Tuesday, 17/9/2019 UTC+2
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Games of Thrones: il Risveglio del Femminile

Games of Thrones: il Risveglio del Femminile

Inutile girarci attorno…

Games of thrones, la serie targata HBO e tratta dall’ormai celeberrima saga fantasy di George R. R. Martin, dal titolo Cronache del ghiaccio e del fuoco (ma il titolo in inglese rende meglio: A Song of Ice and Fire) ha sicuramente cambiato l’immaginario collettivo su draghi, casate di potere, medioevo, nani e donzelle.

Ma in realtà tale cambiamento, come si vuole argomentare in questa breve recensione, investe qualcosa di più profondo: la visione stessa della storia,  dell’uomo e di quanto gli è più intimo.

In questa recensione ci si atterrà ai contenuti della saga così come vengono descritti nella serie televisiva: per quanto affascinante, la mole dei libri è tale che in confronto le 600 pagine del Signore degli Anelli risultano bazzecole da dilettanti. Verranno inoltre esaminati i contenuti ritenuti più rilevanti ai fini  dell’interpretazione proposta, né in ogni caso sarebbe impresa semplice quella di riassumere sinteticamente lo sterminato mondo di George Martin, per cui è meglio ribadire sin dall’inizio che qui non troverete una sinossi o un promemoria, nel caso aveste saltato qualche puntata.

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Debbo confessare al lettore che le cose, e le serie, che suscitano troppo successo mi ispirano sempre una qualche diffidenza. Eppure alla fine non riuscii ad esimermi dal confrontarmi con una serie così acclamata e dai requisiti talmente appetibili, e decisi di superare il mio limite, decidendomi a vedere quello che giudicavo un obbrobrio: così, mi dicevo, potrò finalmente contestare questi fanatici con cognizione di causa, decantando in modo scientifico i pro degli altri universi fantasy, non contaminati da manierismi splatter e violenza fine a se stessa.

Fu in questo modo che mi accostai al fantastico mondo di Game of Thrones.

Prima puntata: Winter is coming. Non so ancora che questa frase sarebbe divenuta un po’ il motto della serie. L’inverno sta arrivando..

La puntata ha inizio con un uomo che al di là di una barriera, in un territorio desolato, vede una specie di terrificante zombie uccidere due suoi colleghi (in seguito apprenderò che l’uomo è un Guardiano della Notte, mentre lo zombie è chiamato Estraneo). Ma la parte che conferma la mia iniziale antipatia, e in parte mi fornisce una chiave di lettura, è quella successiva: il sovrano di quelle terre, tale Ned Stark, decapita senza troppi problemi il malcapitato, reputato un povero pazzo. La scena è di una tale tristezza e insensatezza che rimpiango immediatamente il Signore degli Anelli. Stringo i denti e vado avanti. Tale Stark, spacciato come sovrano magnifico e rispettato per le sue virtù, ha uno stuolo di figli meravigliosi, i quali però non si preoccupano di tenere in disparte, nonostante alcune smancerie, il fratello bastardo, Jon Snow. La moglie di Ned si rivelerà in seguito una perfida strega che odia segretamente Jon, prova perenne dell’infedeltà del marito.

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Nella seconda puntata, emerge un altro personaggio notevole, tra gli altri: Tyrion (il cui nome evoca il greco therion, bestia) Lannister, il nano o folletto, figlio deforme della grande casata simboleggiata dal leone, in visita di piacere in un bordello, mentre si ubriaca in mezzo a un’orgia. Scoprirò in seguito che tale scena, inizialmente da me considerata inadatta al fantasy, sarà proprio la scena che convincerà numerose persone, naturalmente di sesso maschile, a divenire fan della serie.

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La serie prosegue tra violenze inaudite e colpi di scena di vario genere: inutile dire che tutto sembra tranne che un classico fantasy. Eppure l’acume con cui vengono tratteggiati i vari personaggi, gli intrighi e le rivelazioni rendono impossibile staccarsi da esso: George Martin è un abile conoscitore, senza alcun dubbio, della psiche umana. Pian piano resto affascinata dalla serie che tanto aborrivo: e comincio a vedere qualcosa che non vedevo. La bravura del suo creatore è senz’altro quella di saper toccare le corde dell’uomo odierno e infine quella di condurlo di soppiatto, senza che se ne accorga, in un universo del tutto diverso da quello con cui ha ammaliato i suoi seguaci, i quali ormai sono talmente avvinti, come la mosca nella tela del ragno, da non potersi sottrarre al cambio di prospettiva, che a stento forse notano.

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Volete sesso, trasgressione, orge e sregolatezza? Violenza e omicidio? Potere, ebbrezza e tradimenti? Eccovi accontentati. Lo spettatore non ha di che allungare la mano, e vedere i più nascosti, inammissibili e sfrenati desideri messi in scena dal suo idolo. Non importa se tali desideri comportano la regressione allo stato del piacere nudo e crudo, quello che fa emergere il lupo vorace sedato dalle regole sociali; non importa se ciò implica dolore, sofferenza per chi, in questo spettacolo, gioca il ruolo della vittima.

George Martin mette platealmente in scena appetiti sordidi e biechi, in maniera tale che lo spettatore non abbia motivo di sentirsi in colpa: è la serie che è fatta in questo modo! Vile e repressivo patriarcato? Continua, crudele violenza fisica e sessuale, su donne, bambini, animali? Non importa, è la fantasia sfrenata di George Martin, che, come una specie di prete, assolve tutti i peccati dei suoi spettatori, dandogli libero sfogo.

La rappresentazione di tale universo, violento e caotico, a lungo suscitò in me numerosi dubbi circa il suo significato; finché, andando avanti, mi resi conto che tale visione non era quella propugnata e auspicata dall’autore. Si trattava di crudo realismo, di osservazione distaccata. La realtà descritta da Game of Thrones è visione oggettiva delle pulsioni più bestiali, normalmente assecondate senza alcun criterio dall’uomo. Non c’è giudizio, non c’è critica o esaltazione, solo descrizione.

Descrizione di un universo predatorio, in cui soltanto chi è dotato di una strenua volontà di non farsi abbattere dalla marea degli eventi diviene pian piano capace di attraversarli e cavalcarli.

Ma proprio tale realismo si presta ad equivoci da parte di molti fan. “G. Martin descrive la realtà per com’è, finalmente, senza falsi idealismi”; “basta con i moralismi perbenisti del fantasy” ecc. ecc. In realtà tali descrizioni mancano del tutto il cuore del problema. La prova è il fatto che chi elogia il realismo crudele di Games of Thrones inevitabilmente finisce poi con  l’identificare e dividere nettamente i buoni (di solito gli Stark, con grandi note di elogio per il povero Ned) dai cattivi (soprattutto i Lannister).

Insomma, al fine di dormire sonni tranquilli si prende quel che si vuole dall’opera di George, e penso che questi ne sorriderebbe amabilmente e furbescamente. Si prende la violenza, la stupro, la forza delle armi e dei muscoli, ma poi allo stesso tempo si pretende di condannare Cersei come la cattiva della situazione, poiché vive di intelligenti espedienti ben diversi dalla bruta forza, e perché vive il piacere in modo diverso da quello del soldato medio ritratto dalla serie: ma perché l’incesto dovrebbe essere peggiore dello stupro? La tattica subdola e ingannatrice rivolta ai propri obiettivi peggio della dimostrazione militare e plateale?

Ad esempio, mi chiedo: cos’ha la sordida Cateliyn Stark di migliore rispetto a Cersei? Non pensa forse anche Catelyn a difendere esclusivamente la propria famiglia, proprio come Cersei? Non odia un personaggio amabile, Jon, proprio come Cersei non sopporta il fratello Tyrion? E lo stesso Ned Stark non si è forse mostrato un debole, vittima delle proprie illusioni, laddove Cersei ha saputo attraversare le maree della vita, navigando in un mare di dolori e dispiaceri senza soccombere? E Jaime Lannister, lo sterminatore di re, non ha forse dimostrato più onore di Rob Stark nell’uccidere un re folle a costo di perdere la propria reputazione e salvare un regno, laddove Rob Stark, interessato soltanto alla propria moglie e ai propri affari, ha perduto l’eredità del padre e la sua stessa vita, confinato nei piaceri del suo ego familiare, senza accorgersi delle trame che il mondo gli tesseva attorno?

E Tyrion? Il lettore non può che simpatizzare con lui, come ogni bravo nerd che si sente sminuito nel suo aspetto fisico e si vanta della propria cultura e sagacia. Diciamolo pure: coloro che esaltano la violenza sono proprio coloro che di solito sono impossibilitati a farne mostra, e a mancate manifestazioni corrispondono grandi repressioni, per cui lo spettatore medio per un verso non può che gioire, più o meno consciamente, delle perversioni messe in scena dalla serie, e allo stesso tempo simpatizzare per colui che più si avvicina a lui idealmente: il personaggio fisicamente debole che si riscatta con l’arguzia.

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Dall’altra parte dello spettro dei personaggi troviamo il tanto amato Khal Drogo, leader scolpito e coraggioso dei selvaggi Dothraki, fiero e onesto condottiero. Ma che differenza sussiste tra Drogo e Vyseris? Drogo è uno che, come il fratello di Danaerys Targarien, ha comprato una moglie di stirpe regale come fosse una mucca al mercato, per puro interesse, senza mostrare nessuna virtù in più del vituperato Vyseris durante tale transazione commerciale. Il fatto che Daenerys finisca per amarlo non è un meccanismo diverso da quello che ha luogo nella sindrome di Stoccolma: se non puoi ucciderlo, o fuggire dal tuo rapitore/aguzzino/stupratore, finisci per amarlo. La ricerca scientifica ha avuto modo di verificare più volte che si tratta di un ovvio espediente che salvaguarda l’equilibrio psicologico della vittima.

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Ma è proprio con Daenerys che le cose cambiano. Se il buon dio, o il diavolo, sta nei dettagli, G. Martin deve averne una buona conoscenza. Pian piano la serie slitterà impercettibilmente su un piano completamente diverso da quello appena delineato.

Dopo la morte di Vyseris, Daenerys Targarien è l’ultima erede di un lignaggio ormai considerato debole e scialbo nei sette regni, se non addirittura inesistente. I potenti draghi che simboleggiano la sua casata sembrano un lontano ricordo, vacua leggenda di tempi ormai andati. Lei è debole, mentre gli altri sono forti. Venduta dal fratello, inerme e indifesa, si era dovuta adattare a una nuova vita tra i selvaggi per sopravvivere. Quando il marito morirà, si ritroverà ancora una volta da sola, a dover lottare con deboli armi contro il terribile mondo del patriarcato sopra descritto, in cui la sua unica merce di scambio è l’avvenenza fisica, come tutte le donne, ma anche la stirpe regale, cosa che però, proprio come la bellezza, rischia di metterla in maggiore pericolo in un mondo rapace, poiché tutti vogliono uccidere la fragile erede Targarien.

Ma nella sua debolezza si cela la sua forza; nella sua malleabilità una tempra d’acciaio; nella sua dolcezza una grande volontà. Daenerys sente qualcosa dentro di sé: un fuoco antico è vivo in lei, un fuoco potente, capace di stravolgere quel mondo violento e ostile, apparentemente incontrastabile. Un fuoco che rianima la sopita forza dei draghi, un fuoco che cambierà ogni cosa, fuori e dentro di lei; è il risveglio del femminile.

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Così, proprio quando tutto sembrava deciso, il nostro Martin ha cambiato completamente gli scenari, ancor prima che il lettore/spettatore se ne accorgesse.

La forza bruta del patriarcato deve cedere il passo all’intelligenza del fuoco; la violenza bestiale viene soppiantata dal rigore di chi sa cosa va fatto, di chi è implacabile e severo non perché intende soddisfare le proprie perversioni, ma perché è così che deve essere. Intere popolazioni vengono liberate dal giogo della schiavitù dalla madre dei draghi.

Nuove passioni e nuove visioni emergono, in cui scorre una linfa e uno spirito di levatura completamente differente rispetto a quella di qualsiasi altro pretendente, vanesio e meschino, al trono dei sette regni.

Al posto di meschininità e piccolezze, si fanno adesso spazio ampie prospettive e ideali di grandezza di tipo ben diverso da quello dei piccoli uomini incapaci di guardare al di là di se stessi.

Donna, schiavo o bambino ritrovano il loro ruolo in un mondo, quello di Daenerys, in cui anche l’uomo è finalmente un vero uomo: poiché come poteva essere chiamato uomo quello che reprimeva e sviliva la propria parte femminile?

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Assieme a Daenerys, numerose donne, vere grandi protagoniste di questa saga, hanno impercettibilmente mutato l’iniziale panorama della serie: da Arya Stark, che al pari di Cersei Lannister, è innegabilmente forte e vendicativa sin dall’inizio, a Sansa Stark, debole e frivola ragazzina aspirante al trono che duri eventi costringono a tramutarsi in una donna di carattere, capace di sorreggersi da sola, anche quando ogni presunto aiuto viene meno, come quando Petyr Dito Corto la lascia in balia del perfido Ramsey Bolton.

Ma anche gli uomini, come si diceva, grazie a questa progressiva emersione del femminile, lasciano maturare le proprie qualità: come Jamie Lannister, mutato dall’incontro con la donna più androgina, forse per autodifesa, della saga, Brienne di Tarth. In questo panorama colpisce parecchio che uno dei personaggi più di carattere sia Varys, l’eunuco.

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In questo percorso G. Martin non lesina certamente riferimenti profondi alla spiritualità e religiosità collettiva, che sarebbero senz’altro da approfondire: dal culto della Luce di Lady Melisandra, che si configura in realtà come piuttosto ombroso, all’antica religione dei vecchi dei e quella dei sette nuovi dei (in realtà sfaccettature di un unico dio, un po’ come nella trinità cattolica, come ammesso dallo stesso G. Martin), al dio dei mille volti, fino al culto repressivo del Credo Militante, guidato dell’Alto Passero, così simile al clero più ottuso e bigotto durante le pagine più nere del passato religioso d’Occidente.

In questa storia non ancora conclusa, bisogna citare Jon Snow, forse il solo vero e grande eroe in senso classico della saga, assieme a Daenerys: integerrimo e senza sbavature dall’inizio alla fine, nonostante dubbi, ansie e problemi, Jon rappresenta tutto ciò che il mondo superficiale e violento del patriarcato ha espunto dai propri confini: il bastardo,  l’idealista, colui che antepone onore e intimo sentire a cieco impulso e interesse personale. Daenerys, figlia del fuoco e madre dei draghi, e Jon, figlio del ghiaccio e della neve, femminile e maschile, rosso e blu,  entrambi risuscitati alla vita, sembrano dunque destinati a incontrarsi, e non solo in virtù dei natali occultati di Jon.

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Se l’alchemica trasmutazione del piombo in oro potesse essere spiegata con una metafora televisiva, ebbene, non avrei alcuna esitazione a indicare come esempio Game of Thrones: ove tutto ciò che è vile e basso viene toccato e con lungo, sapiente, distaccato e paziente lavoro trasmutato, fino a rivelare la sua natura regale.

Valentina C. (04/06/17)

 

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