato tutt’altro che desiderabile. Un luogo nel quale è, sì, tutto assolutamente comprensibile ma, nel frattempo, assolutamente indescrivibile e, soprattutto, assolutamente fermo e immerso nella solitudine più assoluta.

 Fermo e solo, sono nell’Uno. Io sono Uno e comprendo tutto ma … non mi posso muovere e sono solo … HO BISOGNO DI MUOVERMI E HO BISOGNO DI QUALCUNO … BANG!

 Anzi, BIG BANG! (Non farò esercizio d’erudizione farlocca elencando i miti di creazione, basta farsi un giro in Rete e leggere uno dei numerosi lavori di comparazione fra i diversi miti per rendersi conto di come, in realtà, il primo impulso alla creazione sia determinato da uno stato di necessità come il desiderio, la disperazione, la noia, la curiosità. Qualcosa, insomma, che cerca di muoversi dentro l’Uno e che, proprio per questo, provoca una sostanziale lacerazione, in effetti, molto ben descritta proprio da ciò che chiamiamo Big Bang).

 Ecco, un nuovo Multiverso è appena stato creato … e sono stato io … uh … ma è possibile? No, figurati se io posso creare un Multiverso. Per favore, non diciamo sciocchezze. E poi, guardo gli altri negli occhi e vedo bene che non può essere così, figuriamoci. Vi è certamente qualcosa di infinitamente potente e sapiente (e buono, eh) che l’ha fatto. Dio. Chi altri? WOW … Dio esiste!

 Eccomi, dunque, che da buon galletto cristiano/ebreo/musulmano creato a immagine e somiglianza del rispettivo Dio (Lui sì che sa come si fanno le cose) zampetto allegramente sulla mia personale montagnola di sterco. Già, lo sterco. Ne produco continuamente. Mangio, mi nutro divorando altri esseri viventi come piante e animali e defeco. E poi mi muovo e danzo e descrivo ogni cosa imponendole un nome e non m’importa un fico secco se non capisco niente di quel che vado descrivendo o se tutto appare irrimediabilmente folle, violento, conflittuale e fonte di sofferenza. IO VOGLIO LA VITA ETERNA! Dio me l’ha promessa! … ops … la vita eterna? … ehm … esistere per sempre? Ma proprio per sempre? Voglio dire, non smettere mai d’esistere in questa follia incomprensibile? Mai e poi mai? Un colpo allo stomaco … ma forte, eh … non ci posso pensare, come posso desiderare di esistere per sempre? Se solo ci penso un attimo mi sembra d’impazzire. Solo un matto può volere una cosa così … così … folle!

 Allora che si fa? Vedi che forse qualcuno che mi aiuta lo trovo, chessò, un saggio o un grande yogi. Sì, uno yogi.

  • “Grande yogi, che devo fare per fuggire la follia dell’esistere nella Dualità?”
  • “È semplice, figliolo, devi dominare le tue passioni e fermare i pensieri sino a che non entri nell’UNO!”
  • “Va bene grande yogi. Così farò.”

 E allora calma, ferma il pensiero, controlla il cuore, sempre di più … sempre di più … fino a che … BANG … UNO … ora comprendo ogni cosa, è fantastico, ma sono tremendamente solo e non posso muovermi … io devo poter parlare con qualcuno e devo poter danzare … BANG … BIG BANG! Un altro! Si ricomincia … again and again and again

 All’osso, questo è ciò che ho chiamato la Danza Folle, ossia un incessante fluttuare della Coscienza da uno stato a un altro, dall’Uno alla Dualità e viceversa, senza smettere mai e, in definitiva, soffrendo in ciascuno dei due stati, ancorché per motivi diversi.

 Nello stato denominato Uno, la Coscienza comprende ogni cosa ma è sola e immobile e, in effetti, così è descritta da quasi ogni mito di creazione. E come potrebbe muoversi? Nell’Uno non esistono né lo spazio, né il tempo. Vi è solamente una singola, infinita istanza cosciente che unisce in sé tutti gli opposti: vero e falso, luce e tenebra, materia e anti-materia. Nella Dualità, viceversa, domina il principio di contraddizione giacché ogni cosa, a cominciare dalla stessa Coscienza è divisa nei propri opposti. Questo crea l’illusione dello spazio, del tempo e della molteplicità, dando alla Coscienza la possibilità di giocare con se stessa. Di fatto e sotto questo profilo, i miliardi di persone che calpestano il pianeta sono la pura espressione del gioco della Coscienza. Sto parlando di una vera e propria masturbazione cosmica costantemente in atto, fatta di abissi d’abiezione così come di vette di spiritualità, il tutto incastonato in un oceano di mediocrità. Una gigantesca rappresentazione duale, del tutto illusoria e determinata (è letterale) dalla stessa Coscienza (divisa) che l’ha creata e che ora la sostiene descrivendola continuamente.

 Va bene, ma allora che senso ha andarci a inventare Dio quando abbiamo la soluzione proprio qui, davanti agli occhi (Occam docet: inutile e tendenzialmente sbagliato moltiplicare la complessità)? Noi e soltanto noi siamo i responsabili della creazione e della distruzione di ciascun singolo Multiverso. Niente è reale se non la Coscienza. Noi, appunto. Noi (la Coscienza) siamo l’unica cosa reale, tutto il resto è virtualità illusoria.

 Allora, la domanda del perché l’umanità ha avuto il bisogno d’inventarsi Dio, potrebbe avere una risposta davvero semplice. La Coscienza lascia la fissità dell’Uno per tuffarsi nella variopinta follia della Dualità e, come lo fa, ottiene due risultati immediati:

  • Perde ogni capacità di capire ciò che descrive;
  • Si ritrova immersa nella sofferenza giacché il dominante principio di contraddizione induce un conflitto perenne, sistemico.

Quando la Coscienza crea un nuovo Multiverso, se è vero che rimane abbagliata dallo splendore di se stessa in quella forma, altresì resta impietrita davanti all’enormità della perdita che ha appena subito giacché, se prima capiva tutto, ora non può più farlo. Se prima non conosceva sofferenza, adesso vi è immersa totalmente e non riesce a liberarsene. L’unica cosa che comprende è che il suo atto creativo è stato un tragico e grottesco fallimento. E tutto questo accade continuamente. Da sempre e per sempre. In modo continuo e apparentemente inarrestabile i Multiversi nascono e muoiono, sono creati da un atto di desiderio e/o disperazione della Coscienza e sono distrutti (riassorbiti) quando il loro stato energetico è divenuto perfettamente uniforme e, quindi, incapace di creare lavoro

(Il riferimento è all’entropia del sistema, ossia a quel meccanismo grazie al quale ogni sistema procede verso uno stato disordinato delle particelle che lo compongono. Si pensi, ad esempio, a del ghiaccio in fusione nell’acqua. Quando tutto il ghiaccio è fuso, l’entropia del sistema è massima e il sistema non produce più alcun lavoro. Lo stesso accade per il Multiverso, solo su scala più grande).

Questo è l’atroce prezzo pagato in termini di cecità e di sofferenza tanto che, a ben vedere, su questo s’innesta l’intera retorica del “perdono dei peccati”, dal Libro di Giobbe e sino al dramma della crocifissione

(per chi fosse interessato ad approfondire consiglio vivamente: C. G. Jung Risposta a Giobbe ed. Boringhieri dove, per la prima volta e con riferimento al comportamento di Dio nei confronti di Giobbe, è posta in evidenza la profonda inconsapevolezza dello stesso Dio dell’Antico Testamento rispetto al proprio agire; in questo lavoro, Jung traccia in modo evidente l’incongruenza di un agire inconsapevole da parte di Dio, Ente perfetto per definizione). Un percorso che parla anche troppo chiaramente del tormento profondo della Coscienza rispetto alla scelta d’uscire dall’Uno.

Quanto può essere grande il senso di colpa generato da un simile fallimento? Almeno quanto la creatura stessa. O tanto di più. Tuttavia, ciò non ha più importanza giacché, ormai, quel che è fatto, è fatto. Un nuovo Multiverso è stato generato e non resta che attenderne la morte poiché solo ciò che non è mai nato non può morire. Come la Coscienza stessa, appunto, che da quell’istante in poi fuggirà dalla consapevolezza della propria inadeguatezza, rifugiandosi nel sonno. Il sonno della Dualità. Un sonno fatto di un costante e battente confabulare (dialogo interno) che trova la sua massima espressione, la sua più fulgida concretizzazione, proprio nel brain degli esseri umani.

É questo un sonno “benedetto” giacché se da un lato impedisce alla singola Coscienza di confrontarsi con il proprio potere creatore e, di conseguenza, con la responsabilità che un tale potere sottende, dall’altro permette agli umani, paradossalmente usando proprio quel medesimo potere creatore, di dimenticarlo delegandolo ad altro da sé, a Dio, agli Elohim, alla stessa Morte e giù sino agli angeli, ai santi, ai maghi, agli zombies, alle fate, agli alieni, a Satana, ai vampiri e ai demoni di ogni ordine e grado.

In questo modo, da millenni l’uomo ha saturato la sfera psichica con ogni sorta di bizzarrie e di trucchi a volte geniali, a volte penosi, ma tutti escogitati per un unico fine: dimenticare chi siamo in realtà delegando al “sovrannaturale” il nostro potere creativo. Il fatto è che non esiste alcun sovrannaturale poiché è tutto (ma tutto) perfettamente naturale, ossia virtuale e illusorio poiché creato da noi grazie al potere creativo della Coscienza che è del tutto privo di limiti. Crea la virtualità, la modifica e la distrugge continuamente e noi nemmeno ce ne rendiamo conto.

In sintesi, se non corrisponde a verità che Dio ha creato l’uomo e certamente vero che l’uomo ha creato Dio. E questa è un’affermazione tutt’altro che astratta.

Voglio inserire qui una breve digressione riguardante un aspetto curioso del culto ebraico prima e cristiano in seguito. Mi riferisco al primo comandamento “Non avrai altro Dio al di fuori di me”. Ecco, si noti l’uso di “non avrai” in luogo del più logico “non esiste”. Così sembra che Dio, quando parla a Mosè, dia per scontata l’esistenza di altri “dei” e che voglia imporre agli ebrei la sua unica presenza. Tutto ciò, tra l’altro, in sostanziale omaggio a ciò che io ritengo l’origine enoteista dell’ebraismo. In altre parole, un tipo di religione che ammette l’esistenza di più dei ma che prevede la preminenza di un dio su tutti gli altri, in modo da accentrare su questo l’intero culto. E ciò nonostante l’ebraismo sia ritenuto, almeno al suo inizio, una monolatria (la differenza, esigua, fra enoteismo e monolatria consiste nel fatto che nel primo sono ammesse forme di culto per gli altri “dei”, mentre nella seconda no). In effetti, concordo con quanti pensano che la pretesa monolatria del popolo ebraico sia messa in seria discussione da diversi passi della scrittura. Ad esempio 2 Re, 18 dove, narrando di Ezechia, re di Giuda, si dice che: “fu lui ad eliminare gli alti luoghi [altari] e a spezzare le colonne sacre e a tagliare il palo sacro e a frantumare il serpente di rame che Mosè aveva fatto (cfr. Numeri 4, 9 dove è descritto come Mosè, su ordine di Dio, eresse un bastone sul quale mise un serpente di rame che guariva coloro che fossero stati morsi da un rettile).

Ecco, a parte l’indicazione del ruolo chiaramente sciamanico attribuito a Mosè, qui pare proprio evidente come l’idea di Dio sia forgiata dal popolo ebraico come un work in progress, per “tentativi ed errori”, attraverso una rielaborazione continua, quasi compulsiva del relativo concetto. Tanto è vero che solo con Isaia (forse un centinaio d’anni più tardi) si compie il passo definitivo verso il monoteismo (Is 45, 5: “Io sono l’Eterno, e non ve n’è alcun altro; fuori di me non v’è alcun Dio!”).

Un’elaborazione che si realizza dentro un sistema di riferimento assai ben progettato e la scoperta del quale si deve a Jung. Mi riferisco a ciò che il grande svizzero definì Inconscio Collettivo e, in specifico, al relativo sistema degli archetipi. Quel sistema è talmente ben fatto che è assolutamente conveniente e funzionale per la comprensione del fenomeno che sto descrivendo. Ai fini del nostro lavoro, tuttavia, sostituiremo il lemma “archetipo” con quello di classe psichica, intendendo per “classe” un meccanismo capace di fare una certa cosa nel momento nel quale la classe stessa è creata oppure, se esiste già, è invocata. Si tratta di qualcosa di abbastanza simile a uno “stampo psichico”.

Il cambio di nomenclatura, poi, non è per niente casuale. È necessario al fine di spogliare il meccanismo suddetto di qualunque valenza “sacrale”. É sacro ciò che resta confinato al di fuori della Coscienza. Del sacro non è lecito parlare, si può solo eventualmente sperimentare. Il sacro non può mai divenire oggetto d’indagine, a nessun livello perché questo metterebbe in pericolo la sua stessa sacralità (si commette sacrilegio). Ecco, direi che ciò che abbiam detto sin qui dovrebbe bastare per chiarire che il sacro è un trucco, uno dei più potenti, attuato dalla Coscienza per impedire a se stessa di giungere alla consapevolezza del proprio potere creativo. Infine, il sacro è solo una delle numerose sentinelle che abbiam posto a guardia del nostro sonno. Crei Dio, lo circondi della sacralità più assoluta e intangibile e non ci pensi più. Nella peggiore delle ipotesi, chiunque oserà commettere sacrilegio finirà sul rogo o in prigione o all’indice.

Torniamo alle nostre classi psichiche. Quando una Coscienza qualsiasi o, altresì, un gruppo di Coscienze intenta

(Il lemma è usato per indicare l’azione di chi vuole realmente qualcosa. Un atto di volizione vera si distingue da un atto comune perché nel primo la gran parte della Totalità psichica è a favore dell’azione voluta. Questo comporta che l’atto creativo non conosce istanze contrarie o, in ogni caso, indirizzate diversamente rispetto al voluto. Nel secondo caso, invece, vige un atteggiamento fondamentalmente schizoide rispetto alla primaria volizione, atteggiamento che fa tornare il soggetto più e più volte sulla propria decisione, di fatto paralizzandola)

uno specifico atto, immediatamente e a livello psichico crea una classe specifica la quale prende subito a modificare la Dualità allo scopo di adeguarla alle proprie direttive.

È la stessa cosa che avviene quando, ad esempio, decidete di cambiare un vostro atteggiamento specifico verso il mondo. Quando prendete quella decisione create letteralmente una classe la quale agirà in un determinato modo. Se avete costanza, se il vostro è davvero un intento, allora nel giro di breve tempo potrete notare mutamenti reali in alcune vostre risposte automatiche e, di seguito, persino nel vostro corpo fisico. Intentando un cambiamento avete creato il vostro stampo che da quell’istante ha preso a rimodellare ogni aspetto di voi e del vostro mondo. Generalizzando, potremmo dire che le classi psichiche sono lo strumento attraverso il quale la Coscienza veicola il proprio potere creativo.

 Il tutto inizia sempre con un atto di volizione potente. Più la volontà iniziale e ferma e determinata, più la classe generata sarà efficace e funzionale al volere espresso e produrrà tutta una serie di fenomeni “in caduta”, dal piano psichico a quello fisico, dalla modificazione (effettiva) della rete neurale dell’individuo agente alle risposte (meccaniche) di tutti quelli che saranno coinvolti (e travolti) dall’azione della classe creata e/o invocata.

Si tratta, quindi di un meccanismo veramente semplice e che funziona a ogni livello. Sì, anche per creare Dio.

Dopo che la prima scimmia bipede ingerì una sostanza psicoattiva, probabilmente sotto forma di fungo, questa ne portò anche agli altri membri del clan. Fu lì che nacque sia l’uomo, sia Dio. Come risposta immediata e diretta che quel gruppo di ominidi si trovò improvvisamente a dare a qualcosa che li atterriva e li affascinava al tempo stesso: la tremenda consapevolezza del loro stesso potere creativo.

Terence McKenna, Il nutrimento degli Dei, Ed. Urra 1995. In Europa: psylocibe semilanceata. In Africa: psylocibe cubensis. In America centrale: psylocibe mexicana e psylocibe semilanceata. In Oriente: Amanita Muscaria e il mitico Soma del quale è ancora sconosciuto il principio attivo. McKenna fa risalire il fatto a circa 12000 fa ubicandolo in Africa centrale. Successive evidenze, come i petroglifi europei e sudafricani suggeriscono una data anteriore, fra i 30000 e i 40000 anni fa. Science pubblica nel 2000 una scoperta archeologica sorprendente, avvenuta in Italia settentrionale, vicino a Verona, presso le caverne Fumane dove sono state trovate lastre di roccia con raffigurazioni di teriantropi (esseri per metà animali e metà uomini) e che risalgono a un periodo compreso fra i 32000 e i 36500 anni fa. Sulla profonda connessione fra teriantropi e sciamanesimo consiglio vivamente “Sciamani” di Graham Hancock edito in Italia da Corbaccio.

A mio modesto avviso, è verosimile che una simile evenienza abbia avuto luogo in diverse parti del globo, pressappoco intorno allo stesso periodo. Questo darebbe anche significato al proliferare di culti diversi e che hanno mantenuto la propria diversità nel corso dei millenni. Anche la netta diversità fra i principi attivi presenti nelle diverse piante coinvolte potrebbe giustificare una così profonda differenza fra l’evoluzione spirituale di Oriente e Occidente. Il dato costante, tuttavia, è stato il modo di reagire di ciascun gruppo alla profonda azione di queste chiavi biologiche: l’auto spoliazione del potere creativo e il riferimento dello stesso a qualcosa che abita il cielo.

Quello fu l’istante durante il quale Coscienza compì il grande passo dando origine, grazie all’impulso di queste chiavi biologiche, all’ipertrofico accrescimento della neo-corteccia. Il brain di quei primati era pronto e l’evento scatenante era ormai solo una questione di tempo. E quando avvenne, scaraventò quei mammiferi in una dimensione abbagliante. Era inevitabile che quelle povere scimmie reagissero all’istante portando fuori di sé quel potere e attribuendolo all’oggetto più irraggiungibile e splendente che avessero mai conosciuto: il cielo e tutti i suoi astri. Lì nacque la prima idea di Dio.

Un’idea rozza, certamente, ma su quella il nostro creatore farlocco crebbe, evolvendo durante i millenni come idea alimentata e sostenuta dall’intera umanità ancorché in modo non uniforme. Non abbiamo, infatti, un solo Dio. Ce ne sono diversi. Certo, alcuni appaiono più grandi e potenti giacché sembrano raccogliere qualche miliardo di fedeli. Altri più piccoli ma tutti, senza eccezione, reclamano per sé la palma della verità, del vero culto. Il fatto è che la rispettiva accolita di fedeli ha, a suo tempo, creata la propria classe astratta ossia una struttura che è servita non tanto per fare qualcosa di concreto, quanto per generare altre sotto-classi, segnatamente l’intero sistema di credenze legate a ogni specifico culto.

Il tutto è stato compiuto con l’unico, decisivo scopo di spostare il nostro potere creativo, la relativa responsabilità e il connesso senso di colpa, su qualcosa di diverso da noi. Qualcosa che, quindi, è sempre falso giacché l’unica cosa reale è la Coscienza, ossia noi stessi.

Abbiamo sostenuto che la Coscienza ha il terrore del proprio potere creativo e che conserva, rispetto a ciò che ritiene il suo fallimento, un devastante senso di colpa. Abbiamo altresì affermato che, a causa di ciò, si rifugia nel sonno per dimenticare. E, in effetti, nel sonno trova innumerevoli occasioni per camuffare il senso di colpa. Per chi ancora non lo avesse intuìto, questa è precisamente la fonte d’ogni senso di colpa. La colpa per aver abbandonato la povera madre malata, o più in generale quella per non aver saputo essere all’altezza delle attese di qualcuno o qualunque altro tipo di colpa vi possa venire in mente è solo il mascheramento della colpa primigenia che deriviamo sia dalla nostra incapacità di capire ciò che andiamo descrivendo, sia dall’insanabile conflitto costantemente generato dal principio di contraddizione. Quasi ogni individuo ci fa i conti quotidianamente

(Con l’unica eccezione delle sociopatie più marcate dove tale tratto sembra, almeno in apparenza, del tutto assente; in realtà, anche questi individui lo sperimentano, solo che, non riuscendo per niente a gestirlo, hanno trovato il modo per negargli totalmente accesso alla sfera cosciente e, ovviamente, ciò richiede il pagamento di un prezzo elevato, ma questo è un altro discorso).

Mi rendo conto che, a questo punto, non ci sarebbe nulla di strano se il lettore si chiedesse per quale arcano motivo io stia scrivendo queste cose. Non vale anche per me la regola per la quale la (mia) Coscienza dovrebbe essere terrorizzata dalla verità? Sì, con certezza e sul punto posso essere anche più esplicito: nonostante gli anni di lavoro su me stesso, lo sgomento davanti al mio potere creativo non è mutato quasi per nulla. Diciamo che ho solo imparato a sostenerlo. Tale questione, però, cela qualcosa di notevolmente più interessante delle mie ambasce trascorse e presenti giacché enfatizza il concetto di evoluzione coscienziale.

Ho già alluso a questo, in realtà, quando ho accennato all’evoluzione del concetto di Dio attraverso i millenni

(Vorrei chiarire definitivamente qui che l’uso della “D” maiuscola per il lemma Dio ha una valenza esclusivamente grammaticale. Dio è nome proprio e richiede la maiuscola).

Tutti quelli che in fase pre-adolescenziale hanno studiato un po’ di catechismo conoscono la profonda differenza che c’è fra il Dio descritto dall’Antico Testamento e quello descritto dai Vangeli. Il primo iroso e vendicativo, il secondo tutto amore e perdono. Immagino, tuttavia che siano relativamente pochi coloro che si sono anche solo chiesti come mai “l’essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra”, a un certo punto e durante i millenni, abbia avvertito il bisogno di cambiare in qualche modo se stesso o, peggio, abbia mostrato d’esser preda di una mutazione inconscia. V’è da dire che nel nuovo catechismo

(Qui la costituzione apostolica “Fideim Depositum” per la pubblicazione del catechismo della chiesa cattolica, promulgata da Giovanni Paolo II il data 11 ottobre 1992. Qui il “Catechismo della Chiesa Cattolica”)

la locuzione “essere perfettissimo” sembra essere stata soppressa e conseguentemente sostituita da “padre onnipotente”. Si vede che persino per i dotti estensori del catechismo la cosa ha preso a stonare in modo eccessivo

(Sì, ci hanno messo un paio di millenni. Potremmo dire “meglio tardi che mai” ma, chissà perché, la frase non ha alcunché di consolatorio, tuttavia quest’appare come l’ennesima prova di un’evoluzione in atto nel soggettivo concetto di Dio).

Ci sarebbe ampio spazio per la celia, in effetti, ma non mi ci fionderò. Quel che, invece, mi preme di rilevare è il senso che, a mio avviso, è possibile dare a tal evidente evoluzione. Se, infatti, pensiamo a Dio come frutto immediato (e certamente potente) del “cambio di marcia” da parte della Coscienza con l’introduzione delle chiavi biologiche, allora un’evoluzione della stessa idea di Dio appare, oltre che sensata, anche molto coerente.

In termini strettamente psicologici, la Coscienza si comporta esattamente come un comune individuo che, di fronte a qualcosa che lo disturba troppo, attua meccanismi di rimozione e di riduzione in forza dei quali l’oggetto fonte di disturbo è prima negato e in parte rimosso e, quindi, ricontestualizzato al fine di ridurne e/o annullarne la forza disturbante. Tuttavia e comunemente, in quel medesimo individuo è anche presente un’altra istanza la quale spinge in direzione opposta. Ossia, verso l’integrazione del contenuto disturbante. E il tutto, ovviamente, origina un conflitto nevrotico. Vorrei una cosa ma faccio il contrario e questo mi procura sofferenza. Se poi mi chiedo perché sto facendo il contrario di quel che vorrei, non so rispondere e mi sento anche peggio.

Ecco, se tutto questo nei singoli individui genera nevrosi, a livello della Coscienza scrive la storia del mondo.

Bizzarro? Per niente, se si pensa a quanto la storia di una persona sia molto ben disegnata dalle sue nevrosi. Allo stesso modo, la storia del mondo così come l’ha disegnata la Coscienza (della quale l’Uomo è ipostasi immediata e diretta) è, di fatto, la storia di una nevrosi profonda che, tra l’altro e nel tempo presente, sembra degenerare sempre più in psicosi

(Sul punto, ossia sulla nomenclatura dei c. d. disturbi mentali, mi ritengo “vecchia scuola”. In particolare, sono convinto che classificare tutto come “disturbo”, salvo poi specificarne ulteriormente la natura, sia un errore grossolano. Meglio, invece e come Jung stesso suggerì, dividere in modo netto le c.d. nevrosi, ossia disturbi anche gravi, ma nei quali lo specchio della coscienza rimane integro e che, quindi, appaiono normalmente reversibili, dalle c.d. “psicosi”, vale a dire modificazioni solitamente irreversibili della coscienza giacché, dopo il loro insorgere, la medesima appare irrimediabilmente spezzata. La cosa è molto chiaramente rilevabile nei casi di “personalità multiple”).

In sintesi, se ancora non sappiamo quanto lecito, ai fini della comprensione della Coscienza appare certamente conveniente trattare la Coscienza stessa come un singolo super-individuo e, di conseguenza, l’umanità come il patrimonio monadico (riguardo al concetto di monade e patrimonio monadico rimando alla Teologia della Liberazione di prossima pubblicazione) di quello stesso super-individuo. Invero, la liceità potrebbe ben discendere dal fatto che è lo stesso mito di creazione a porre come sostanzialmente assiomatica la profonda identità fra creatore e creatura (chiunque abbia scritto Genesi, ha anche posto come fondamento il fatto che YHWH crea il primo uomo a sua immagine e somiglianza). Mentre la convenienza scaturisce dalla considerazione che, in tal caso, ci basta osservare noi stessi per conoscere i meccanismi che stanno alla base del funzionamento della Coscienza Creatrice.

Ci basta guardare per sapere. Guardare con distacco e lucidità sufficienti a tener fuori dalla porta sia il delirio mistico, sia la mistificazione derivante da qualsiasi fede cieca e tenendo sempre bene in mente che siamo stati noi a creare Dio e non viceversa. Di conseguenza, Dio va trattato come ciò che in realtà è stato (non dimentichiamoci che è morto): un archetipo, ancorché molto potente o, meglio, una classe astratta che nei millenni ha avuto l’unico compito di farsi carico del nostro potere creativo.

Vorrei insistere sul fatto che intendo qualsiasi tipo di fede, compresa quella nella ragione. L’atteggiamento razionalistico non fa meno danni di quello religioso (o, più genericamente, superstizioso) per il semplice motivo che rende l’individuo rigido e incapace della fluidità necessaria a muoversi dentro la bugia della Dualità senza farsi divorare da essa. Tanto che, alla fine, fra fideisti e razionalisti non è possibile evidenziare alcun tipo di differenza. Sono entrambi dei “credenti”. Entrambi hanno degli idoli, dei moloch intangibili che li determinano in modo assoluto, assiomatico potremmo dire, giacché forniscono loro dei dogmi impossibili da scavalcare, pena l’abiura dell’intero sistema

(Ciò ha diverse conseguenze perniciose. Supponenza, accondiscendenza, facilità all’odio ideologico, fanatismo o autoreferenzialità sono solo alcuni dei tratti che è possibile notare in questi individui).

Il problema posto dalla c. d. evoluzione coscienziale è, alla luce di quanto accennato sopra, soprattutto un problema di lettura del dramma fenomenico. Abbiamo visto, ancorché incidentalmente, come la Coscienza presenti un’ambivalenza profonda, sistemica senza dubbio, rispetto al modo con il quale crea, modifica e distrugge sia la virtualità, sia se stessa. Tanto che decidere se quanto si sta osservando abbia carattere oggettivo oppure soggettivo, è davvero un problema di pura opportunità e, di conseguenza, risolvibile solamente dal punto di vista dell’osservatore medesimo giacché, in realtà, è solamente lui la fonte unica di ogni fenomeno.

Se, dunque, la storia del mondo è leggibile come una gigantesca nevrosi, allora ogni singola vicenda umana è, a sua volta, configurabile come un particolare aspetto di questo complessivo quadro patologico. E proprio le più intense e drammatiche storie individuali possono essere trattate come aspetti salienti di tale conflitto nevrotico. Storie come quelle di Giuda Iscariota, dello schiavo ribelle Spartaco, dei primi martiri cristiani, di Simon Mago, delle streghe finite sui roghi o di cuspidi del pensiero quali: Averroé, Laozi, Ermete Trismegisto, Socrate e Giordano Bruno (per citarne alcuni), se osservate con sufficiente distacco e lucidità ci portano a vederlo questo filo rosso, questa costante eversiva che attraversa le vicende umane e che ha avuto come unico, evidente scopo quello di svegliare la Coscienza, contrapponendosi all’altra forza che lavora per mantenerne il sonno.

Non si tratta di complottismo, not at all. Non si tratta di fantomatici illuminati impegnati nell’ordire complotti che dovrebbero portare il mondo in una direzione piuttosto che in un’altra. Si tratta, invece, del gioco nevrotico innescato dal primo insorgere della consapevolezza e ancora oggi in atto. Un conflitto fra due parti della Coscienza che, con evidenza, appaiono dirette in senso totalmente opposto.

(continua … )

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Le persone spesso si spaventano per quello che dico e che scrivo perché temono, a ragione, che uccida i loro sogni. E nessuno rinuncia facilmente ai propri sogni perché l'illusione che esista qualcosa di misterioso e potente dal quale dipendono i nostri destini, qualunque forma o dimensione abbia, permette loro di continuare ad ignorare il fatto d'essere loro stessi i creatori di tutto quanto li circonda. Io, però, non mollo. Forse, perché seminare il panico, in fondo, mi piace.

6 Comments

  1. Avatar
    Oasi

    Quindi la coscienza passa continuamente dall’uno al multiverso senza mai trovare pace, quando è nell’uno si sente sola e annoiata, quando è nel multiverso non vede l’ora di scappare da ciò che lei stessa ha creato. Ho capito bene?

    • honros
      honros

      Si hai inteso bene, anche se la parte relativa all’Uno dev’essere qualcosa di talmente spaventoso e atterrente che, da solo, è capace di generare la lacerazione che porta alle creazioni. Del resto, forse, tu stesso puoi averne un assaggio. Basta che ti prendi qualche minuto e porti la tua attenzione sull’idea di te immortale. Provaci, Prova a pensarti immortale e solo. Fa tremare le vene nei polsi.

  2. Avatar
    Oasi

    In effetti proprio ciò che sento è un’attrazione gigantesca e al tempo stesso un freno molto tirato (attualmente molto meno) all’altezza del plesso solare, sotto alle costole, che si tratta indubbiamente di paura, la stessa paura che si prova, a volte, per le corcostanze esterne solo molto più acuta, attrazione e paura, in effetti è ciò che sento.
    Ma quando la coscienza sperimenta l’Uno non dovrebbe uscire dal ciclo di mortalità?

    Non riesco a capire perché la coscienza quando si trova nell’Uno (quindi appagata in tutti i sensi) voglia tornare a sperimentare la confusione e la sofferenza……

  3. Valentina C.
    Valentina08

    Non puoi pensarti Immortale e Solo perché chi pensa non è dallo stesso punto di vista di chi è Immortale e Solo.
    Cammello, leone…. ma senza la nascita del Fanciullo nessuna creazione è possibile, come profetizza lo stesso Zarathustra di Nietzsche, che in fondo non era poi così nichilista come hanno voluto farci credere. “Chi non sarà divenuto come un bambino, non entrerà nel Regno dei Cieli”

    • honros
      honros

      Perché è sola. L’Uno è uno stato della Coscienza e, come tale, soffre di limiti. Tuttavia, ciò vorrei fosse chiaro è che questa specifica descrizione non è un obbligo per nessuno.
      Ciò che offro, meglio, ciò che offre il Filo del Rasoio è un’opzione, non la Verità. La Verità non esiste giacché Verità e Menzogna sono gli aspetti duali della cosa vera che sta nell’Uno ma che, proprio perché sta lì, è indescrivibile.
      Accettare questo è solo una questione di scelta. Dipende da te e da nessun altro.

  4. honros
    honros

    Francamente non ho ancora capito come funziona il meccanismo delle risposte su questa piattaforma 😀
    In any way e per entrambi, come ho detto è solo una questione di scelta personale. Scegliere di descrivere l’Uno come una cosa risolutiva e desiderabile, oppure come uno stato deficitario della Coscienza Creatrice è solo questione di scelta.

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