Thursday, 17/10/2019 UTC+2
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Il Segreto della Vita

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Ogni persona dovrebbe chiedersi almeno una volta al giorno: qual è il segreto della vita? Infatti, l’essenza dell’essere umano è quella di porsi domande, e più importanti ed essenziali tali domande sono, più significativa diventa la sua esistenza e la sua presenza su questa terra. Come sappiamo che l’essenza dell’essere umano consiste nel porsi delle domande? Semplicemente, in ebraico “uomo” è ADAM, Alef Dalet Mem,

e il valore numerico di tale termine è 45. Ciò equivale alla parola MAH (Mem Hey), che significa: “Cosa?”. 45 è inoltre il valore numerico di uno dei più importanti Nomi di Dio, il Tetragrammaton, Y-H-V-H, scritto coi seguenti riempimenti delle sue lettere:

Yud Vav Dalet, Hey Alef, Vav Alef, Hey Alef.

Nella Cabalà questo modo di riempire il Nome di Dio è chiamato: “de Alafin”, cioè “con le Alef”. Si afferma che questo Nome sia la forza operativa del “Mondo della Rettificazione” (Olam ha tikkun).

Il segreto dell’evoluzione umana risiede nella capacità di porsi domande e questioni. Si vede ciò molto bene nel progresso scientifico e tecnologico, radicato proprio sull’innata curiosità dell’essere umano, sul suo continuo cercare di capire meglio ciò che ha davanti agli occhi. Se il farsi delle domande sul mondo e sulla natura fisica aiuta l’aumento della conoscenza scientifica (e quindi anche l’abbondanza dei frutti pratici che ne derivano), analogamente, l’avere frequenti domande ed interrogativi sulla nostra componente spirituale ci aiuterà a crescere ed ad evolvere anche in quella parte, così essenziale, del nostro essere.

Stranamente, è proprio in quel settore che ci si pone meno domande. Anzi, esiste nel mondo tutta una certa tradizione religiosa che non incoraggia per niente l’interrogarsi, e che si premura di fornire delle risposte prefissate, standardizzate. La spiegazione che viene data per giustificare tale comportamento è quella che le domande sono pericolose, in quanto potrebbero esprimere dei dubbi, e lo scoprire di avere dei dubbi potrebbe in breve tempo portare la persona ad abbandonare la fede e la pratica delle opere religiose. L’Ebraismo è in parte al riparo da tale pericolo. Lo studio della Torà, come viene praticato nelle yeshivot (i collegi di studi rabbinici), è, infatti, basato sul cercare domande in continuazione, per rispondere alle quali ci si spinge ad approfondire i testi e gli argomenti. Tuttavia, anche qui le domande devono rientrare in una categoria particolare, devono essere pertinenti e conformi ad un certo standard. Interrogativi che esulano dai confini prestabiliti, o che toccano l’essenza della fede o della religiosità, non vengono per niente incoraggiati. Vengono piuttosto interpretati come dubbio. La parola “dubbio” (safeq), vale 240, come “amaleq”, il nome dell’eterno nemico d’Israele. Tuttavia, il fronteggiare profonde domande esistenziali è inevitabile, e rimandare o ignorare tale esigenza non ha conseguenze salubri sulla personalità.

Ma ritorniamo alla nostra domanda iniziale: qual’è il segreto della vita?

Cercheremo una risposta a ciò basandoci sulle meravigliose proprietà della lingua ebraica: quella di contenere simboli profondi nell’ordine e nel significato delle lettere di termini e parole.

Vita, chaim, si scrive così:

Il segreto di un qualcosa sta nella sua parte interiore, e le due lettere interne della parola “vita” sono due Yud.

Uno dei possibili col quale scrivere il Nome di Dio, nella tradizione ebraica, è con due Yud. A motivo della santità del nome Y-H-V-H, nei libri di preghiera ashkenaziti (Siddurim), questo Nome non viene scritto per esteso. Ogni volta che esso compare si mette invece una doppia Yud. La Yud, infatti, è la prima lettera del Nome di Dio, Y-H-V-H, come pure l’ultima lettera del Nome che si pronuncia al suo posto, ogni volta che lo si incontra durante la preghiera: ADONAI. Le due Yud rappresentano così l’inizio e la fine dei due più importanti Nomi di Dio. Al centro della parola “vita” c’è dunque “Divinità” allo stato puro, sia quella che si rivela tramite lo scritto, sia che si rivela tramite la parola.

Si noti inoltre come le due lettere esterne di vita, chaim, sono una Cheit e una Mem, cham,

che significa “caldo”. Dunque, vita è calore divino. Non a caso, uno dei segni più evidenti della presenza di vita è il calore del corpo. Occorre però che il calore si faccia sentire anche nell’anima. Il santo Baal Shem Tov, il fondatore del Chasidismo, aveva la piacevole abitudine, quando benediceva qualcuno dei suoi molti discepoli o visitatori, di dirgli: “Che tu possa essere un ebreo caldo!”.

Le due Yud all’interno di Chaim indicano però ad un segreto di natura molto superiore a quanto spiegato finora: quella della presenza in Keter (Corona) di due Partzufim. Come si sa, uno dei più alti livelli descritti dalla Cabalà è quello dei Partzufim, o “Espressioni”: vere e proprie ipostasi divine, i ruoli che Dio assume nel Suo rivelarsi alle creature. C’è un legame tra Sefirot e Partzufim. In Keter (Corona) ne sono presenti due: Atiq Yamin, “l’Antico Primordiale”, e Arikh Anpin, “il Volto Infinitamente lungo”. Poi c’è Abba, “Padre”, il Partzuf della Chokhmà (Sapienza); seguito da Ima (“Madre”), il Partzuf di Binà (Intelligenza). Infine troviamo Zeir Anpin (“il Volto in miniatura”), il Partzuf di tutte le sei Sefirot da Chesed (Amore) a Yesod (Fondamento), e Nuqva, la “Femmina”, il Partzuf di Malkhut (Regno).Senza entrare nei dettagli di un argomento tra i più complessi di tutta la Cabalà, si noti come il fatto di trovare due Partzufim in un’unica Sefirà sia tipico della sola Keter (Corona), la Sefirà più alta dell’Albero della Vita.

In breve, i due Partzufim di Keter (Corona) rappresentano l’aspetto del Divino rivolto soltanto verso se stesso (Atiq Yamin), e quello rivolto verso la creazione (il Volto infinitamente lungo, cioè quella parte di Dio che si estende ed attraversa l’intera creazione, per sostenerla e dirigerla in continuazione). Essi vengono simboleggiati da due Yud perché questa lettera vale 10, come le Sefirot dell’Albero della Vita, e ogni Partzuf contiene dieci Sefirot complete.

Ma cosa ha tutto ciò a che fare col segreto della vita?

Molto semplicemente, i due Partzufim di Keter (Corona) sono l’origine d’ogni polarità presente nella creazione. Si noti come tale polarità, mentre discende lungo la via dall’Infinito al finito, diventa via via sempre più drammatica e radicale, fino ad assumere, nel più basso dei livelli, la connotazione d’opposizione tra bene e male. Ogni molteplicità deriva da questa dualità iniziale, che sarebbe meglio chiamare “polarità”, dato che in Keter (Corona) essa non costituisce affatto un problema, bensì è l’origine della vita. Nei mondi inferiori, scopriamo, infatti, che la vita è tutta un fenomeno di passaggio da una data condizione a quella opposta: pieno e vuoto (come avviene in continuazione nel cuore, nei polmoni, nello stomaco o nel metabolismo in genere), veglia e sonno, caldo e freddo, giovinezza e vecchiaia, ecc. Lo stesso tramandarsi della vita avviene grazie alla polarità presente nei due sessi: maschile e femminile.

In conclusione, i dualismi d’ogni tipo hanno un motivo di essere. Se diventano radicali, al punto di causare vere e proprie fratture nella creazione, nella società o nell’individuo, è solo perché hanno temporaneamente perso il contatto con l’origine, con le due Yud, con il doppio Albero della Vita presente in Keter (Corona). Qui in basso ci sembra che gli opposti siano nemici irriducibili, e che dobbiamo in continuazione scegliere l’uno o l’altro. Qui in basso esistono bene e male, meglio e peggio. Ma il segreto della vita è che all’origine di tutto ciò esiste soltanto un’intima polarità presente nel Divino: bene e meglio assoluti.

Fonte: cabala.eu

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Ricerco i fondamenti culturali nella spiritualita' e nelle religioni. Al di fuori da ogni connotazione e convenzione sociale, cerco modelli alternativi per migliorare il dialogo, anche attraverso la valorizzazione delle diversita'.

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