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IL SAPERE
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Il Manoscritto Voynich [R]

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PREFAZIONE

Il Manoscritto Voynich è un tomo scritto ed illustrato a mano, di piccole dimensioni (16×22 cm), che consta di 102 fogli, per un totale di 204 pagine, legati in pergamena, ed è sicuramente uno dei libri più affascinanti e misteriosi mai esistiti.
Il libro è privo di titolo, non se ne conosce l’autore né l’epoca di origine, ed è scritto probabilmente in una lingua sconosciuta, ovvero in un codice crittografico, che peraltro ad oggi nessuno è riuscito a decifrare. Nelle sue inquietanti illustrazioni acquerellate sono rappresentati curiosi simboli, animali e piante (sconosciute ma plausibili alla luce delle attuali conoscenze biologiche), sfere celesti e donne nude, talora impegnate in attività del tutto incomprensibili.

LA STORIA

Il Manoscritto compare per la prima volta nelle cronache a Praga, nel ‘600, dove l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, ben noto alchimista, lo acquista ad un prezzo elevatissimo da John Dee, mago ed esoterista inglese. Questi lo aveva ricevuto dalla famiglia del duca di Northumberland, che se ne era impadronito in un monastero inglese, tra i tanti da lui rapinati durante il regno di Enrico VIII. Oggi esso è conosciuto come “Manoscritto Voynich” dal nome dell’antiquario russo Wilfred Voynich, che lo ritrovò tre secoli dopo, nel 1912, nella biblioteca dei Gesuiti di Villa Mondragone a Frascati, quando lo si riteneva ormai perduto per sempre. Il Voynich lo vendette successivamente al libraio americano Hans P. Kraus, che tentò invano di venderlo ad alto prezzo, e lo donò poi alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale, negli Stati Uniti, cui attualmente appartiene.
Voynich rinvenne, all’interno del manoscritto, una lettera di Johannes Marcus Marci, rettore dell’Università di Praga e medico reale di Rodolfo II di Boemia, con la quale egli inviava questo libro a Roma presso l’amico poligrafo Athanasius Kircher perché lo decifrasse. Voynich stesso affermò che lo scritto conteneva minuscole annotazioni in greco antico e datò il volume come originario del XIII secolo.
Nella lettera, che reca l’intestazione “Praga, 19 agosto 1665” (o 1666 – l’ultimo numero non è molto chiaro), Marci affermava di aver ereditato il manoscritto medievale da un suo amico (che in seguito le ricerche riveleranno essere un non meglio noto alchimista di nome Georg Baresch), e che il suo precedente proprietario, nientemeno che l’imperatore Rodolfo II, lo aveva acquistato per 600 ducati (una cifra molto elevata per quei tempi), credendolo opera di Ruggero Bacone.

Il testo della lettera liberamente tradotto dal latino è:

“Reverendo ed esimio Padre in Cristo. Questo libro mi è stato lasciato per testamento da un caro amico. Subito ho pensato di destinarlo a te, Attanasio carissimo amico, essendo persuaso che nessun altro, all’infuori di te, avrebbe potuto leggerlo. In passato (27 aprile 1639) ti fu inviata una copia, parziale, di questo manoscritto dall’allora possessore (Baresch) per chiedertene un parere. Egli non ti inviò l’originale perché tentava lui stesso di decifrarlo, ma veloce la morte lo rapì pria che ne venisse a capo. In verità il lavoro fu frustrante , perché queste sfingi obbediscono soltanto a Kircher.
Accettalo dunque, a testimonianza di quanto secondo me tu lo meriti, e scardina le sue corazze , se esistono, con la tua consueta felice intuizione. Il dottor Raphael, precettore in lingua boema di Ferdinando III re di Boemia, mi riferisce che questo libro è stato pagato 600 ducati al suo latore. Raphael riteneva che l’autore stesso fosse l’inglese Roger Bacon, su questo punto io non esprimo ancora il mio parere. Invero definisci tu quello che noi dobbiamo ritenere. Mi affido totalmente alla vostra benevolenza”

RUGGERO BACONE

Due Baconi sono stati fra i pionieri del metodo scientifico: il frate francescano Ruggero Bacone nel XIII secolo e, tre secoli più tardi, lo statista del perido elisabettiano Francesco Bacone (sir Francis Bacon, 1561-1626). Ruggero Bacone è di gran lunga il più misterioso dei due. Poco si sa della sua vita al di là di ciò che si può congetturare attraverso i suoi scritti. Sappiamo che fu un educatore che teneva lezioni ad Oxford e a Parigi. A un certo punto della sua carriera, abbracciò l’Ordine dei Francescani e fece voto di povertà. Intorno al 1247 si manifestò in Bacone un’insoddisfazione per la fede che i suoi contemporanei nutrivano nei confronti della scienza aristotelica. Egli era dell’opinione che l’osservazione diretta e la sperimentazione fossero superiori alla fiducia nelle autorità costituite. Questo rilievo dato alla sperimentazione lo attribuiva a Durand de Saint Pourçain, un filosofo domenicano francese di cui non si sa molto di più. Nel 1267 Bacone riferì di avere speso nel corso degli anni più di 2000 sterline parigine in esperimenti e “libri segreti”. Da uno di questi libri rari apprese la formula della polvere da sparo. Descrisse la preparazione degli esplosivi in forma cifrata. L’originalità di Bacone creò degli attriti fra lui e la gerarchia francescana. Fortunatamente, Bacone era anche amico di colui che doveva diventare Papa Clemente IV. Clemente, avendo saputo delle idee di Bacone su un’enciclopedia filosofica, gli ordinò di inviargliene una copia. Il Papa pensava che l’opera esistesse già. In realtà, era soltanto un’idea che Bacone aveva parzialmente abbozzato in lettere agli amici. Anziché spiegarsi, Bacone si mise al lavoro. Tenne nascosto il progetto ai suoi confratelli francescani, lavorando senza copisti.
Un anno e mezzo più tardi aveva redatto una trilogia: Opus Maius, Opus Minus, Opus Tertium. Queste opere resero noto Bacone per le riflessioni sulla tecnologia futura. Descrisse un telescopio (ma non aveva un modello pratico).
Immaginò le automobili e, con minore precisione, gli aerei. Bacone pensava al volo muscolare umano, in cui le braccia umane muovessero ali artificiali. Concluse inoltre che si sarebbero potuti far volare palloni riempiendoli con gas più leggeri dell’aria. Bacone era convinto che la Terra fosse rotonda. L’Opus Maius descrive un viaggio per mare verso ovest dalla Spagna all’India.
Il cardinale Pierre d’Ailly commise un plagio riportando questo brano nella sua Imago Mundi (pubblicata nel 1480), dove Colombo lo lesse e lo citò in una lettera a Ferdinando e Isabella di Castiglia. Alla fine Bacone fu sopraffatto dalla sua reputazione come operatore di miracoli.
I francescani lo imprigionarono nel 1278 per “novità sospette”. La storia dei nemici di Bacone che distruggono i suoi libri dopo la morte di lui è evidentemente falsa. Per quanto ne sappiamo, tutte le sue opere principali sono sopravvissute.

DATAZIONE

Tra i tanti misteri del Manoscritto, anche la datazione è ancora controversa. Fino agli inizi del 2011 si è ipotizzato che il manoscritto fosse stato creato ad arte come falso nel XVI secolo, per perpetrare una truffa ai danni di Rodolfo II. Secondo tale ipotesi, il truffatore sarebbe stato l’astrologo, mago e falsario inglese Edward Kelley aiutato dal brillante filosofo John Dee. A confutare questa teoria è però sopravvenuta la datazione ottenuta mediante la tecnica del Carbonio-14 nel febbraio 2011. Un gruppo di ricerca presso l’Arizona University è stato autorizzato ad asportare quattro piccoli campioni (1 millimetro per 6) dai margini di differenti pagine. A seguito di una datazione al radiocarbonio le pergamene parrebbero risalire a un periodo compreso fra il 1404 e il 1438. L’impossibilità di analizzare l’inchiostro col quale il manoscritto è stato redatto lascia però ancora spazio a qualche diatriba.
Precedenti ipotesi collocavano la stesura del testo intorno agli inizi del XVII secolo poiché un’analisi all’infrarosso aveva rivelato la presenza di una firma, successivamente cancellata, di Jacobi a Tepenece, al secolo Jacobus Horcicki, morto nel 1622 e principale alchimista al servizio di Rodolfo II. Inoltre, poiché una delle piante raffigurate nella sezione “botanica” è quasi identica al comune girasole giunto in Europa all’indomani della scoperta dell’America e quindi successivamente al 1492, si è supposto che l’autore non potesse ancora conoscere tale pianta per cui il libro doveva essere stato scritto solo successivamente a tale data.

COMPOSIZIONE E CARATTERISTICHE

Il volume, scritto su pergamena di capretto, è di dimensioni piuttosto ridotte: 16 cm di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore. Consta di 102 fogli, per un totale di 204 pagine.
La rilegatura porta tuttavia a ritenere che originariamente comprendesse 116 fogli e che 14 si siano smarriti.
Fanno da corredo al testo una notevole quantità di illustrazioni a colori, ritraenti i soggetti più svariati: proprio i disegni lasciano intravedere la natura del manoscritto, venendo di conseguenza scelti come punto di riferimento per la suddivisione dello stesso in diverse sezioni, a seconda del tema delle illustrazioni:
• Sezione I (fogli 1-66): chiamata botanica, contiene 113 disegni di piante sconosciute.
• Sezione II (fogli 67-73): chiamata astronomica o astrologica, presenta 25 diagrammi che sembrano richiamare delle stelle. Vi si riconoscono anche alcuni segni zodiacali. Anche in questo caso risulta alquanto arduo stabilire di cosa effettivamente tratti questa sezione.
• Sezione III (fogli 75-86): chiamata biologica, nomenclatura dovuta esclusivamente alla presenza di numerose figure femminili nude, sovente immerse fino al ginocchio in strane vasche intercomunicanti contenenti un liquido scuro.
Subito dopo questa sezione vi è un foglio ripiegato sei volte, raffigurante nove medaglioni con immagini di stelle o figure vagamente simili a cellule, raggiere di petali e fasci di tubi.
• Sezione IV (fogli 87-102): detta farmacologica, per via delle immagini di ampolle e fiale dalla forma analoga a quella dei contenitori presenti nelle antiche farmacie. In questa sezione vi sono anche disegni di piccole piante e radici, presumibilmente erbe medicinali.
L’ultima sezione del Manoscritto Voynich comincia dal foglio 103 e prosegue sino alla fine. Non vi figura alcuna immagine, fatte salve delle stelline a sinistra delle righe, ragion per cui si è portati a credere che si tratti di una sorta di indice.

TENTATIVI DI DECIFRARLO

Negli anni Quaranta i crittografi Joseph Martin Feely e Leonell C. Strong applicarono al documento dei sistemi di decifratura sostitutiva, cercando di ottenere un testo con caratteri latini in chiaro: il tentativo produsse un risultato che però non aveva alcun significato. Il manoscritto fu l’unico a resistere alle analisi degli esperti di crittografia della marina statunitense, che alla fine della guerra studiarono e analizzarono alcuni vecchi codici cifrati per mettere alla prova i nuovi sistemi di decodifica. J.M. Feely pubblicò le sue deduzioni nel libro “Roger Bacon’s Cipher: The Right Key Found” in cui, ancora una volta, attribuiva a Bacone la paternità del manoscritto.
Nel 1945 il professor William F. Friedman, costituì a Washington un gruppo di studiosi, il First Voynich Manuscript Study Group (FSG). Egli optò per un approccio più metodico e oggettivo, nell’ambito del quale emerse la cospicua ripetitività del linguaggio del Voynich. Tuttavia, a prescindere dall’opinione maturatagli nel corso degli anni in merito all’artificialità di tale linguaggio, all’atto pratico la ricerca si risolse in un nulla di fatto: a niente servì infatti la trasposizione dei caratteri in segni convenzionali, che doveva fungere da punto di partenza per qualsiasi analisi successiva.
Il professor Robert Brumbaugh, docente di filosofia medievale a Yale, e lo scienziato Gordon Rugg, in seguito a ricerche linguistiche, sposarono la teoria che vedrebbe il Voynich come un semplice espediente truffaldino, volto a sfruttare il successo che a quel tempo le opere esoteriche solevano riscuotere presso le corti europee.
Nel 1978 il filologo dilettante John Stojko credette di aver riconosciuto la lingua, e affermò che si trattasse di ucraino, con le vocali rimosse. La traduzione però pur avendo in alcuni passi un apparente senso (“Il Vuoto è ciò per cui combatte l’Occhio del Piccolo Dio”) non corrispondeva ai disegni.
Nel 1987 il fisico Leo Levitov attribuì il testo a degli eretici Catari, pensando di aver interpretato il testo come un misto di diverse lingue medievali centroeuropee. Il testo tuttavia non corrispondeva con la cultura catara e la traduzione aveva poco senso.
Lo studio più significativo in materia resta a oggi quello compiuto nel 1976 da William Ralph Bennett, che ha applicato la casistica alle lettere e alle parole del testo, mettendone in luce non solo la ripetitività, ma anche la semplicità lessicale e la bassissima entropia: il linguaggio del Voynich, in definitiva, non solo si avvarrebbe di un vocabolario limitato, ma anche di una basilarità linguistica riscontrabile, tra le lingue moderne, solo nell’hawaiano. Il fatto che le medesime “sillabe”, e perfino intere parole, vengano ripetute con una frequenza tale da rasentare il beffardo, è attinente più a una concezione inconsciamente accomodante, che non volutamente criptica.
L’alfabeto che viene usato, oltre a non essere stato ancora decifrato, è unico. Sono però state riconosciute tra le 19 e le 28 probabili lettere, che non hanno nessun legame con gli alfabeti attualmente conosciuti. Si sospetta inoltre che siano stati usati due alfabeti complementari ma non uguali, e che il manoscritto sia stato redatto da più persone. Imprescindibile quanto significativa in tal senso è poi l’assoluta mancanza di errori ortografici, cancellature o esitazioni, elementi costanti invece in qualunque altro manoscritto.
In alcuni passi ci sono delle parole ripetute anche quattro o più volte consecutivamente. Le parole contenute nel manoscritto infatti presentano frequenti ripetizioni di sillabe. Ciò spinse due studiosi (William Friedman e John Tiltman) a ipotizzare che fosse scritto in una lingua filosofica, ossia in una lingua artificiale in cui ogni parola è composta da un insieme di lettere o sillabe che rimandano a una divisione dell’essere in categorie.
L’esempio più noto di lingua artificiale è l’idioma analitico di John Wilkins, anche grazie all’omonimo racconto di Borges. In questa lingua, tutti gli enti sono catalogati in 40 categorie, suddivise in sotto categorie, e a ognuna è associata una sillaba o una lettera: in questo modo, se la classe generale dei colori è indicata con “robo-“, allora il rosso si chiamerà “roboc”, il giallo “robof”, e così via. Questa ipotesi spiegherebbe la ripetizione di sillabe, ma fino a oggi nessuno è riuscito a dare un senso razionale ai prefissi e ai suffissi usati nel Voynich. Inoltre, le prime lingue filosofiche sembrano risalire a epoche successive alla probabile compilazione del manoscritto. A quest’ultimo proposito, è però facile obiettare che l’idea generale di lingua filosofica è tutto sommato semplice e poteva quindi già preesistere.
Un’ipotesi contraria invece, molto più azzardata, è che sia stata proprio la visione del manoscritto a suggerire la possibilità di una lingua artificiale. Certo è che Johannes Marcus Marci era in contatto con Juan Caramuel y Lobkowitz, il cui libro “Grammatica Audax” costituì l’ispirazione per l’idioma analitico di Wilkins.
Recentemente è stata avanzata un’ipotesi che chiarirebbe il motivo dell’inspiegabilità del testo e della sua resistenza a qualsiasi tentativo di decifrazione: Gordon Rugg, nel luglio 2004, ha individuato un metodo che potrebbe essere stato seguito dagli ipotetici autori del Manoscritto per produrre in realtà “rumore casuale” in forma di sillabe. Questo metodo, realizzabile anche con strumenti del 1600, spiegherebbe la ripetitività delle sillabe e delle parole, l’assenza delle strutture tipiche della scrittura casuale e renderebbe credibile l’ipotesi che il testo sia un falso rinascimentale creato ad arte per truffare qualche studioso o sovrano dell’epoca.
Già in passato Jorge Stolfi dell’Università di Campinas (Brasile) aveva proposto l’ipotesi che il testo fosse stato composto mischiando sillabe casuali da tabelle di caratteri. Questo avrebbe spiegato le regolarità e le ripetizioni, ma non l’assenza di altre strutture di ripetizione, ad esempio le lettere doppie ravvicinate. Rugg invece partì dall’idea che il testo fosse stato composto con metodi combinatori noti negli anni tra il 1400 e il 1600: uno di questi metodi, che attirò la sua attenzione, fu quello della cosiddetta “Griglia di Cardano” creata da Girolamo Cardano nel 1550. Il metodo consiste nel sovrapporre a una tabella di caratteri o a un testo una seconda griglia, con solo alcune caselle ritagliate in modo da permettere di leggere la tabella inferiore. La sovrapposizione oscura le parti superflue del testo, lasciando visibile il messaggio. Rugg ha ricondotto il metodo di creazione a una griglia similare di 36×40 caselle, a cui viene sovrapposta una maschera con 3 fori, che compongono i tre elementi della parola (prefisso, centrale e suffisso).
Il metodo, molto semplice da usare, avrebbe permesso all’anonimo autore del Manoscritto Voynich di realizzare il testo molto rapidamente partendo da una singola griglia piazzata in diverse posizioni. Questo ha rimosso il principale dubbio correlato alla teoria del falso, cioè che un testo di tali proporzioni con caratteristiche sintattiche simili sarebbe stato molto difficile da realizzare senza un metodo di questo tipo. Rugg ha ottenuto alcune “regole base” del Voynichese, riconducibili a caratteristiche della tabella usata dall’autore: ad esempio la tabella originale aveva probabilmente le sillabe sul lato destro più lunghe, cosa che si riflette nella maggiore dimensione dei prefissi rispetto alle altre sillabe. Rugg ha tentato anche di capire se ci fosse un messaggio segreto codificato nel testo, ma l’analisi lo ha portato a escludere questa ipotesi: per via della complessità di costruzione delle frasi e delle parole, è quasi certo che la griglia sia stata usata non per codificare, ma per comporre il testo.
Ricerche storiche seguenti a questo studio hanno portato ad attribuire nuovamente a John Dee e ad Edward Kelley il testo. Il primo, studioso dell’età elisabettiana, avrebbe introdotto il secondo (noto falsario) alla corte di Rodolfo II intorno al 1580. Kelley era mago, oltre che truffatore, quindi ben conosceva i trucchi matematici di Cardano, e avrebbe realizzato il testo per ottenere una cospicua cifra o favori dal sovrano, anche se, come già detto, le analisi al Carbonio 14 sembrerebbero confutare questa teoria.

UNA POSSIBILE TRUFFA?

Una ricerca condotta da Andreas Schinner, fisico e informatico dell’Università Johannes Kepler di Linz ha stabilito che il famoso testo sarebbe stato effettivamente lo strumento di una truffa ai danni di Rodolfo II, imperatore del Sacro Romano Impero e grande collezionista di testi esoterici e mirabilia, al quale sarebbe stato venduto per una cifra esorbitante, spacciandolo per un’opera di Ruggero Bacone.
Per giungere a questa conclusione, Schinner – come scrive in un articolo sull’ultimo numero della rivista di studi crittogarfici Cryptologia – ha utilizzato sofisticate tecniche statistiche per analizzare il manoscritto, grazie alle quali ha potuto riscontrare che esso presenta tutte le caratteristiche che avrebbe un testo privo di significato una volta che venisse criptato con un sistema analogo a quello che veniva utilizzato alla corte di Elisabetta I per inviare messaggi segreti. Nel 2004 Gordon Rugg, della Keele University, aveva in effetti mostrato che la codifica manuale di un testo delle dimensioni del manoscritto di Voynich non avrebbe richiesto più di tre o quattro mesi di lavoro. Un tempo non eccessivo, considerata la lauta ricompensa elargita dall’imperatore.

IL MANOSCRITTO NELLA LETTERATURA

Il carattere misterioso del manoscritto ha fatto sì che molti se ne servissero come espediente o come elemento letterario in racconti e romanzi di genere fantastico: è stato utilizzato sia da Colin Wilson nel suo racconto di ispirazione lovecraftiana “Il ritorno dei Lloigor” sia dallo scrittore Valerio Evangelisti che, nella sua “Trilogia di Nostradamus”, lo assimila all’Arbor Mirabilis e ne fa un testo esoterico al centro di una trama complessa che si dipana attraverso la storia francese del XVI secolo.
Il manoscritto è stato anche protagonista del romanzo “Il manoscritto di Dio” di Michael Cordy in cui viene in parte decifrato da una docente dell’università di Yale e risulta infine essere una mappa per ritrovare il Giardino dell’Eden.
È presente inoltre anche nel libro “La tomba di ghiaccio” (“The Charlemagne Pursuit”, 2008) di Steve Berry. Anche in un numero del fumetto “Martin Mystere” se n’è parlato, correlandolo all’Apocalisse.
Infine nella striscia 593 del webcomic “Xkcd”, il testo viene citato, ipotizzando che si tratti di un antico manuale di un gioco di ruolo.

IPOTETICHE TECNICHE UTILIZZATE

Micrografica

In seguito alla sua riscoperta 1912, uno dei primi sforzi per sbloccare i segreti del libro (e la prima di molte affermazioni premature di decifrazione) è stata fatta nel 1921 da William Newbold della University of Pennsylvania. La sua ipotesi singolare constatare che il testo visibile è privo di significato in sé, ma che ogni apparente “lettera” è infatti composta da una serie di segni minuscoli visibile solo sotto ingrandimento. Queste marcature dovevano essere basate sull’antica stenografia greca, formando un secondo livello di script che tiene il reale contenuto della scrittura. Newbold sostenne di aver usato questa conoscenza per capire interi paragrafi comprovanti la paternità di Bacon e registrare il suo uso di un microscopio composto quattrocento anni prima di van Leeuwenhoek. Tuttavia, John Matthews Manly dell’Università di Chicago ha sottolineato gravi carenze in questa teoria. Ogni personaggio provo’ a dare molteplici interpretazioni, con un modo affidabile per determinare ogni singolo caso.Il metodo di Newbold ha richiesto anche riordinando le lettere a suo piacimento ogni modo per tradurlo. Questi fattori da soli non possono garantire la sufficiente flessibilità del sistema che quasi nullo gli sforzi da poter discernere dai segni microscopici. Anche se la prova di micrografia utilizzando la lingua ebraica può essere fatta fin dal IX secolo, [33] non è neanche lontanamenteavvicinabile come le forme Newbold.L’ attento studio del manoscritto ha rivelato le marcature da artefatti causati dall’inchiostro hanno creato crepe man mano che si asciugava sulla ruvida pergamena. Percepire un significato in questi artefatti può essere attribuito a pareidolia.La micrografia ad oggi, e’ sempre meno impiegata in studi nel settore archeologico.

Stenografia

Questa teoria sostiene che il testo del manoscritto Voynich è per lo più priva di senso, ma contiene informazioni significative nascoste in modo poco appariscente nei dettagli, ad esempio,la seconda lettera di ogni parola, o il numero di lettere in ciascuna linea. Questa tecnica, chiamata steganografia, è molto antica, ed è stato descritto da Johannes Tritemio nel 1499 che il testo dovesse essere estratto da una griglia di Cardano di qualche tipo, alquanto improbabile perché le parole e le lettere non erano disposte su qualcosa come una griglia regolare. Ancora, i crediti steganografici sono difficili da provare o confutare, in quanto stegotexts possono essere arbitrariamente difficile da trovare. Un argomento contro la steganografia è che avere una cifra simile come testo di copertina mette in evidenza l’esistenza stessa del messaggio segreto, che sarebbe autolesionista: ma perché il testo di copertura non assomiglia a una lingua sconosciuta naturale, questo argomento non è estremamente convincente.
È stato suggerito che il testo significativo potrebbe essere codificato nella lunghezza o la forma di alcuni tratti di penna. Ci sono infatti esempi di steganografia da circa quel tempo che uso la forma lettera a nascondere le informazioni. Tuttavia, quando ha esaminato a forte ingrandimento, i tratti di penna manoscritto Voynich sembrano del tutto naturali, e sostanzialmente interessati dalla superficie irregolare della pergamena.

VERSO UNA SOLUZIONE

Richard Rogers, informatico di 58 anni, prossimo alla pensione, l’11 novembre del 2009 forse ha trovato il codice. Per secoli si è cercato di interpretare le parole del manoscritto, ma la verità è che il “libro più misterioso del mondo” non contiene parole. Bensì numeri. La scoperta, come molte altre grandi scoperte, è avvenuta per caso. Rogers, specialista nella gestione dei dati al Fleet Readiness Center East at Cherry Point, mentre stava lavorando ad un nuovo algoritmo per il Dipartimento di Stato americano, ha usato una pagina del manoscritto per testare il suo programma. E allora, il computer ha fornito i dati contenuti nel manoscritto in codice macchina. Praticamente, il Voynich è il primo foglio di calcolo della storia.
Tutto il manoscritto è basato su una griglia 8X8, praticamente una scacchiera (ma anche un simbolo della massoneria), e la prima pagina contiene solamente le istruzioni per leggere il manoscritto.
Questa griglia contiene lettere nella parte alta e numeri in quella bassa. Il testo non contiene solamente algebra, ma anche le istruzioni per decifrare i messaggi e la simbologia del manoscritto. Secondo Rogers, il giardino di Villa Mondragone (Frascati), dove deve essere posizionata la griglia, potrebbe essere la vera chiave di lettura del manoscritto.
La ricerca non è ancora conclusa. Difatti Richard Rogers ormai si sta dedicando anima e corpo a portare avanti questa sua ricerca.

LA NASA CERCA AIUTO PER DECIFRARE IL MANOSCRITTO

Nella sezione di astronomia si possono apprezzare diagrammi circolari, alcuni delle quali contenenti soli, lune e stelle che potrebbero anche essere simboli astrologici. Nel manoscritto esistono 12 diagrammi con simboli conosciuti come le costellazioni dello zodiaco, in cui ciascuno è circondato da figure di 30 donne in miniatura e quasi tutte nude. Due dei simboli che rappresentano l’Acquario e il Capricorno, sono stati stravolti. I simboli di Ariete e Toro, a loro volta, sono circondati solo da 15 figure femminili.
L’incapacità degli attuali studiosi di astronomia di capire le origini di queste costellazioni, ha indotto la NASA a chiedere aiuto al mondo intero, per decifrare la scrittura misteriosa.

CONCLUSIONI

Il suo autore deve presumersi fosse una persona di sufficiente ingegno e cultura, probabilmente benestante ma non ricco, verosimilmente con conoscenze alchemiche, mediche, astrologiche o botaniche (o tutte queste insieme). Deve anche presumersi che quando scrisse il manoscritto fosse nella sua maturità dell’intelletto, quindi presumibilmente qualcuno nato nei primissimi anni del 1400. Probabilmente in Europa, tra Italia del Nord, Francia alpina, Austria, Germania meridionale e Boemia, probabilmente qualcuno legato ad ambienti gesuiti o di corte. La motivazione del manoscritto deve essere verosimilmente ricercata in due ordini di motivi: occultare un sapere, o perpetrare una frode. Non è molto, e non è certo, si tratta di congetture. Tuttavia sono probabilmente le migliori congetture che si possono fare se si vuol restringere il campo nella ricerca di un presunto autore. Sarebbe però sbagliato affannarci a cercare un autore, il quale dovrebbe viceversa emergere dallo studio del suo artefatto. Evidente allora che siano necessarie ulteriori indagini. In futuro potrebbe tornarsi ad esaminare scientificamente il manoscritto, con modalità non ancora intentate, o con strumenti di indagine che il prossimo futuro ci metterà a disposizione. Anche indagini collaterali (ad esempio la datazione delle lettere riguardanti il manoscritto, o i relativi esami calligrafici) potrebbero sgomberare il campo da dubbi non ancora del tutto fugati. La collaborazione tra operatori e studiosi qualificati sarà certamente uno strumento essenziale nell’avanzamento delle conoscenze. L’università di Yale giustamente non sembra propensa a favorire l’accesso al manoscritto a chi non disponga di valide credenziali. Un gruppo qualificato di ricerca potrebbe però stilare un programma di intervento attraverso il quale carpire un insieme di dettagli ed informazioni utili, nel rispetto delle esigenze dell’Università, e di quelle di tutela dell’opera.
Magari ove affiancato da tecnici specializzati e supportato da una personalità istituzionale, avrebbe certamente le carte in regola per accedere il più approfonditamente che sia possibile a questo manoscritto, e carpirne particolari apparentemente marginali. Tutto questo dovrebbe essere affiancato da indagini d’archivio, sulla ancora latente documentazione storica riguardante il manoscritto e i personaggi coinvolti nelle sue vicende. Molte altre idee sono state proposte o ventilate dagli studiosi stessi, e sarebbe certamente di grande aiuto riuscire a metterle in pratica.
La sensazione è che difficilmente avremo altre risposte da questa “sfinge”, se non gli verranno poste le giuste domande.
Ma anche queste sono congetture. Forse domani, o forse tra mille anni, qualcuno scoprirà qualcosa per caso, e la matassa sarà subitamente dipanata e forse chissà, il contenuto sarà probabilmente deludente rispetto alle più messianiche aspettative che da oltre un secolo molti di noi hanno riposto in questo testo.

Fonti:

Il Manoscritto Voynich di Sergio della Valle (testo su PDF)
William Poundstone, Labirinti della ragione. 1991, Pan Libri S.r.l. Pagg. 219-232.
TANOGABO – http://www.tanogabo.it/
LA ZONA MORTA – http://www.lazonamorta.it/
IL CONTE ROVESCIO – HTTP://SONOCONTE.OVER-BLOG.IT/
MYSTERIUM – http://mysterium.blogosfere.it/
STUDI SUL MISTERO – http://mistero.xoom.it
GruppoMizar – https://sites.google.com/site/gruppomizar/
NOTIZIE FRESCHE.info – http://notiziefresche.info
WIKIPEDIA – http://it.wikipedia.org

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