Saturday, 23/11/2019 UTC+2
IL SAPERE

Il Bigfoot

Il Bigfoot

Il BIGFOOT, detto anche SASQUATCH, MOMO o PIEDONE, è una leggendaria creatura scimmiesca che dovrebbe vivere nelle foreste dell’America Settentrionale. Segnalazioni della sua presenza sono arrivate da diverse parti del continente ma sembra che il Bigfoot sia concentrato nei due stati americani di Washington e dell’Oregon.
Non ci sono prove concrete della sua esistenza se non video, foto od orme di piedi anomale. Alcuni ritengono possa trattarsi di un ramo distaccato dello Yeti o di una specie sopravvissuta all’estinzione di Gigantopithecus, una scimmia asiatica di notevoli dimensioni, oggi ritenuta estinta.
Il Bigfoot dovrebbe essere alto dai 2 ai 2,70 metri (dai 7 ai 9 piedi), con folta peluria scura che varia dal rosso scuro al nero e grandi piedi (da cui il nome) che lascerebbero tracce di 40-46 cm sul terreno.

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Il Bigfoot è descritto come un grande ominide o primate bipede; il volto è relativamente simile a quello di un uomo. I testimoni dicono che ha dei grandi occhi e una cresta abbassata sulla testa, mentre non si nota traccia di collo: la testa sembra poggiare direttamente sulle spalle. Manca inoltre il muscolo gastrocnemio. In base alle descrizioni peserebbe intorno ai 200 chilogrammi.
Le prime leggende su questa creatura sono molto antiche ma il caso scoppiò solo nell’agosto del 1958, quando l’operatore di bulldozer Jerry Crew, che lavorava presso un cantiere stradale di Bluff Creek, California, scoprì una serie di enormi impronte di piedi lunghe 40 cm.
Il termine bigfoot significa infatti “grande piede” ed indica una presunta specie di grandi scimmie antropomorfe lungo tutta la catena delle Montagne Rocciose.
Il Dr. Grover S. Krantz, professore di antropologia alla Washington State University, iniziò ad appassionarsi al caso nel 1963 e da allora ha continuato le sue ricerche sul campo convincendosi sempre di più della possibile esistenza di una specie di grandi scimmie bipedi nelle foreste degli Stati Uniti.
Secondo l’antropologo la prova migliore circa la reale esistenza di bigfoot sono le numerose serie di impronte a lui attribuite di cui si possiedono fotografie e calchi in grande quantità. Generalmente questo tipo di impronte sono ritrovate sul fango, sulla sabbia umida e sulla neve, soprattutto perché risulta molto più difficile localizzare delle impronte sugli altri tipi di terreno nei quali il bigfoot presumibilmente cammina, imprimere un’impronta in un sottobosco o su di un suolo roccioso è infatti difficile anche per un animale molto grande e pesante.
L’aspetto generale delle impronte non è dissimile da quelle umane, se si escludono le dimensioni, che possono in genere variare dai 40 ai 45cm di lunghezza.

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Impronte del Bigfoot

Un aspetto molto interessante è che numerose impronte, pur presentando in linea di massima i medesimi tratti anatomici, possiedono delle caratteristiche peculiari che le rendono riconoscibili dalle altre.
Krantz crede di avere isolato tra la sua collezione di calchi le orme di 22 individui diversi. L’elemento maggiormente impressionante è che queste orme continuano ad essere scoperte in periodi di tempo e luoghi diversi, rafforzando l’idea che possano realmente appartenere ad individui di una specie animale sconosciuta che si spostano all’interno del proprio habitat.
La cosa che più colpisce i ricercatori è che la distanza dei passi non diminuisce sensibilmente, a contrario di quanto invece accade per gli esseri umani, nemmeno quando le impronte percorrono una salita, cosa compatibile solo con creature dotate di un’enorme forza fisica.
Un altro aspetto particolarmente impressionante è poi l’apparente estrema naturalezza con la quale le orme passano oltre gli ostacoli, Krantz riferisce di avere esaminato personalmente una serie di impronte che scavalcavano una recinzione di filo spinato alta 110 cm dal suolo.
La lunghezza dei passi attribuiti a bigfoot generalmente supera il metro, misura ragionevole se si considera che l’altezza stimata di questi esseri può raggiungere i 230 cm.
Esistono inoltre alcuni studi compiuti su vari presunti ciuffi di peli attribuiti al bigfoot.
Sembra che il primo uomo bianco ad avere scoperto le sue orme sia stato un commerciante canadese che nel 1811 si imbatté in tracce di piedi nudi di circa 40 cm sulle nevi delle Montagne Rocciose settentrionali, nei pressi di Alberta.
Nel 1851 due cacciatori dell’Arkansas incrociarono una mandria di animali inseguita da un “animale con un aspetto indiscutibilmente umano”.
La creatura, in base alla loro descrizione, era di dimensioni gigantesche, il suo corpo era ricoperto di peli e grandi ciuffi di capelli che gli cadevano sulle spalle come una criniera. Dopo aver osservato i due per un momento, la creatura si voltò e si mise a correre: le impronte lasciate dai suoi piedi avevano una lunghezza di 35 centimetri.
L’articolo in questione comparve nell’ottobre del 1886 su un settimanale del Maine, “The Waterville Morning Sentinel” (chiuso all’inizio del ’900), ma venne ripreso poi da altri giornali. La notizia è arrivata a noi grazie ad un foglio proveniente da “The Industrial Journal of Bangor”, utilizzato per avvolgere un bicchiere e sopravvissuto, così, all’ingiuria del tempo. A trovarlo, è stato un collezionista di antiquariato.
Nel trafiletto veniva riferita una vicenda sorprendente: il tragico incontro con un enorme “uomo selvatico “, con il volto e il corpo tutto ricoperto di peli. A raccontarlo, terrorizzato, era stato un francese (o forse, un canadese francofono) al quale i reporter dell’epoca avevano dato evidentemente molto credito. La vicenda avrebbe coinvolto tre cacciatori accampati nei boschi a nord del lago Moosehead. Quando due di loro tornarono alla base dopo una settimana, trovarono il loro compagno senza vita. Subito chiesero aiuto in città e scattò una battuta alla ricerca dell’assassino. I due cacciatori si trovarono di fronte quel mostruoso umanoide, grosso ed irsuto. Riuscirono ad abbatterlo solo con molti colpi di fucile. Era alto 3 metri e aveva le braccia lunghe almeno 2. Dobbiamo accontentarci di questa descrizione: all’epoca i giornali usavano pochissime foto e in questo caso l’articolo non è stato accompagnato nemmeno da uno schizzo.
Il 30 giugno del 1884, i passeggeri di un treno, riuscirono a catturare un essere peloso a circa 130 km da Vancouver, la creatura che a quanto si dice era dotata di una forza straordinaria, era interamente ricoperta di pelo lucido, eccezion fatta per le mani i piedi ed il volto e venne esibita per qualche tempo a Yale. Il caso di Jacko, così infatti venne battezzato dai viaggiatori, è tuttora famoso ed inspiegabile.
La testimonianza più sbalorditiva ed incredibile, risale al 1924, quando nei pressi di Monte Saint Helens cinque minatori, tra i quali Fred Beck, raccontarono di avere visto, mentre lavoravano, un colossale gorilla. Presi dal terrore, avrebbero sparato alla bestia ed, in quel momento, un gruppo di bigfoot li avrebbero assaliti con tronchi e grosse pietre. Si sarebbero salvati dalla carica dei feroci animali solo rinchiudendosi in un capanno per molte ore. Intorno al luogo vennero ritrovate impronte di enormi umanoidi. L’unica prova a favore di questo racconto furono le tracce fisiche che la polizia poté riscontrare sia sotto forme di impronte nel terreno circostante sia nei segni di colluttazione ai danni della baracca.
Nell’agosto del 1958 presso la valle di Bluff Creek, un conducente di trattori, Gerald Crew, che lavorava alla costruzione di una strada, scoprì una curiosa scia di impronte lunghe quarantacinque centimetri che si perdevano nella foresta.
Nel 1933 due uomini che stavano mangiando a 4500 metri, videro un essere con la faccia simile a quella dell’uomo, ma con il corpo interamente coperto di peli che mangiava delle bacche 400 metri più in basso. Nel ’55 un uomo poté osservare una femmina di bigfoot da una distanza di circa 20 metri, l’animale metteva in bocca rami di cespugli per cibarsi delle foglie.
Il 20 ottobre del 1967 Roger Patterson, che l’anno prima aveva pubblicato un libro sull’argomento ed il suo amico Robert Gimlin, organizzarono una sorta di escursione nei boschi con l’intento di girare un documentario sul bigfoot. Decisero di esplorare la zona di Bluff Creek, dove, nove anni prima, il caso era esploso a livello mondiale. Il film è stato visionato da un considerevole numero di esperti, più o meno equamente distribuiti nel considerarlo un falso oppure autentico.
Nel 1971, due esperti in biomeccanica della locomozione umana, il russo Dmitri Donskoy e l’inglese D.W. Grieve, compirono ricerche indipendenti dalle quali emersero opinioni alquanto interessanti. Secondo Donskoy l’essere ritratto era un enorme animale che non possedeva nulla di umano: il soggetto camminava in maniera coerente, con movenze perfettamente coordinate ed in una maniera che indica un grande peso, accompagnato da uno sviluppo muscolare perfettamente proporzionato. Il perfetto sincronismo delle oscillazioni delle braccia accompagnato dalla grande lunghezza dei passi, sarebbero difficilmente imitabili per un essere umano. Grieve, che esaminò in dettaglio 31 dei fotogrammi più chiari della pellicola, concluse che l’andatura della creatura era molto simile a quella di un uomo costretto a camminare in maniera forzata molto velocemente, se il film fosse stato girato a 24 frames al secondo poteva in effetti trattarsi di una persona con indosso un costume, mentre se fosse stato girato a 18 frames al secondo “esibiva un’andatura totalmente differente che non aveva nulla di umano”. Circa un terzo di tutte le segnalazioni di avvistamenti di Bigfoot si concentrarono nel Nord America. Alcuni sostenitori come John Willison Verde tuttavia ritennero che fosse presente in tutto il mondo.

AVVISTAMENTI RECENTI E TEORIE SCIENTIFICHE

Sono le ossa di un piede di Bigfoot? È la domanda che agita molte persone dopo che due adolescenti hanno scoperto in una foresta dello Stato del Massachusetts un piede gigante in decomposizione.
Bigfoot, o Sasquatch, è il nome che viene dato a una creatura che vivrebbe nei boschi del nord America e che come lo Yeti assomiglia a un primate umanoide di notevole stazza, alto sino a 2,70 metri. Segnalazioni della sua presenza sono arrivate da diverse parti del continente ma sembra che i Bigfoot siano concentrati nei due stati americani di Washington e Oregon.
La notizia è stata riportata dal quotidiano inglese Daily Mail, il piede è stato mandato alle autorità di Lakeville, al centro-medico legale, per stabilire le origini del ritrovamento. Gli esperti hanno confermato che non si tratta di un piede umano.
I sostenitori del Bigfoot Grover Krantz e Geoffrey Bourne ritengono che questa creatura possa essere qualche esemplare sopravvissuto di Gigantopithecus.
Bourne sostiene che la maggior parte dei fossili di Gigantopithecus si trovano in Cina e potrebbero essere migrati, come molte specie di animali, attraverso il ponte di terra di Bering, fino al Nord America.
L’ipotesi del Gigantopithecus è generalmente considerata del tutto speculativa. Questi fossili non sono mai stati ritrovati nelle Americhe. Poiché i fossili recuperati sono solo composti da mandibole e denti, vi è una certa incertezza sulla loro locomozione secondo Krantz, ma in base alla forma della mandibola, il Gigantopithecus Blacki sarebbe potuto essere bipede. Tuttavia, la parte rilevante della mandibola non è presente in alcun fossile. L’opinione dominante tuttavia è che il Gigantopithecus fosse quadrupede e che a causa della sua enorme massa sarebbe stato difficilmente in grado di sostenere un’andatura bipede.
Matt Cartmill fece notare un altro grande problema relativo all’ipotesi che il Bigfoot fosse un Gigantopithecus: “esso non era un ominide e forse neanche una sottospecie di ominidi, ma la prova fisica implica che il Bigfoot sia un bipede in posizione verticale con le natiche e un lungo alluce, ovvero un ominide antropomorfo, il che non si trova in altri mammiferi o altri bipedi. Sembra improbabile che il Gigantopithecus si sia evoluto con queste caratteristiche in modo univoco in parallelo”.

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Gigantolopithecus

Una specie di Australopithecus, come l’Australopithecus robustus (Figura 7), con il suo cranio crestato e l’andatura bipede, fu suggerito dal primatologo John Napier e dall’antropologo Gordon Strasenburg, come possibile candidato per l’identità scientifica del Bigfoot, nonostante il fatto che i fossili di Australopithecus siano stati ritrovati solo in Africa.
Michael Rugg, del Bigfoot Discovery Museum, ha presentato un confronto tra alcuni teschi e quelli di Gigantopithecus Meganthropus (ricostruzioni fatte da Grover Krantz). Egli ha paragonato favorevolmente un dente moderno di sospetta provenienza da un Bigfoot con i denti fossili di un Meganthropus, notando lo smalto indossato sulla superficie occlusale. I fossili di Meganthropus provenivano dall’Asia, il dente è stato invece trovato nel nord-ovest del Pacifico. Altri suggeriscono che il Bigfoot possa essere il Neanderthal, l’heidelbergensis Homo erectus, ma non sono mai stati ritrovati resti di queste specie snelle Americhe.
Una teoria supportata dall’investigatore del paranormale Jon-Erik Beckjord, ha teorizzato che la mancanza di prove concrete dell’esistenza di supporto Bigfoot possano essere dovute al fatto che la creatura sia un essere inter-dimensionale.
In USA, il dibattito sulla sua legittimità ha raggiunto l’apice nel 1970, con una serie televisive e speciali TV che hanno dato primo piano alle teorie che sostenevano l’esistenza della creatura, inventate da sedicenti esperti. La controversia ha portato gli antropologi e altri scienziati a correre ai ripari. Di conseguenza, le “prove” a favore del Bigfoot furono presentate sostanzialmente incontrastate, per legittimare le affermazioni pseudoscientifiche. Poiché l’esistenza della bestia non poteva essere smentita, molti lettori e spettatori ebbero la sensazione che la sua esistenza era piuttosto probabile. Nei tre decenni successivi, l’uso sempre più comune di pseudoscienza, trasformò il dibattito pubblico. La comunità scientifica snobba del tutto l’esistenza del Bigfoot, in quanto non vi è alcuna prova a sostegno della sopravvivenza di una così grande creatura preistorica simile alle scimmie. In un articolo del 1996 su USA Today, lo zoologo dello Stato di Washington John Crane disse: Non esiste una cosa come il Bigfoot. Nessun altro dato certo è stato mai chiaramente presentato.
Oltre alla mancanza di prove, gli scienziati affermarono il fatto Bigfoot non potrebbe vivere in regioni inusuali per un grande primate non umano, vale a dire, latitudini temperate dell’emisfero settentrionale. Tutte le scimmie non umane riconosciute si trovano nei tropici di Africa e Asia (anche se alcuni primati più piccoli, come i macachi giapponesi, si trovano in Asia fino alla latitudine della California del Nord e in sono grado di affrontare temperature fino ai -20° C (-4° F).
Così, il clima e i problemi di approvvigionamento alimentare renderebbero la sopravvivenza ad una creatura in tali habitat segnalati del tutto improbabile.
Inoltre, le grandi scimmie non si trovano nei reperti fossili nelle Americhe e non ci sono resti archeologici del Bigfoot. In effetti, il parere scientifico è che la popolazione nidificante di tale animale se realmente esistente, sarebbe stata così grande da non poter passare inosservata restando solo avvistamenti sporadici.
Alcuni scienziati sono stati meno scettici circa le affermazioni dell’esistenza del Bigfoot. Jeffrey Meldrum che considera la ricerca di come “un valido sforzo scientifico”, ha detto che i resti fossili di una antica scimmia gigante detta Gigantopithecus potrebbe rivelarsi un antenato del Bigfoot.
John Napier ha affermato che l’atteggiamento scettico della comunità scientifica nei confronti del Bigfoot deriva principalmente da prove insufficienti, mentre altri scienziati hanno mostrato interesse, come ad esempio l’antropologo David Daegling, il biologo George Shaller, Russell Mittermeier, Daris Swindler, Esteban Sarmiento e l’antropologo razziale Carleton S. Coon.
Jane Goodall, in una intervista del 27 settembre 2002 sul National Public Radio espresse le sue idee circa l’esistenza del Bigfoot.
In primo luogo affermò: “Sono sicuro che esistono”, ma poi continuò dicendo ridacchiando: “Beh, io sono un romantico e ho sempre voluto che loro esistessero. Tuttavia, la stragrande maggioranza dei biologi evoluzionisti, antropologi e paleontologi respingono completamente la possibilità dell’esistenza del Bigfoot/Sasquatch”. Ci sono diverse organizzazioni dedicate alla ricerca e alle indagini di avvistamenti sul Bigfoot negli Stati Uniti. La più antica e più grande è la Bigfoot Research Organization (BFRO). Il BFRO fornisce anche un database gratis per i privati ​​e altre organizzazioni. Il loro sito internet include i rapporti da tutto il Nord America che sono stati studiati dai ricercatori per determinare la credibilità.

IL BIGFOOT ESISTE, PAROLA DI ANTROPOLOGO

Domina il suo ambiente, si mimetizza e comunica con i suoi simili grazie agli gli ultrasuoni: per questo non riusciamo ad avere le prove della sua esistenza.
Il Bigfoot è reale e vive tra noi. Gli irriducibili, entusiasti sostenitori dell’esistenza di questo nostro potenziale lontano parente, disceso da un ramo collaterale dell’evoluzione umana, si sono dati appuntamento ad Ocean Shores, una località dello Stato di Washington affacciata sull’Oceano Pacifico, per l’annuale “Sasquatch Summit”.
Tra i relatori del convegno, c’era anche Jeff Meldrum, antropologo, grande conoscitore dell’anatomia dei primati e docente dell’Università di Stato dell’Idaho. È autore del libro Sasquach: Legend Meets Science (Sasquatch: La leggenda incontra la scienza), nel quale, citando anche il lavoro di esperti in vari campi di competenza, mostra le possibili prove a sostegno dell’ipotesi comunemente respinta, a priori, dagli accademici.
Ma dal suo punto di vista, quello comunque di un ricercatore con tutte le credenziali in regola, nulla impedisce che nelle foreste del Nord America possa vivere un tipo di ominide ancora sconosciuto.
Opinione condivisa da un altro ospite illustre del summit, il dottor Matthew Johnson. Di professione psicologo, ma anche protagonista, mentre faceva un’escursione nell’Oregon Caves National Monument Park insieme alla famiglia, di un incontro ravvicinato con un Bigfoot che gli ha fatto radicalmente cambiare idea su queste leggendarie creature. Da quel giorno, il 1° luglio del 2000, è diventato un convinto sostenitore non solo della loro esistenza, ma anche dell’opera di copertura da parte del Governo.
“Due giorni dopo, sul luogo dell’avvistamento, un ranger del parco ci mostrò le tracce di un grosso animale. “Non sono di un orso” ammise “ma di uno Sasquatch”. Poi subito specificò: “Sappiate che l’amministrazione del parco ha una sua politica in merito e non intende prendere posizione con i media riguardo i ritrovamenti di tracce di Sasquatch dentro i nostri confini”.
“Ma come potrebbe aver maturato una politica se non si fossero verificati altri precedenti avvistamenti che hanno costretto ad adottare una simile politica?”, si chiedeva polemicamente Johnson”.
Oggi, Dr. J – come viene soprannominato- è ritenuto uno dei testimoni più affidabili in fatto di Bigfoot e partecipa ad ogni incontro pubblico per raccontare la sua personale esperienza. Come Johnny Manson, d.j. in una stazione radio di Aberdeen. Anche lui ha visto di persona una di queste creature misteriose ritenute dai più solo frutto della fantasia. All’epoca però aveva solo due anni. Ora che è padre di tre bambini, non ha smesso di cercare, con passione, a quell’essere metà uomo e metà scimmia.
Potrebbe essere un fossile vivente, erede di quel Gigantopiteco vissuto fino ad 1 milione di anni fa e poi estinto? Manson non ci crede. “Penso che appartenga ad una specie umana diversa dalla nostra”. Ma perché nessuno finora è stato in grado di dimostrarne l’esistenza al di là di ogni ragionevole dubbio? Con la tecnologia attuale, non dovrebbe essere difficile catturare immagini o suoni in qualsiasi angolo del mondo, anche nei più remoti angoli del pianeta, dove si dice che questi esseri abitino.
La spiegazione di Manson è sorprendente. “Perché dominano il loro ambiente. Si mimetizzano ed emettono degli ultrasuoni”. Emissioni che userebbero per comunicare gli uni con gli altri, senza essere percepiti dall’orecchio umano, ma anche per disturbare gli apparecchi elettronici. Impossibile? Sì. Ma lo è anche immaginare un animale in grado di fermare il proprio battito cardiaco, azzerare l’attività cerebrale e sopravvivere anche se il suo corpo è congelato. Eppure c’è una piccola rana selvatica (nome scientifico, Lithobates sylvaticus), diffusa nel nord America, in grado di farlo. Insomma, la natura può riservare molte sorprese.
Nelle foreste di Washington si nasconderebbero dunque molti Bigfoot. Forse un’intera comunità. È questo lo Stato americano con il più alto numero di segnalazioni: la Bigfoot Field Researchers Organization (BFRO) ne ha annoverati almeno 560 a partire dal 1967, anche se di strani individui pelosi, selvatici e di dimensioni notevoli già parlavano, nei secoli scorsi, i Nativi Americani. Vivrebbero dunque da sempre su quei monti coperti da fitti boschi che si estendono su gran parte del territorio.
Ne ha visto un esemplare anche Scott Taylor. Nel 2005 stava percorrendo a piedi la Wynoochee Valley con la fidanzata, quando notò lungo la strada una serie di pietre impilate una sopra l’altra. All’improvviso, li investì una puzza nauseabonda. E un istante dopo, apparve un essere massiccio, a poca distanza, che iniziò a emettere dei suoni vocalizzando la “u”. Un’esperienza che ha cambiato Taylor per sempre. Prima non era per niente interessato allo Sasquatch, adesso è in prima fila, nel BFRO, per investigare su questo mistero.
Il Bigfoot perciò esisterebbe e sarebbe anche un nostro parente. Lo dimostrerebbe un test genetico, effettuato da una società americana, la DNA Diagnostics, per iniziativa della sua fondatrice, la veterinaria texana Melba S. Ketchum, che ne ha reso noti i risultati diffondendo un comunicato stampa. Il testo è piuttosto sorprendente. Le ampie sequenze del DNA approfondite dai ricercatori suggeriscono che la leggendaria creatura sia affine agli esseri umani e sia apparsa circa 15 mila anni fa. La Ketchum avrebbe ottenuto tre interi genomi provenienti da campioni attribuiti al mitico essere che abiterebbe le foreste inesplorate di mezzo mondo.
La sequenza genetica mostrerebbe che il DNA mitocondriale, quello che si eredita per linea materna, è identico a quello del moderno Homo Sapiens (quindi a tutti noi), mentre il DNA nucleare, insito nel nucleo di ogni cellula, appartiene ad un tipo di ominide finora sconosciuto anche se affine ai primati.
L’ipotesi della ricercatrice è dunque che, migliaia di anni fa, gli antenati del Bigfoot si siano incrociati sessualmente con donne, dando origine all’attuale genia di creature selvatiche coperte di pelo, in grado però di camminare erette. Un ibrido, insomma, letteralmente metà scimmia e metà uomo.
L’affermazione è molto forte, ma ha sollevato grande scetticismo. Primo perché la ricerca della dottoressa Ketchum non è stata pubblicata da alcuna rivista scientifica, né sembra in procinto di essere pubblicata. Se si trattasse davvero di uno studio serio e comprovato, dicono i critici, qualsiasi giornale farebbe i salti mortali pur di accaparrarselo. Ma così, finora, non è stato.
Non solo. La veterinaria non ha specificato quali siano i campioni utilizzati per effettuare l’esame genetico, né di quale natura (sangue, peli, cellule epiteliali, unghie…) e non ha intenzione di mostrarli in pubblico: ha infatti rifiutato di far vedere le prove in suo possesso. E finora, tutte quelle vantate da altri ricercatori (dagli scalpi di Yeti fino ad interi cadaveri) si sono rivelate assolutamente prive di fondamento, se non vere e proprie truffe.
Dal momento che la dottoressa Ketchum non ha rilasciato informazioni in merito ai suoi campioni e non ha permesso ad altri esperti di analizzarli, è praticamente impossibile stabilire se siano autentici e dunque se le conclusioni del suo studio siano valide.
Tutta questa vaghezza, ovviamente, solleva molti dubbi. Agli scienziati non resta che valutare il punto centrale del suo studio, ovvero la perfetta coincidenza del DNA mitocondriale del presunto Bigfoot con quello umano.
Non ci sono che due opzioni: o, come dice la ricercatrice texana, gli antenati di questa creatura si sono riprodotti con femmine umane 15 mila anni fa, dando vita ad un incrocio che si è diffuso nelle aree più impervie ed isolate del Nord America, oppure, spiegazione di gran lunga preferita dagli altri studiosi, c’è stata una contaminazione.
L’originale campione, a qualunque essere vivente appartenesse, potrebbe essere stato alterato, anche involontariamente, da chi l’ha raccolto o maneggiato, con il proprio DNA umano. Basterebbe un po’ di saliva, uno starnuto, un colpo di tosse. Ma la Ketchum sostiene anche che il DNA nucleare non sia di un Homo Sapiens o di un gorilla o di una scimmia, ma di una specie ignota.
Come giustificarlo? Il neurologo di Yale Steven Novella è categorico; il punto è questo, DNA umano più alcune anomalie oppure tratti sconosciuti non significa un impossibile ibrido uomo-scimmia, ma semplicemente DNA umano più alcune anomalie.
La ricercatrice, poi, non ha dalla sua una grande credibilità: la Dna Diagnostics ha già ricevuto decine di contestazioni da parte dei clienti ed ha ottenuto il voto più basso, in una scala di giudizio che va da A ad F, nella valutazione del Better Business Bureau.
Dunque, l’impressione è che si tratti di una bufala colossale, costruita sul nulla, senza vere prove e con tanta immaginazione. Ma le novità, in questo settore della Criptozoologia tanto affascinante, potrebbero essere dietro l’angolo.
È ancora in corso, infatti, la ricerca del genetista britannico Bryan Sykes, che ha chiesto a tutti, enti pubblici e organizzazioni private, di inviargli i campioni presumibilmente attribuibili all’Uomo Scimmia per procedere ad analisi. In questo caso, quando gli esami comparativi saranno terminati, senza dubbio il professor Sykes, che gode di fama internazionale e sta lavorando in collaborazione con l’Università di Losanna, pubblicherà lo studio su una rivista scientifica.
Non resta che attendere. Nel frattempo, però, la Ketchum si porta avanti. È così convinta di aver trovato la risposta definitiva al mistero del Bigfoot, che si è appellata al Governo degli Stati Uniti affinché riconosca immediatamente gli esemplari come “popolazione indigena, da proteggere, alla quale estendere i diritti costituzionali contro coloro che vedono nelle loro differenze fisiche e culturali un alibi per cacciarli, intrappolarli od ucciderli.” Anche se, ufficialmente, neanche uno di loro è mai stato catturato e neppure vi è certezza che davvero esistano.

APPARIZIONI INQUIETANTI

In tutti i continenti esistono ancora oggi regioni selvagge e impenetrabili. L’estrema limitatezza di queste zone giustificherebbe l’assenza quasi totale di umanoidi sconosciuti in Europa: ma altrove, l’inaccessibilità di certi territori fa aumentare le possibilità teoriche di avvistare o addirittura catturare tali esseri misteriosi. Nel 1978, Jacqueline Roumeguère-Eberhardt, una studiosa del Centro francese di ricerche scientifiche, ha pubblicato i risultati delle sue ricerche condotte in Africa su questi curiosi ibridi che la studiosa ha battezzato X e suddiviso in quattro grandi gruppi.
Cita anche il caso di un indigeno che afferma di essere stato catturato da uno di questi X e di essere stato esaminato con cura, senza trascurare nemmeno un particolare, prima di essere rispedito nella sua zona di provenienza. Ma anche in regioni ad alta densità demografica, come in Giappone, sembra siano stati visti esseri strani: nel 1970, lungo le pendici del monte Hiba, vicino a Hiroshima, sono stati visti parecchi hibagon.
Nel 1974 un contadino afferma di essersene trovato proprio di fronte uno, un essere maleodorante alto circa un metro e mezzo: «Sono rimasto di sasso. Ma la cosa peggiore era la puzza che emanava. Sembrava che avesse fatto il bagno in una pozza di concime o in una fossa settica, per poi asciugarsi nello sterco di vacca. Sinceramente pensavo che sarei svenuto. Per fortuna, invece, sono riuscito a darmela a gambe, senza rendermi del tutto conto di quanto stessi facendo. Ero a otto chilometri da casa, e ho fatto tutto il tragitto senza voltarmi indietro». L’odore nauseabondo è una caratteristica frequente nelle testimonianze sulle apparizioni degli uomini-animale.
Con i suoi milioni di chilometri quadrati inabitati, ci avrebbe sorpreso se l’Australia non annoverasse tra la sua popolazione un certo numero di questi esseri: gli indigeni hanno dato loro diversi nomi, tra cui il più corrente è yovvie. La loro presenza è segnalata in particolare nel Nuovo Galles del Sud e nel Queensland. Il 3 ottobre 1894 un ragazzino ne vede uno vicino a Snowball: «un uomo grande, con lunghi capelli». La creatura, che esce precipitosamente dal folto di un bosco, è sorpresa quanto il ragazzo da questo incontro: appena lo vede, fugge attraverso i campi, urtando la gamba contro un tronco d’albero e urlando dal dolore.
All’inizio del secolo due fratelli si trovano faccia a faccia con uno yowie in circostanze perlomeno movimentate. Vicino a Brindabella, nel Nuovo Galles del Sud, sentono una specie di muggito «gutturale e cavernoso» e rumori strani attorno al loro accampamento: un attimo dopo, scorgono qualcosa che cammina in posizione eretta, senza però riuscire a distinguere la parte superiore del corpo. Benché avvolti nell’oscurità, riescono a intravvedere una creatura con la testa irsuta, incassata profondamente nelle spalle. A mano a mano che si avvicina all’accampamento, diventa sempre più visibile, finché non viene messa a fuoco completamente: è alta pressappoco quanto un uomo, e avanza con passo pesante, a grandi falcate. I due amici l’interpellano: «Chi va là? Rispondi o spariamo». Per tutta risposta, sentono soltanto una specie di rauco muggito: allora prendono la mira e la detonazione del fucile si ripercuote per tutta la valle, ma se quella cosa viene raggiunta dal colpo, non ne sembra certo ferita in alcun modo. Solo, si volta e fugge.
L’australiano Rex Gilroy ha dedicato lunghi periodi di studio al problema degli yowie. Dopo aver esaminato più di tremila rapporti sulle varie apparizioni, è giunto alla seguente conclusione: durante gli ultimi anni, si sono visti più yowie che non durante i decenni precedenti. La testimonianza di un impiegato del parco nazionale della regione di Springbrook, nel Queensland, riveste un carattere particolarmente interessante: nel marzo del 1978 ha visto uno yowie alto più di due metri praticamente faccia a faccia. In seguito ha raccontato: «Ho avuto l’impressione che qualcuno mi fosse molto vicino. Alzo gli occhi e, a meno di quattro metri da me, vedo una figura vagamente umana, nera e villosa. Con una mano, enorme, stava aggrappata al tronco di un alberello, e lo stringeva come se fosse uno stecchino. La cosa aveva un volto piatto, nero e luccicante, con grandi occhi giallastri e, al posto della bocca, un buco enorme. Siamo rimasti immobili, a guardarci fissi negli occhi per una decina di minuti, e poi all’improvviso la cosa emanò un odore nauseabondo, si girò e scomparve rapidamente».
C’è una grande somiglianza tra lo yowie australiano e il bigfoot americano, sia per quanto riguarda l’aspetto fisico sia per il comportamento. I bigfoot continuano indisturbati a fare le loro apparizioni in America: da alcune decine d’anni a questa parte con maggiore frequenza.
Risulta difficile, oggi, negarne l’esistenza, i primi segni della quale risalgono al decennio 1830-1840. Nel 1851 due cacciatori dell’Arkansas incrociano una mandria di bestiame inseguita da un «animale con un aspetto indiscutibilmente umano».
Stando alla dichiarazione rilasciata da uno di loro, la creatura era di dimensioni gigantesche, con il corpo tutto coperto di peli e grandi ciuffi di capelli che le cadevano sulle spalle a mo’ di criniera. Dopo aver osservato i due per un momento che dovette sembrare un’eternità, la creatura si voltò e si mise a correre: le impronte lasciate, dai suoi piedi avevano una lunghezza di 33 centimetri. Questo episodio conferma che i bigfoot non si trovano solo nell’America nordoccidentale (California settentrionale, Oregon, Stato di Washington e Columbia Britannica): la loro presenza è segnalata praticamente ovunque nelle grandi distese di terra inabitata degli Stati Uniti, fino alla Florida, dove recentemente si sono registrate numerose apparizioni di skunk apes (scimmie dall’odore di puzzole). Mettendo insieme le varie testimonianze, si arriva alla conclusione che i bigfoot sono creature timide, selvatiche, che evitano di avvicinarsi troppo all’uomo. Ma ciò non toglie che possano mostrarsi curiosi, e ne sono stati avvistati parecchi che gironzolavano nottetempo nei pressi di accampamenti isolati nei boschi. Alcuni bigfoot sono comparsi a volte nelle vicinanze di fattorie o di ranch, certo in cerca di cibo. Ovviamente, più si parla di bigfoot, più copiose affluiscono le testimonianze.
Tra il 1960 e il 1970, le autorità competenti si sono trovate sommerse da rapporti di vario genere, il che non significa che il numero di questi esseri sia in aumento: al contrario, è lecito supporre che siano in via di estinzione, con l’uomo che li priva sempre più di zone tranquille; la riduzione del loro spazio vitale spinge logicamente queste creature ad avvicinarsi a noi. Il dossier americano sui bigfoot comprende oggi più di mille testimonianze, ripartite in un arco di centocinquant’anni: è un dossier enorme, soprattutto se si considera che alle autorità viene segnalato soltanto un caso su dieci. Altri rapporti parlano di impronte giganti simili a quelle umane, di escrementi e di ciuffi di capelli la cui appartenenza ai bigfoot non è provata completamente.
L’incontro finora più drammatico con un bigfoot è quello che Albert Ostman dichiara di aver avuto nel 1924: afferma infatti di essere stato rapito da una di queste creature, nella zona della Columbia Britannica, mentre dormiva nel suo sacco a pelo. La creatura, alta due metri e mezzo, l’avrebbe caricato sulla schiena, camminando quasi tre ore prima di scaricarlo nel bel mezzo di una famiglia di bigfoot: una coppia di adulti e due piccoli. Durante i tre giorni di cattività, Albert Ostman avrebbe avuto tutto il tempo di osservarli e persino di stringere rapporti di amicizia con il bigfoot più anziano. Per fuggire, Ostman avrebbe approfittato di un attimo di distrazione nella vigilanza del bigfoot anziano. Come definire tutto ciò? Forse il parto di una fantasia troppo vivace? In ogni caso, esistono altri racconti di incontri con dei bigfoot, racconti un poco più realistici e precisi.
Facciamo rilevare in conclusione che esistono 6 milioni di specie ancora sconosciute sul nostro pianeta. In un articolo su Science i ricercatori stimano l’esistenza, al massimo, di altre 6 milioni di specie ancora sconosciute. In questi ultimi decenni è stato possibile riconoscere l’esistenza di ben 1,5 milioni di specie. Il bigfoot potrebbe essere una di queste.

FONTI:
http://www.extremamente.it
http://nemsisprojectresearch.blogspot.it
http://scienza.panorama.it
http://evidenzaliena.altervista.org
http://oubliettemagazine.com

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