Sunday, 15/12/2019 UTC+2
IL SAPERE

Introduzione al Misticismo [R]

Introduzione al Misticismo [R]

Se c’è qualcosa di veramente trasversale nelle religioni è il misticismofenomeno mistico: ecco, c’è una traccia, un vissuto, un’impronta che attraversa tutto il globo e permea cristianesimo, ebraismo, islamismo, induismo, e tanto altro ancora. Questa misteriosa e sofferta linea rossa non può essere ignorata né liquidata, come vorrebbe il razionalismo odierno, come la follia di anime semplici e impaurite, psichicamente instabili: la ragione, che pur sua stessa definizione è fondata su logica e matematica, non può scandagliare ciò che non mostra possibilità empiriche e il suo descrittivismo non può spiegare un fenomeno che per suo prioritario oggetto d’attenzione ha il Trascendente.

Il misticismo è l’esperienza diretta di Dio, la Comunione con il Divino. Il misticismo può essere per esteso una intera disciplina spirituale che tenta di gettare un ponte verso l’Assoluto, o definire esperienze extrasensoriali, difficilmente traducibili in parole, in cui nuovi stati di coscienza e consapevolezza irrompono nel soggetto che le sperimenta, annullando ogni percezione spazio- temporale e irrorando d’amore, beatitudine, letizia l’anima del mistico. Le esperienze estatiche si concretano, spesso, in visioni ultraterrene, dialoghi e locuzioni interiori con divinità ed entità angeliche, profezie, materializzazione di oggetti, miracoli. Esse condividono tutte una fenomenologia dello spirito che andremo ad osservare con vivo interesse.

Le definizioni date al misticismo sono tante, tantissime, persino troppe, tanto è difficile circoscrivere le variabili psicologiche, fisiologiche e i contenuti filosofici, religiosi e teologici che si porta appresso: molte scuole psicologiche, e non sono poche, in verità, riducono la dinamica mistica ad una caotica insorgenza di elementi inconsci. Partiamo, però, dall’etimologia del termine per comprenderne l’uso, la fortuna, la storia, il significato.

Il termine misticismo

“Misticismo” è un vocabolo greco che risale ai Misteri Eleusini, strettamente correlato alla parola mysterion (mistero). Scopriamo così che, prima di tutto, questa parola si riferisce proprio alla segretezza e all’incomunicabilità dell’esperire il sacro. L’ineffabilità e la vaghezza del termine corrispondono, spesso, alle nozioni della Divinità che hanno voluto tramandarci nei loro scritti e nei loro discorsi santi e mistici come Ekhart, in cui Dio è descritto con una teologia al negativo, come un Non-Essere, un Nulla, il Vuoto. E come si potrebbe, d’altronde, spiegare il vuoto o il nulla?

Il linguaggio dei mistici è altamente metaforico, paradossale, immaginifico, copioso di termini presi a prestito dal mondo dei sensi, che tutti conosciamo: le poesie sufi trasudano una sorta di erotismo, ma non parlano che di Dio. Il misticismo, così – non esperibile direttamente da chi legge o ascolta – per sua stessa limitazione esperienziale diventa il contenitore linguistico di avvenimenti incomunicabili, il veicolo di comunicazione con chi non ha condiviso i medesimi stati di coscienza. Eppure, come scriveva Louis Claude de Saint Martin, “tutti i mistici parlano la stessa lingua perché vengono dalla stessa terra”; gli stili, il lessico, gli intenti sono diversi, ma tutti hanno qualcosa da raccontare sulla Realtà Ultima, e questa si somiglia straordinariamente, ad ogni latitudine e longitudine. 

Le testimonianze 

Tra le prime testimonianze di estasi mistica, figurano i filosofi greci, tra cui Platone, il più tardo Plutarco, che volle descrivere i Misteri Eleusini, e Plotino con le sue Enneadi. Per l’obbiettività espressa, è il caso di proporre questo passo tratto dalle “Enneadi”(cap. 4):

“è accaduto molte volte: essere portato fuori dal mio corpo e dentro me stesso; farsi straniero a tutte le cose e centrarmi su me stesso; vedere una meravigliosa bellezza, più che mai certo di una comunanza con quanto esiste di più elevato; vivere la più nobile delle vite, identificandomi con il Divino; aver conseguito la possibilità di dimorare in esso, in equilibrio su qualunque cosa all’interno dell’Intelletto, che è minore del Supremo. Eppure, arriva il momento della discesa, dall’Intelletto alla ragione, e poi quel rimanere nel Divino, e mi chiedo come succede che io ora possa star scendendo, e come l’Anima sia mai potuta entrare nel mio corpo, l’Anima che, perfino dentro il corpo, è la cosa più alta che si sia mai mostrata esistente.”

L’esperienza di Plotino non è lontana da quella di altre persone, in particolare modo di cultura occidentale, di entrambi i sessi e di tutte le fasce anagrafiche e ceti sociali, che mirano all’Unione col Divino. Tale obbiettivo riflette la visione dualistica giudeo-cristiana, in cui il Creatore è un deus ex machina e il Creato, pur essendo “buono” è appestato dalla malvagità umana; l’anima è in antitesi con il corpo come l’Uomo è lontano dal Padre Celeste, che vuole ritrovare. I mistici occidentali, dunque, finiscono con il ricercare una Comunione con il Divino e le sue forme personali che i buddisti, specie di determinate scuole, al contrario, non cercano e trascenderebbero, desiderando approdare alla vacuità del Nirvana. Il Tutto, la Natura, il Dio dei monoteisti non compaiono nel buddismo.

Cercando i tratti comuni dell’esperienza mistica, potremmo riassumerli in una serie di stati alterati di coscienza che includono:

  • Alterazioni del pensiero;
  • Sensazioni di atemporalità e aspazialità;
  • Mutamento dell’immagine corporea;
  • Distorsioni percettive;
  • Senso di oggettività e di realtà definitiva, incontrovertibile;
  • Sensazione di ineffabilità ed eternità;
  • Paradossalità;
  • Esaltazione, gioia, senso di “comunione”, “unione”, “identificazione” con un Ente Supremo o il Tutto o una Potenza percepita come sovrannaturale, immutabile, buona, giusta, amorevole.

Non è raro, anzi è comune, che il mistico uscito da quest’espansione di coscienza, percepisca il mondo come una realtà fasulla, e tuttavia ordinata da un Amore divino: le categorie di bene e male perdono il loro valore antitetico e vengono riassunte in parametri di necessarietà; il mistico rinuncia del tutto alle passioni, alle emozioni, all’esteriorità, dando maggiore risalto al suo mondo interiore; eppure, è pieno di amore per l’uomo e per il mondo, di cui suppone di avere intravisto la vera ragion d’essere e desideroso di metterne a conoscenza gli altri.

È oramai, oltre le categorie sensibili dell’umano e si prepara a varcarle, nella preghiera e nella contemplazione; non è più solo, ma sorretto da Dio. La sua compassione per il mondo è grande, come se ne avesse intuito tutti i trucchi. A volte, l’esperienza scatena addirittura la conversione, come fu per San Paolo, o richiede un cambiamento di vita radicale, come fu per il ciabattino Jacob Boehme. Moltissimi sono i fenomeni straordinari che possono accompagnare i fenomeni mistici, dai più conosciuti ai meno noti: l’agilità, ad esempio (S. Antonio da Padova che va da Barcellona a Padova in un solo giorno), la bilocazione, il fuoco d’amore (che ebbe Filippo Neri, cui si bruciarono le vesti).

La natura dell’esperienza mistica 

È stato provato scientificamente che la sperimentazione degli stati mistici è preceduta da un calo di attenzione, una riduzione dell’attività fisica e da uno stato mentale passivo, di quiete. Le onde cerebrali emesse dai soggetti esaminati in stato di trance sono quelle Alfa, simili a quelle sperimentate durante il sonno. Non tutti i mistici, però, sperimentano lo stato di trance: Ildegarda Von Bingen disse di non avere mai perso lucidità e di essere sempre rimasta consapevole del luogo ove, in questo piano dimensionale, si trovava. Inoltre, poteva udire rumori e commenti intorno a lei. Quel che si sa di certo, è che in questo tipo di esperienze è la corteccia cerebrale, i lobi occipitali e temporali, a dare segni di grande attività.

Secondo recenti studi, un assaggio di quella che potrebbe essere un’esperienza mistica è stato vissuto da quasi il 40% delle persone, che dichiararono di avere perduto il senso della realtà, di avere vissuto esperienze fuori del corpo, di avere sperimentato un senso di Unione con il Tutto o con la Natura (il misticismo, infatti, può anche non essere religioso: Whalt Whitman, Henry Vaughn, Carl Gustav Jung e altri ne sono una prova). Gli stati mistici arriverebbero, persino, a modificare il funzionamento neurochimico del cervello, alterare il metabolismo, causare malattie o provocare guarigioni. Si dovrebbe leggere lo strabiliante caso di Teresa Neumann, che pare vivesse solo di ostie senza perdere peso, per rendersene pienamente conto.

Non indagheremo, qui, su quanto vi sia di umano e quanto di sovrannaturale nell’esperienza mistica e non relazioneremo sulla complessità dell’induzione di questi stati alterati dell’essere: sapere quali aree del cervello sono coinvolte, non aiuta infatti a scoprire quale può essere la causa scatenante dell’evento trascendentale.

Il cammino mistico occidentale 

Il fulcro del cammino mistico dell’Occidente, come si accennava, è l’Unione Divina, non la vacuità. Molti, prima di sperimentare la Mistica Unione, asseriscono di averla cercata a lungo, svuotandosi di sé stessi, osservandosi ed autocontrollandosi, imponendosi rigide regole di vita; altri non l’hanno cercata, ma ne sono stati rapiti, quasi incidentalmente. Ognuno ha percorso la sua strada e ha proposto mappe diverse. Il sufi Ibn Arabi raccomandava l’uso dell’immaginazione attiva per divenire nutrimento spirituale della Divinità, facendo in modo che egli stesso potesse nutrirsi di essa: in pratica, un’offerta di sé stessi ed una meditazione aiutata dall’immaginazione. Altri hanno suggerito complessi rituali cabalistici, per poi rifiutarli, dedicandosi solo alla preghiera, come Swedenborg. Agrippa di Nettesheim ha prediletto la magia e le evocazioni angeliche. Su alcuni punti, tuttavia, tutti i mistici concordano: perseveranza, distacco e preghiera sono i mezzi ideali per conseguire la Via, e alcuni propongono in special modo pratiche ripetitive, come possono essere quelle esicaste, centrate sul cuore e sulla frase-seme: “Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Non meno importanti sono la respirazione e uno stato di quiete mentale, come insegnano i mistici più avveduti. Santa Teresa d’Avila, ne “Il Castello interiore“, individua quattro stadi di preghiera (Wikipedia):

  • Il primo stadio, detto “devozione del cuore“, è quello della devota contemplazione o concentrazione, il ritiro dell’anima dall’esterno e specialmente la devota osservanza della passione di Cristo e la penitenza.
  • Il secondo stadio è la “devozione della pace” nella quale la volontà umana è rimessa in quella di Dio, mentre le altre facoltà, quali la memoria, l’immaginazione e la ragione, non sono ancora sicure a causa della distrazione mondana. Nonostante una piccola distrazione possa essere provocata dalla ripetizione di preghiere o dalla composizione di scritti, lo stato prevalente è ancora quello della quiete.
  • Il terzo stadio, ovvero la “devozione dell’unione” non è solo uno stato soprannaturale, ma soprattutto uno stato d’estasi mistica. Anche la ragione viene assorbita da Dio, e rimangono “libere” solo l’immaginazione e la memoria. Questo stadio è caratterizzato da una pace beata, una sorte di dolce sonno, un consapevole trasporto nell’amore di Dio.
  • Il quarto stadio è la “devozione dell’estasi“, è uno stato “passivo“, nel quale la consapevolezza dello spirito di risiedere in un corpo viene completamente perduta. Le attività sensoriali cessano, e anche la memoria e l’immaginazione vengano assorbite da Dio o cancellate del tutto. Corpo e spirito sono immersi in spasmi di un dolce e felice dolore, alternato a vampate di pauroso dolore, in preda ad una completa incosapevolezza ed impotenza, un sentimento di strangolamento, alternati in momenti di leggerezza interiore fa letteralmente sollevare il corpo nello spazio.

Mezz’ora dopo subentra un rilassamento di poche ore in cui tutte le facoltà vengono negate dall’unione con Dio. Da questo il soggetto si risveglia in lacrime; questo è il punto più alto dell’esperienza mistica prodotta dallo stato di trance. Teresa distingueva più tappe nell’ascensione dell’anima a Dio, l’ultima delle quali è l’abbandono totale. Ella sperimentò estasi, levitazioni, rapimenti estatici (improvvisi, non come i fenomeni estatici) e “voli dello spirito”, recandosi in altre dimensioni, fuori del corpo. Se la magia è una scienza dell’Io, quella del misticismo è una scienza del Sé: della propria parte divina. Non importa come la si chiama, se anima, spirito, o altro: essa è l’unico strumento che ci riporterà nella Casa del Padre.

Bibliografia:

  1. A. Gilbert, “Il misticismo”, 1994, Xenia Edizioni.
  2. Berti, “I mondi ultraterreni”, Mondadori.
  3. Apolito, “Sul visionarismo religioso in rete”, Feltrinelli Editore.
  4. www.it.wikipedia.org

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E' alquanto meglio edificare una Piramide nel deserto piuttosto che mille oasi brulicanti di vita ordinaria. Maestosa, fredda, perfetta ti ficca due dita in gola facendoti vomitare domande e dubbi. Oscura per un attimo l'ego che brilla compiaciuto di stupidità ebete, per aver rinchiuso nel buio e nel silenzio l'anima sgomenta che così viene accarezzata dalla fredda luce della ragione.

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