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IL SAPERE
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Creatività: Spontaneità e “Creazione”

Creatività: Spontaneità e “Creazione”

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Spontaneità e Creazione

In ogni attività creativa, colui che crea si fonde con la propria materia, che rappresenta il mondo che lo circonda. Sia che il contadino coltivi il grano o il pittore dipinga un quadro, in ogni tipo di lavoro creativo, l’artefice e il suo oggetto diventano un’unica cosa: l’uomo si unisce col mondo nel processo di creazione.”

(E. Fromm)

Se l’individuo realizza il suo io mediante l’attività spontanea, e in questo modo si mette in rapporto con il mondo, cessa di essere un atomo isolato; sia lui che il mondo diventano parti di un tutto organico; egli occupa il suo giusto posto, e così i dubbi su se stesso e sul significato della vita; quando egli riesce a vivere non in modo coatto, né da automa, ma spontaneamente, essi scompaiono. Ha coscienza di sé come un individuo attivo e creativo e riconosce che c’è un solo significato della vita: l’atto stesso di vivere.”

(E. Fromm)

L’educazione deve promuovere l’indipendenza interiore e l’individualità del bambino, il suo sviluppo e la sua integrità. Nella nostra civiltà, tuttavia, l’educazione, troppo spesso, produce l’eliminazione della spontaneità.”

(E. Fromm)

La spontaneità è il momento in cui ci sentiamo liberi di esprimerci in tutto il nostro essere e in cui ci avviciniamo al nostro Sé. Purtroppo il sistema educativo ufficiale tende ad eliminare la spontaneità, ed è così che gli esseri umani si ritrovano come automi o ripetitori stereotipati di pensieri e modi di vivere semplicemente “copiati”, “imposti” e non propri, derivati da un indottrinamento acritico e monocromatico. Ognuno dovrebbe essere libero di esprimere e sviluppare la sua unicità, con tutti i colori e tutte le possibili sfumature. Ciò è tanto più possibile quanto più ci si connette a se stessi e a ciò che ci circonda, prendendo sempre più coscienza di essere PARTE INTEGRANTE del grande disegno della VITA.

Chi tenterà di “uscire” fuori da questo grande Guscio del Controllo, deve mettere in conto che il percorso non sarà facile poiché verrà osteggiato, deriso, ignorato, visto come pericoloso, allontanato, forzatamente etichettato, soprattutto se non si può “corrompere” o “catalogare”.

La verità è che la spontaneità fa paura perché è difficile da “imbrigliare” e dirigere, si lega alla fluidità e alla mutevolezza della vita, è come una sorta di “mina vagante” capace di portare disequilibrio e destabilizzazione. Il bello di ciò sta proprio nel fatto che senza di essa non ci sarebbe il “nuovo”, non sarebbe per noi possibile ristabilire e creare nuovi equilibri. Spesso siamo invece portati a cullarci e crogiolarci tra le sbarre sicure del conosciuto, del familiare e così escludiamo tutta la realtà che c’è “fuori”. Un po’ come nel famoso mito della caverna di Platone:

La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce”.

Quando si tendono a fare troppi calcoli e programmi per la propria esistenza o ci si impone degli standard da raggiungere o dei parametri in cui rientrare, si rischia di essere schiavi del proprio bisogno di matrice difensiva egoica di controllo, sicurezza, previsione, conferma. Questo, troppo spesso, ci spinge a compiere delle scelte affrettate, a staccarci dal nostro nucleo emotivo, ad essere lamentosi, ansiosi, angosciati, frustrati, depressi. Ciò avviene perché in realtà, nel caotico fluire della spontaneità della vita, si può controllare o dirigere molto poco, i programmi possono “saltare” e i risultati possono essere diversi da quelli aspettati. La difficoltà più grande per noi adulti-bambini a confronto col Grande e Immenso Maestro della Vita sta nel fatto che bisogna essere pronti a confrontarsi con la perdita, col distacco, con la “morte” per maturare e apprezzarne la natura, l’imprevedibilità, la sfida, e per conoscere se stessi e l’altro. A volte può essere vista come ingiusta, cinica, poiché ignora le “teorie”, le “leggi” e i “codici” degli uomini. Percorso molto molto duro, ma non dobbiamo scordare che noi saremo sempre nella Vita e la Vita sarà sempre in noi. Anche quando ci sembra tutto perduto, non vediamo via d’uscita o quando ci sentiamo profondamente soli e incompresi.

Non sempre ciò che ci fa sentire protetti o nel giusto, come le sbarre sicure dell’accettato, del ripetuto e del conformismo, è giusto e buono per noi. Solitamente siamo portati a pensare che la spontaneità derivi dall’istinto e non abbia alcun “filtro”, ciò è vero solo in parte. La spontaneità dell’essere umano complesso va a braccetto con la creatività ed è strettamente collegata con l’intelligenza, che non a caso deriva dal termine “intelligere” che significa “intendere”, “capire”; più precisamente sarebbe una contrazione del verbo legĕre, “leggere”, con l’avverbio intŭs, “dentro”, ovvero “leggere dentro”, andare in profondità nelle cose non fermandosi alla superficie e trovare e scovare collegamenti tra esse.

Molti psicologi, come Stern, la definiscono come:

La capacità generale di adattare il proprio pensiero e condotta di fronte a condizioni e situazioni nuove.”

Per altri studiosi come Legg e Hutter sarebbe:

La misura della capacità di un agente di raggiungere obiettivi in una varietà ampia di ambienti.”

In particolare, queste definizioni non hanno a che fare solo con la sfera delle caratteristiche personali (tratti) e delle capacità dell’individuo ma anche all’ambiente circostante, che non è un semplice “sfondo” passivo, ma anch’esso influenza attivamente l’intelligenza. In realtà, come possiamo vedere, è un concetto molto lontano dal “freddo” ragionamento logico o dell’esclusivo pensiero convergente, il quale prevede una sola soluzione per un determinato problema o situazione, l’unica considerata come “valida” e “giusta”.

La presente definizione di intelligenza permette diversi approcci alla comprensione della creatività e al fatto che la spontaneità sia il seme di ogni attività creativa.

Solitamente siamo abituati ad applicare schemi di conoscenze già consolidate per adattarci alle varie situazioni, compresi “codici di interpretazione” condivisi della realtà. In questo modo siamo fermi alla fissità funzionale, ovvero consideriamo solo degli usi più familiari e ovvi che gli oggetti consentono, compresi metodi risolutivi per i problemi o modelli d’azione già “provati” e testati in precedenza che si sono rivelati efficaci e/o utili.

La fissità funzionale può essere considerata in contrasto con l’originalità e la creatività ed è, in realtà, uno dei maggiori ostacoli alla risoluzione dei problemi anche se potrebbe sembrare un’agevolazione poiché è quasi automatica. Infatti si attiva ogni volta che l’individuo risponde ad una situazione nuova in modo conosciuto e familiare anziché produrre delle risposte nuove che conducono alla soluzione del problema o al raggiungimento di un fine.

Per lo studioso Maier i soggetti creativi sarebbero dotati di maggiore capacità di selezione e integrazione di elementi facenti parti del “repertorio comportamentale” (entro cui vi sono sia comportamenti specifici innati che appresi) combinandoli in modo diverso e mutevole a seconda del contesto. Gli individui selezionano i loro comportamenti ed organizzano le loro esperienze, cosicché i comportamenti messi in atto in una data situazione possono essere il frutto di elementi innati e acquisiti, connessi in modo nuovo tra loro (potremmo dire “fantasioso”). Questo garantisce all’organismo un’importante flessibilità.

La soluzione creativa dipende anche dal modo in cui si formulano i problemi. In particolare, Getzels (1975) distinse tra capacità di risolvere un problema e capacità di scoprire un problema. La capacità di scoprire un problema, vederlo in modo nuovo, esaminarlo da prospettive differenti, conferisce una dimensione in più alla realtà stessa con cui ci si sta confrontando e con cui si sta entrando in relazione, rispetto alla semplice risoluzione. Perciò si “scoprono” diversi percorsi plausibili da poter percorrere, anche se non convenzionali o consuetudinari, non è focalizzato esclusivamente a produrre la soluzione “giusta”, ma si sposta su quella “possibile”, perciò si lega anche ad una buona dose di previsione, intuito e immaginazione.

Per quanto riguarda l’ambito psicoanalitico possiamo cominciare col dire cosa fosse la creatività per Sigmund Freud. Essa, in estrema sintesi, si baserebbe su due meccanismi di difesa: spostamento e sublimazione. La sua visione della creatività è essenzialmente patomorfica, ovvero un individuo creativo sposterebbe la libido sessuale frustrata su un altro piano di realizzazione cambiando il suo corso, incanalandola verso altre attività (sublimandola), in questo modo sarebbe favorita l’adesione al principio di realtà e l’adattamento al contesto sociale di appartenenza.

In soldoni: per Freud la creatività è frutto della sublimazione di energie libidiche scaturite da una frustrazione, e del loro ri-orientamento in una direzione produttiva, socialmente accettata e gratificante.

Analizzando la prospettiva di Carl Gustav Jung in merito, troviamo invece una posizione molto più ampia, sfaccettata e complessa, e certamente meno deterministica e “lineare” rispetto a quella freudiana, e difficilmente può essere ridotta ad un paio di righe. Ad ogni modo tenterò comunque di mettere in risalto le componenti del suo pensiero più importanti in vista di una comprensione di insieme il più chiara possibile, collegandole più specificamente al tema della creatività.

Sarebbe il rapporto dialettico tra archetipi interiorizzati e opposti attraverso l’enantiodromia compensativa(Animus/Anima, Persona/Ombra) a generare le dinamiche psichiche di ciascun individuo e a sviluppare e trasformare l’energia libidica, come “fiamma vitale” creativa. In particolare, un ruolo fondamentale nell’ambito della creatività si può ritrovare nella ricchezza dei prodotti dell’inconscio, in particolare mi vorrei soffermare sui lati sopiti, nascosti e non sviluppati dell’Ombra. Jung la definisce così:

Dentro di noi abbiamo un’Ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare.”

Essa è la parte oscura della nostra personalità, ma non deve essere vista necessariamente con accezione negativa, poiché può essere portatrice di energie creative, che l’individuo solitamente tende ad ignorare, negare, non vedere. L’enantiodromia (che letteralmente significa “corsa nell’opposto”) si lega in modo particolare all’Ombra, è un concetto filosofico eracliteo ripreso e utilizzato da Jung che indica un principio universale della psiche umana, individuale e collettiva. Essa presuppone un movimento di compensazione di “tendenze opposte”. Compensazione e fluidità sono i termini chiave.

Qualora un’istanza psichica rimanesse ignorata o repressa, non smetterebbe di esistere e non sarebbe eliminata, ma al contrario precipiterebbe nell’inconscio per poi, ad un’occasione “propizia” ripresentarsi e riscattare più forte di prima, scatenando una vera e propria “rivoluzione”. Ma se questo nuovo equilibrio dovesse sbilanciarsi troppo nella direzione opposta, la nuova istanza accumulerebbe energia per scatenare una controrivoluzione. E’ un sistema vitale di bilanciamento e contro-bilanciamento che segue il principio di entropia e teoria del caos in fisica.

Nell’ombra quindi si accumula l’energia misteriosa che metterà in moto il movimento per la creazione e la stabilizzazione di una nuova omeostasi dinamica. Essa, attraverso la sua integrazione, dà sostanza e “realtà” all’esistenza umana. Qualsiasi corpo che sia “solido” e che è attraversato dalla luce, ha sempre un’ombra che lo sostiene.

Il legame tra realtà archetipica universale ed esperienze soggettive e contingenti, crea una sintesi fortissima di potenza creatrice. Ciò rimanda al processo di trasformazione alchemica, come metafora della tendenza dell’essere umano verso l’individuazione, il centro del Sè. La sintesi ha luogo grazie all’illuminazione da parte del faro della coscienza di questi elementi sconosciuti e oscuri che precipitano e galleggiano nel mare buio dell’inconscio. Il processo di armonizzazione di opposti, favorirebbe la loro integrazione, e così permetterebbe di trascendere l’ambiguità e la bipolarità intrinseca alla “vita” . Per Jung infatti è proprio l’istinto creativo ad essere specifico per l’uomo, è ciò che lo distingue dalle altre specie viventi, è la forza che lo spinge verso l’individuazione e la capacità di simbolizzazione. Ciò significa che c’è un profondissimo collegamento tra creatività e trasformazione psichica.

Il soggetto che è teso verso l’individuazione, si rapporta in modo creativo col mondo avvicinandosi al Sé: che sarebbe il centro della Personalità, l’archetipo della Totalità, in esso si riuniscono inizio-fine, vita-morte, è il luogo psichico nel quale gli opposti sono riuniti e trascesi. Così l’individuo tende a svilupparsi come un seme in potenza, vivendo secondo un télos, mediante il quale si avvicina sempre più alla realizzazione del suo pieno potenziale.

A proposito di sviluppo del proprio potenziale e di vocazione, non posso non citare il lavoro di Hillman in merito.

Ne “Il codice dell’anima”, Hillman mette in luce il fatto che le immagini archetipiche, creano i miti. Essi sono le “forme” simboliche attraverso cui l’anima può esprimere la propria energia e riconoscere la propria vocazione, a prescindere da pressioni sociali e da situazioni contingenti. Solo rispettando e aprendosi al mito che ciascuno porta in sé, l’essere umano che contiene in sé il seme della grande quercia, è in grado di costruire un rapporto equilibrato con la realtà, crescere nel mondo, portare a pieno compimento il proprio destino.

Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.” (J. Hillman, Il codice dell’anima, pag. 23)

Questo libro ha per argomento la vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme, sostanziano la “teoria della ghianda”, l’idea, cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.” (J. Hillman, Il codice dell’anima, pag. 21)

In ognuno di noi esiste un qualcosa di “vivo” che ci porta ad essere in un certo modo, ad intraprendere determinati percorsi, a compiere delle scelte. Questo, esattamente questo è il daimon! Esso è il «demone» che ciascuno di noi riceve come “compagno di viaggio” prima della nascita su questa Terra, secondo il mito di Er raccontato da Platone. Questa “spinta” di cui ragione e logica non comprendono “la fonte”, è facilmente comprensibile con l’intuizione, e le parole come «vocazione», «chiamata», «carattere» sarebbero la “maschera” utile a definirla.

James Hillman afferma che esso possa essere la chiave per leggere il «codice dell’anima», quella sorta di linguaggio cifrato che ci spinge ad agire ma che non sempre capiamo, né possiamo prevedere, che ci guida molto più di quanto noi siamo in grado di dirigerlo. Il daimon è quella “voce interiore” che ci conduce verso la piena realizzazione della nostra personalità.

Tutti abbiamo un destino, poiché tutti facciamo parte di un Grande Disegno. In esso la creatività sarebbe un’immensa energia la cui origine risiederebbe al di fuori della psiche umana inserita in uno specifico spazio-tempo. L’energia creativa è quella del creatore e proprio per questo spinge a realizzare e costruire se stessi (per meglio comprendere e comprendersi) attraverso un legame specifico con l’altro e il mondo. L’essere umano creativo non può che essere devoto verso la realizzazione, dal momento in cui essa è intimamente collegata all’incessante fluire della natura, della Vita, è in realtà molto più potente del suo possessore, che rischia di essere trascinato e posseduto dalla sua potente corrente molto più di quanto sia effettivamente capace di dirigerla. È una possessione che prende varie forme che seguono modelli archetipici, ai quali l’esperienza creativa può aderire in momenti diversi, e che possono combinarsi o contaminarsi tra loro, ad esempio: la saggezza del vecchio (senex) , la giocosità irresponsabile del giovane (puer), la sregolatezza del folle ecc…

È dunque l’anima quella che trova il senso delle cose, che interiorizza eventi come esperienze, che si comunica nell’amore, che ha un’ansia religiosa e un rapporto speciale con la morte, e che realizza la possibilità immaginativa insita nella nostra natura, il fare esperienza attraverso la speculazione riflessiva, il sogno, l’immagine e la fantasia”. (Re-visione della psicologia, 1983).

Un’altra figura di spicco che merita di essere menzionata a proposito del tema in questione è certamente Winnicott, e il concetto da lui elaborato di dimensione transizionale in relazione alla creatività collegata all’attività ludica. Ciò che da egli viene chiamata esperienza transizionale è fondamentale per la comprensione dello sviluppo della capacità simbolica e attraverso essa, sin da piccolissimi, cerchiamo di creare un “ponte” tra il mondo esterno e interno. Di solito, per far ciò, i bambini molto piccoli utilizzano degli oggetti (che prendono il nome di “Oggetti transizionali”) verso i quali mostrano un particolare attaccamento; questi possono essere: coperte, orsacchiotti, cuscini ecc… che, oltre ad essere personificati così trasformandosi nei personaggi insostituibili dei loro giochi, divengono anche fonte di sicurezza, protezione e regolazione emotiva.

L’oggetto transizionale costituisce così un’area intermedia di esperienza che favorisce la relazione tra il mondo degli oggetti soggettivi (creati cioè dal bambino) e il mondo della realtà.

Il bisogno intrinseco di giocare non nasce per il bisogno di un distacco da una realtà frustrante (come sostenuto da Freud), quanto piuttosto da una necessità forte e innata di conoscenza ed esplorazione della realtà stessa. Per compiere questo percorso non basta la semplice “contrapposizione” tra realtà psichica interna e realtà esterna con-divisa, ma si deve tenere in considerazione una terza area che collega queste due realtà, una dimensione plastica e “virtuale” che, come già accennato prima, viene chiamata spazio transizionale, terza area o spazio potenziale.

I fenomeni transizionali sono dei mediatori nel processo di costruzione della realtà e sono altresì dei garanti della funzione fondamentale della fantasia. Essi sono al tempo stesso: processo, attività, relazione e costituiscono le basi del gioco e della creatività. Hanno una doppia articolazione:

1)separano: indicano l’inizio di me come essere autonomo e l’oggetto, da prosecuzione del sé, diventa oggetto non-me;

2)uniscono: esprimono la continuazione del bisogno di relazione e unione sperimentata attraverso la fantasia, l’inizio di un tipo affettuoso di rapporto oggettuale.

Si può dire che questi fenomeni costituiscano la radice del simbolismo e si prolungano, oltre che nel gioco e nella creatività, anche nel gusto e nella contemplazione e creazione artistica, e nel sentimento religioso.

Il gioco connesso alla capacità creativa quindi non è solo: esercizio, sfogo, divertimento, evasione e/o fuga dalla realtà, ma ha una natura ben più profonda. Esso, è crescita, scoperta, relazione, esplorazione, creazione, libertà, messa alla prova dei propri limiti. Rappresenta il processo grazie al quale si fonda la capacità di relazionarsi, accettare e confrontarsi con differenze e similitudini, dare un senso e un significato a ciò che esperiamo e sentiamo come esseri unici e irripetibili.

Secondo lo psicoanalista S. Arieti esisterebbero due forme di creatività:

1) creatività ordinaria: renderebbe l’individuo capace di apportare miglioramenti alla propria vita, rendendola il più soddisfacente possibile;

2) creatività straordinaria: l’individuo avrebbe la capacità di essere un costruttore e innovatore di sistemi e paradigmi, tesi al miglioramento dell’esistenza di tutti, muovendosi anche verso la dimensione sociale più ampia e non solo personale.

In “Creatività, la sintesi magica” Arieti spiega che la persona dotata di creatività straordinaria, avrebbe una possibilità più estesa di accesso alle immagini rispetto alla media, compreso il ragionamento metaforico, e quello legato alla verbalizzazione. Queste “forme” per la comprensione e conoscenza del mondo, sono legate al processo primario, nel quale interviene l’inconscio.

Ci sarebbero delle somiglianze tra tre tipologie di individui: il sognatore, lo schizofrenico e il creativo. Essi condividerebbero un accesso facilitato e più rapido alla sfera primaria. Le differenze tra essi sono le seguenti:

1) schizofrenico: resta impigliato nel labirinto caotico della sfera primaria;

2) sognatore: si fa oltremodo influenzare da auto-suggestioni tralasciando la razionalità e la logica;

3) creativo: è in grado di filtrare, adattare, elaborare, collegare le immagini e i prodotti caotici legati al processo primario col pensiero logico e integrato che invece appartiene al processo secondario.

Infine, si trova il processo terziario che riguarda la sintesi creativa. Esso, da una parte presuppone una forte passività ricettiva-attiva che sarebbe la facoltà che consente ai prodotti primari di “spuntare” e “venir fuori” all’improvviso, inaspettatamente, di getto, come quando diciamo che ci si “è accesa la lampadina”, ciò può avvenire, ad esempio, mentre meditiamo, contempliamo qualcosa, siamo “sovrappensiero”, fantastichiamo, sogniamo; dall’altra richiede anche un’incisiva attività intenzionale e consapevole per gestire, incanalare quei materiali in modo adeguato, così da dargli senso e significato.

Arieti la definisce come:

Una magia di cui la persona creativa rimane depositaria, un segreto che non può rivelare né a se stesso né agli altri.”

Ora, mettendo da parte la prospettiva psicoanalitica, possiamo dire che generalmente la maggioranza delle ricerche in ambito psicologico riguardo la creatività si siano maggiormente focalizzate sull’individuo, ovvero i tratti, la personalità, il temperamento, gli stili cognitivi, ecc… Un modello che si discosta da ciò è quello sistemico di Csikszentmihalyi, il quale vede la creatività anche come fenomeno sociale e culturale e non solo psicologico-individuale. Ovvero, la creatività sarebbe un’indispensabile proprietà di un sistema ampio e complesso, un sistema che è molto più della somma delle parti che lo compongono. Due sono i presupposti principali affinchè un individuo sviluppi il suo essere cretivo:

1) Possibilità e tempistica di accesso al dominio: questo dipende in larga parte dal vivere sin da piccoli in un ambiente ricettivo, stimolante, arricchente, che possa offrire gli strumenti d’accesso ad un certo dominio, come la famiglia, la scuola o l’incontro con un mentore. Questo contesto relazionale aiuta a stimolare l’interesse precoce per un certo dominio.

2) L’accesso all’area di specialità: dipende sia dal grado di expertise e dalla bravura in un dominio, sia dalla capacità di farla venir fuori attraverso la comunicazione e le relazioni. La mancanza del contatto con l’area di specialità può rendere veramente difficile la realizzazione sociale pratica di un percorso creativo, ad esempio in ambito lavorativo.

Csikszentmihalyi riguardo a quelle che dovrebbero essere le caratteristiche intrinseche della personalità creativa, sostiene che nessuna di esse possa fungere da garante per la creatività. Nessun tratto specifico predice linearmente la capacità di un individuo di essere creativo. Il solo ed unico ingrediente che non può mancare nel creativo, e che risulta indispensabile, è l’equilibrazione della tensione dialettica tra OPPOSTI. Ovvero: egli ha la facoltà di sperimentare le opposizioni contemporaneamente, senza che ciò sia frustrante o disgregante. Anzi, muoversi da un estremo all’altro con fluidità permette di trovare nuove “sfumature” e nuove prospettive differenti per allargare gli orizzonti.

L’Autore delinea dieci dimensioni della complessità, che hanno una natura bipolare e che risultano tra loro in continuo stato di equilibrio dinamico:

1) energia fisica–riposo;

2) intelligenza-innocenza;

3) gioco-disciplina;

4) immaginazione-senso della realtà;

5) estroversione-introversione;

6) umiltà-orgoglio;

7) mascolinità-femminilità;

8) conservatorismo-ribellione;

9) passione-obbiettività;

10) sofferenza-entusiasmo.

Dunque, le persone creative non si distinguono dalle altre tanto per dei tratti specifici, quanto piuttosto per la loro capacità di usare e combinare in modo sempre differente un esteso repertorio di aspetti della personalità, che in apparenza possono sembrare in contraddizione tra loro.

Un lavoro di ricerca della Northwestern University sembra fornire delle evidenze psicofisiologiche per le quali la creatività dell’ essere umano sarebbe connessa ad una capacità minore e più debole di filtraggio delle informazioni “irrilevanti”. Come già accennato precedentemente, i creativi avrebbero un filtro sensoriale più debole rispetto ad altri, per questo motivo tenderebbero a far convergere nei propri processi attentivi più aspetti sensoriali relativi ad una data esperienza. Gli individui creativi sarebbero maggiormente “bombardati” dagli stimoli provenienti dall’ambiente circostante e da quelli “interni”, perciò svilupperebbero l’ “urgenza” di connetterli e comporli nei modi più disparati possibili, per elaborarli meglio col minor dispendio di energie.

È stato evidenziato in ricerche successive la minor attivazione del marker neurale del “Sensory gating” che media l’attenzione nel filtraggio di informazioni, negli individui maggiormente creativi, identificata attraverso una risposta neuro-fisilogica di un’area dell’encefalo che si attiva dopo 50 millisecondi dalla presentazione di uno stimolo (ERP P50). Dai dati emerge che l’effettiva produttività creativa in diversi ambiti si assocerebbe in modo statisticamente significativo a un minore segnale di sensory gating, corrispondente dunque a una difficoltà nell’ignorare stimoli non pertinenti.

La creatività è collegata ad una buona dose di solitudine e ad un confronto col senso di “vuoto”. Il creativo impara a giocare all’interno di questo “spazio possibile” e a dare forma a se stesso e al mondo. Esso è il regno della trasformazione, del possibile, dell’innocenza-spontaneità (contatto col nostro “bambino interiore”) così come dell’intelligenza, della MORTE così come della NASCITA. Permea nelle nostre vite per la natura contraddittoria e paradossale che ci caratterizza, siamo anima, corpo e spirito. In questo modo ognuno di noi ha la possibilità di sondare in modo diverso la realtà, creare “ponti” tra il conosciuto e il non conosciuto, imparare ad auto-osservarsi in modo critico e mettersi alla prova.

Da uno studio pubblicato su Mindfulness e condotto dall’ Università di Leiden è emerso che pratiche come la meditazione, possono favorire il pensiero creativo. In particolare fare pratica con gli esercizi di meditazione sembra influenzare a lungo termine la cognizione umana, tra cui la modalità attraverso cui vengono formulati i pensieri e concepite le idee.

Questo ci suggerisce che la creatività, come qualità creatrice intrinsecamente umana, è una dimensione di “contatto” che cresce e si sviluppa nel “Vuoto”, importante per abbracciare, conoscere, sondare e comprendere noi stessi e tutto il creato visibile e non.

Carlotta Cadoni (16/08/2016)

Fonte: https://carlottacadoniblog.wordpress.com/

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Carlotta Cadoni
About

Nata in Sardegna nella piccola città di Iglesias di un nevoso dicembre del 1990, ho sempre amato la mia terra, che ritengo essere un vero e proprio "paradiso" che non somiglia a nessun altro luogo. Laureata e specializzata in psicologia ad indirizzo dinamico e dello sviluppo all'Università degli studi Di Cagliari, ho avuto una passione sfrenata per la psyché umana e le sue manifestazioni sin da piccola. La curiosità e l'amore per l'ascolto e l'osservazione mi hanno portata ad interessarmi di svariati temi: attualità, storia, filosofia, arte, medicina, letteratura, scienze, simbologia, esoterismo. Non amo particolarmente i settorialismi e le "etichette". Penso che il rispetto, l'apertura e lo scambio reciproco siano gli ingredienti fondamentali per la creazione di un reale arricchimento personale a tutti i livelli.

3 Comments

  1. Avatar
    Enea Rotella

    Buonasera dott.ssa C. Cadoni.

    Ho letto il suo articolo e l’ho trovato onestamente interessante. Naturalmente non lo condivido in toto ma ciononostante, credo che i suoi concetti più “oscuri” rimangano condivisibili.

    Entro nel merito ma con una piccola premessa.

    Condivido il suo pensiero sulla creatività e la spontaneità. Quello che però mi fornisce elementi utili per ampliare il mio ragionamento è quando lei affida tutto ad una chiave di lettura unica: “Grande e Immenso Maestro della Vita”; “Tutti abbiamo un destino, poiché tutti facciamo parte di un Grande Disegno”.

    Nel suo articolo lei invita a vedere i problemi sotto altri aspetti, sostanzialmente di cambiare punto di osservazione, di prospettiva. Questo porta inevitabilmente a porsi delle domande in più. Che ovvio, non fanno mai male. Ma quello che non riesco a comprendere nella sua totalità è questa voglia di affidarsi all’altro, a qualcosa di sconosciuto ma che è allo stesso tempo superiore al genere umano e nei casi rari, addirittura tangibile.

    Ovvio che non accetterei la risposta “Il mistero della fede”. Spesso utilizzata quando non si possono dare risposte. Una scappatoia dialettica oserei dire.

    Arrivo al punto.

    Lei crede che questa “Spontaneità e Creazione” alla fine non abbiano creato il “Grande e Immenso Maestro della Vita”? Naturalmente non mi permetto di dire che sia giusto o sbagliato. Dico solo che questo grande Maestro alla fin della fiera, lo abbiamo creato noi nel corso dei millenni.

    Per chiudere in leggerezza, ogniqualvòlta mi ritrovo a parlare di queste cose mi viene in mente il video dei Griffin “I veri miracoli di Gesù”.

    Buona continuazione.

    • Carlotta Cadoni
      Carlotta Cadoni

      Gentile Enea Rotella,
      primariamente la ringrazio per il suo interesse verso i contenuti dell’articolo, mi fa piacere l’abbia letto nella sua interezza.
      Sarò breve (e spero esauriente) nel rispondere al suo quesito in merito al “Grande Disegno” e al “Maestro della Vita”.
      Nessun misticismo, o nessun “mistero della fede”, “Grande Disegno” era in riferimento all’opera di Hillman, in special modo al concetto di Daimon, che poi può essere osservato nella vita pratica, nulla di astratto, direi più “archetipico”. E “Grande Maestro” è una immagine metaforica che ho voluto assegnare al MOTO DELLA VITA, fluido, dinamico, che non conosce le norme e le regole dell’uomo, e che troppo spesso, l’uomo crede erroneamente di possedere e voler controllare a suo piacimento, annichilendo se stesso e danneggiando il mondo in cui vive.
      Saluti
      Dott.ssa Carlotta Cadoni

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