Tuesday, 17/9/2019 UTC+2
IL SAPERE
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Cos’è il Male?

Cos’è il Male?

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Qualche tempo fa sui media si è sviluppato un ampio dibattito su quanto è stato affermato da papa Francesco a poposito della preghiera per eccellenza: il Padre Nostro.

Non indurci in tentazione: quale Padre può indurci in tentazione? In effetti parrebbe una contraddizione, per cui il Papa precisa che è sempre Satana a farlo, mai il Padre.

Allora il Padre Nostro dice una menzogna?

“La traduzione è sempre un fraintendimento”, “Lost in translation”. Si potrebbe così giustificare una traduzione inappropriata o comunque imprecisa: con le difficoltà che ogni traduzione comporta.

Ma allora, si starà chiedendo il lettore, da dove ha origine il Male?

Secondo la religione cattolica non può avere origine dal Padre, ma questo significa introdurre un dualismo nel principio e apre a complesse questioni etiche e metafisiche tra cui spicca un annoso e irrisolto dilemma, quello che nel Settecento Leibniz denominò con il termine di teodicea, la giustificazione di Dio.

Entrano qui in ballo varie sfaccettature del problema, ma separare le cose che la natura ha creato unite è affare da sapienti, come ben sapevano gli antichi. A coloro che volevano separare la bellezza dalla virtù, la giustizia dalla conoscenza, la santità dall’amicizia e via dicendo, Socrate rispondeva che la virtù e una ed una sola e che i vari aspetti delle cose non sono separabili. Chi conosce davvero e non soltanto in superficie o nominalmente una cosa, le conosce tutte quante, perché la natura è tutta quanta collegata, non si può separare un aspetto senza toccarne un altro, poiché tutto è connesso.

Questo breve excursus serve a spiegare perché per parlare del male bisogna fare cenno a vari aspetti.

Ma allora, se tutto è collegato internamente con le altre cose, se tutto è inter-dipendente, anche il male fa parte di questo tutto.

E il principio del tutto? Quello che ha concepito questa indistricabile unione tra bene e male va cercato nel tutto o è al di là del tutto?

Tigre! Tigre! Divampante fulgore

Nelle foreste della notte,

Quale fu l’immortale mano o l’occhio

Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?

In quali abissi o in quali cieli

Accese il fuoco dei tuoi occhi?

[…]

Chi l’Agnello creò, creò anche te?

In questa poesia, che appartiene alle Songs of Experience, William Blake si chiede: chi ha creato la tigre, essere feroce, “agghiacciante”, di natura simile al fuoco, è colui che ha creato l’agnello, simbolo di purezza e tenerezza nelle Songs of Innocence?

Agnellino, chi ti fece?

Sai chi ti fece?

Ti diede la vita, e ti disse di nutrirti

Dal ruscello e sopra il prato;

Ti diede un vestito di delizia,

Il più morbido vestito, di lana, chiaro;

(Chi) Ti diede una così tenera voce,

da fare gioire tutte le valli!

Agnellino, chi ti fece?

Sai chi ti fece?

Agnellino, te lo dirò,

Agnellino, te lo dirò:

Egli è chiamato col tuo nome,

Poiché Egli Si chiama Agnello.

Egli è mite, ed Egli è buono;

Divenne un piccolo bambino.

Io un bambino, e tu un agnello,

Siamo chiamati col Suo nome.

Agnellino, Dio ti benedica!

Agnellino, Dio ti benedica!

Nella natura vige una dicotomia tra principi opposti, innocenza ed esperienza, fuoco e acqua, inferno e paradiso, tigre e agnello, male e bene.

Se male e bene provengono dalla stessa fonte  sorgono però numerosi problemi. Perché sussiste il male? Non può essere stato creato da un essere buono, perché questi ha fatto anche la tigre. Allora quel Dio non è buono ma buono e cattivo allo stesso tempo oppure al di là del bene e del male.

Già Agostino d’Ippona, che non accetta la spiegazione manichea che pure a lungo aveva professato, quella del dualismo dei principi, prova a giustificare Dio con un argomento neoplatonico: il male è assenza di bene, è privazione, non ha una sua sostanza, è come l’ombra del raggio di sole, il freddo la mancanza di caldo ecc., così la materia è la decadenza dello spirito.

Eppure l’esperienza ci dice che la tigre non è un’ombra: è reale tanto quanto l’agnello, vera come il dolore dei giusti.

Il Sole splende sui buoni e sui cattivi. Come possiamo tollerarlo? Perché Dio permette il male,  la sofferenza dei buoni, come quella del paziente Giobbe? Lasciamo da parte la favoletta della ricompensa ultraterrena: il Dio biblico sembra quasi sadico nel concedere a Satana il permesso di torturare Giobbe.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati su tale questione, e il libro di Giobbe non offre una vera spiegazione: questo perché il male non ha una spiegazione.

Il male è il motore della storia, dice il filosofo Hegel.

Questo perché forse lui questo male non lo aveva toccato con mano? Il male è il male.

O forse il male è il bene da un altro punto di vista? La Provvidenza della filosofia stoica, o del cristianesimo, ci rassicurano che è tutto in vista di un fine più grande.  Ma chi lo ha visto questo fine più grande? Noi siamo OGGI. Non sarà questo fine come Babbo Natale, l’illusione necessaria per esseri ancora troppo deboli per affrontare la verità?

Forse male e bene non sono quello che sembrano. Eppure anche questo punto di vista ha il sapore di una consolazione, formulata per addolcire la pillola, troppo amara da mandare giù.

Forse il male è un grande Vuoto; è il freddo di una finestra aperta sul gelido inverno che si sperava non giungesse mai; è la constatazione dell’anima che non c’è niente lì fuori, se non quello che vi hai piantato; non c’è nessuno ad aspettarti, nessuno ad amarti.

La Grande Solitudine atterrisce l’uomo, che sempre vorrebbe costruire un ponte verso l’Altro, verso Altro, fuggendo da se stesso, dalla propria miseria.

Ma il ponte continua a crollare, e l’uomo a ricostruirlo, pietra dopo pietra.

Esiste qualcosa verso cui tendere? Qualcosa è? Oppure è un ponte verso l’abisso, verso il Nulla infinito?

Ma se pure vi fosse qualcosa, dice Gorgia da Lentini, nessuna facoltà umana potrebbe coglierla.

E se pure l’uomo potesse cogliere un bagliore, un frammento, dell’orripilante deserto che lo circonda, non esisterebbe nessuna parola da stendere come un tappeto che possa accogliere un altro uomo nel suo  muto castello.

La parola è solo un altro grande inganno; un artifizio, un gioco da prestigiatore che, come una calda coperta, riscalda nelle notti più fredde il viandante solitario.

La parola è una mano tesa, è il disegno di una Bellezza soltanto immaginata; è l’urlo disperato che chiede conforto nell’assordante silenzio di quel Male/vuoto originario a cui è condannato.

Dio ha creato il male? O magari è stato il Male ad aver creato Dio, per nascondere agli uomini con una dolce bugia la cruda verità. O chissà, si era stufato anche lui di stare da solo, aveva bisogno dell’illusione della compagnia.

Dio è una lacrima, che rapidamente si asciuga sul volto del sognatore.

Dio ti ama, eppure ti fa soffrire.

Se fosse un uomo, lo manderesti a quel paese. E allora scopri che in realtà eri sempre stato solo, senza quell’amore e quel dolore.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.  (E. Montale)

Scritto da: Valentina C.

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