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I Fantasmi del Natale

I Fantasmi del Natale

I fantasmi del Natale sono veri fantasmi?

Per noi lettori contemporanei, che viviamo in un’epoca tecnologica, multimediale e interconnessa, certe credenze sembrano relegate all’ambito della superstizione. Se ne leggiamo incuriositi mentre scorriamo le pagine web è solo per distrarci un po’ dalla realtà quotidiana, ma non certo perché crediamo che abbiano un qualche fondamento. Eppure in passato anche personaggi illustri, che avevano conoscenze profondamente razionali e che ancora oggi stimiamo e leggiamo, erano soliti prendere sul serio questioni che noi oggi liquideremmo come “chiacchiere di vecchie comari”.

Consideriamo ad esempio la questione dei fantasmi: ectoplasmi e presenze spiritiche per noi sono poco più che fantasie buone a spaventare i bambini, ma per scrittori come Charles Dickens erano invece dotati di una concretezza tale da spingerli a farli diventare parte dei loro racconti. Visto che ci avviciniamo al Natale, è praticamente impossibile che in televisione non ci si imbatta in una qualche versione cinematografica di uno dei suoi racconti natalizi più celebri: “Il Canto di Natale”.

Ne “Il Canto di Natale” il protagonista, il vecchio e avido Ebenzer Scrooge, non avverte affatto lo “spirito del Natale”. Per lui questa ricorrenza è solo un giorno come un altro, e il suo unico pensiero è quello di accumulare altri soldi oltre a quelli che già possiede. Ma quella notte riceve tre visite: ad andare da lui sono gli spiriti del fantasma presente, passato e futuro.

Questa, per sommi capi, la trama del racconto: quasi tutti lo conosciamo, e invito chi non lo ha mai letto a farlo, perché la scrittura di Dickens è assolutamente godibile ancora oggi. La riflessione che vorrei fare è però sul senso che lo spiritismo aveva per Dickens.

Leggendo le biografie e gli scritti critici sul suo conto, scopriamo che Dickens non credeva affatto allo spiritismo, anche se all’epoca (parliamo della seconda metà dell’Ottocento) a Londra era di gran moda. Il suo interesse andava piuttosto al mesmerismo, considerato più “scientifico”, che usava i flussi magnetici per curare certe patologie. Eppure egli stesso si disse protagonista di vari episodi che avevano a che vedere con la sfera del soprannaturale: ebbe la premonizione della morte di suo figlio, rivelò di aver visto il fantasma di suo padre dopo il decesso avvenuto a seguito di un intervento e affermava di essere in grado di sentire distintamente ogni parola pronunciata dai personaggi che inventava nei suoi libri. Forse allora negava di credere nello spiritismo perché per lui aveva un aspetto oscuro e spaventoso: il contatto con l’aldilà non significa poter entrare in contatto con le persone care ma assumeva sempre un aspetto sinistro.

D’altro canto in quegli anni era molto in voga il romanzo gotico: contemporanei di Dickens furono Edgar Allan Poe e Bram Stocker, creatore del personaggio di Dracula. I romanzi gotici pullulavano di spettri e spiriti, ma Dickens non si cimentò mai con questo genere letterario.

Come interpretare dunque gli spettri de “Il Canto di Natale”? La prima peculiarità di questi tre personaggi è che essi non sono la manifestazione fisica di persone morte: essi sono rappresentativi di uno stato d’animo. Il Natale passato è festoso e gioviale, così come il giorno di Natale è nei ricordi di Scrooge. Quello presente è triste e solitario; quello futuro terrificante. Dunque gli spiriti sono solo materializzazioni dei pensieri del protagonista, che si confronta non con i fantasmi di singole persone ma con i fantasmi della sua intera esistenza.

Dunque “Il Canto di Natale” ha poco a che vedere con lo spiritismo in senso stretto e si può leggere semplicemente come un racconto didattico ed ispirazionale, volto ad incitare ognuno di noi a migliorare e cambiare la propria vita perché non è mai troppo tardi per cambiare il futuro.

O forse non è così, e quei tre fantasmi Dickens li incontrò davvero? Non dimentichiamo un ultimo particolare: lo scrittore britannico si iscrisse, insieme al collega Arthur Conan Doyle (creatore di Sherlock Holmes) al “Ghost Club”, circolo di studiosi di eventi paranormali, il cui motto era “Nasci, Laborare, Mori, Nasci” (nascere, lavorare, morire, nascere). E dopo la sua morte fu evocato in una seduta spiritica dallo stesso Doyle, che lo riconobbe perché si presentò con lo pseudonimo che usò per i primi romanzi: “BOZ”.

Lampur (19/12/2016)

Fonti:

  • http://www.viaggionelmistero.it/paranormale/fenomeni-esp/esperienze-paranormali-charles-dickens
  • https://ilconsigliereletterario.com/category/elenco-autori/charles-dickens/
  • http://www.treccani.it/magazine/cultura/La_fotogenia_degli_spettri.html#
  • http://www.angelsghosts.com/ghost_club

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