Sunday, 16/6/2019 UTC+2
IL SAPERE
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Comunicare oltre la Morte, attraverso la Terapia IADC

Comunicare oltre la Morte, attraverso la Terapia IADC

La sigla IADC, comunicazione post-mortem indotta (da Induced After Death Communication), è un marchio registrato di proprietà del dottor Allan Botkin.

Con tale termine s’intende la comunicazione che s’instaura, sotto la guida di un psicoterapeuta, fra un paziente, affetto da trauma legato ad un lutto, più o meno consapevole e la persona che è andata in altre dimensioni lasciando un vuoto insoluto dietro di sè, in chi è rimasto.

Vorrei innanzitutto chiarire che la IADC non va confusa con quella che si usa definire “seduta spiritica”, ma è una comunicazione post-mortem, presente, vissuta come reale dal paziente che diventa “attore” della sua stessa connessione evolutiva: egli è il “protagonista”  del “Film” che si sta delineando durante la “seduta”;  ma al contempo n’è “spettatore” felicemente stupito dell’emozione di liberazione che sente su di sè, quando tutto è compiuto ed il nodo si è sciolto; a quel punto egli può vivere una nuova vita, facendo tesoro dell’esperienza vissuta. In questa parafrasi, il terapeuta è il “regista” e, come tale, si attiene ad un preciso protocollo medico, riconosciuto appunto con la denominazione di Terapia IADC.

Per capire bene il contesto in cui è efficace la Terapia Iadc, per la rielaborazione di un lutto, è importante comprendere in quali circostanze si verificò per la prima volta.

Il dott. Allan Botkin nacque come medico comportamentista con una formazione in EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), che tende alla desensibilizzazione del dolore e rielaborazione dello stesso, tramite dei movimenti oculari indotti. Durante serie successive di tali movimenti, il paziente fissa l’attenzione su un sentimento, una sensazione, un pensiero o un’immagine che associa al suo senso di malessere, sentendolo via via scemare e poi svanire.

Sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso, il dott. Allan Botkin era in servizio presso l’Unità di disturbo post-traumatico da stress dell’ Ospedale della Veteran Administration, per reduci della guerra del Vietnam.

Applicando la EMDR ebbe, coi suoi colleghi, risultati strabilianti; lo stesso Botkin racconta:

“In una sola seduta abbiamo spesso raggiunto dei cambiamenti a cui non eravamo stati in grado di arrivare neanche dopo anni di psicoterapia convenzionale. L’EMDR si è dimostrata una procedura talmente affidabile ed efficace nello svelare e alleviare il lutto traumatico, che non ho avuto nessuna esitazione nell’incoraggiare più caldamente i pazienti ad andare immediatamente nella tristezza profonda e a rimanerci dentro. Sono stato in grado di scavalcare lo strato sottostante di senso di colpa e di rabbia che ossessionava le normali sedute di terapia per mesi, se non di anni; e di giungere direttamente alla tristezza in una sola seduta. Quando siamo rusciti  a elaborare a pieno la tristezza profonda, il senso di colpa e la rabbia hanno avuto la tendenza a svanire senza neppure essere indirizzate direttamente e ciò dimostra che servono solamente a proteggere i pazienti dal fare l’esperienza della tristezza profonda. Ho anche notato come i pazienti rispondessero meglio se chiudevano gli occhi per un pò di tempo fra una serie di movimenti e l’altra. Ho definito il mio approccio diretto alla tristezza sottostante, EMDR focalizzata, ottenendo risultati di grande successo, che si sono verificati più rapidamente rispetto a quelli con l’EMDR classica.

Il giorno in cui scoprii per la prima volta il fenomeno della comunicazione post-mortem indotta IADC, stavo facendo una seduta di psicoterapia con Sam. Gli passai una scatola di fazzoletti quando vidi le lacrime che gli segnavano il viso (…). Con Sam, un paziente di 46 anni, avevo lavorato su ricordi traumatici legati alla sua esperienza di guerra in Vietnam; durante le sedute Sam aveva evitato di far emergere un ricordo in particolare, perchè troppo doloroso. Mentre era in Vietnam, aveva instaurato una profonda relazione affettiva con Le, un’orfanella vietnamita di 10 anni che aveva fatto della base americana la sua casa, dopo che entrambi i suoi genitori erano morti (…) Nonostante che Sam non fosse il solo tra i soldati a prendersi cura della piccola Le, tra i due s’instaurò un rapporto speciale: Le ricordava a Sam le sue due sorelle più piccole e ciò lo aiutava a mantenere dentro sè un senso di umanità contro le brutalità disumanizzanti della guerra”.

Tra i due nacque quindi un bellissimo rapporto di affetto, tanto che Sam decise di volerla adottare, portandola con sè al ritorno in patria; ma un giorno dal Quartier Generale giunse l’ordine di inviare tutti gli orfani in un lontano villaggio presso un orfanotrofio.  Alla notizia già di per sè devastante per Sam, si aggiunse altro dolore derivante dall’accettazione della morte di lei, avvenuta proprio il giorno in cui i bambini erano stati sistemati sui camion che li avrebbero portati alla loro nuova destinazione. Un attacco repentino, quanto micidiale. Sam si precipitò a salvare Le, facendola scendere dal camion seguito dai suoi compagni, non accorgendosi però che la bambina era stata ferita a morte. Quando tutti i bambini furono caricati nuovamente sui camion, Sam si accorse della sua mancanza e trovatala la strinse a sé con profonda dolcezza e amore; gli altri soldati dovettero strappargliela dalle braccia per seppellirla.

Botkin spiega: “Questo incidente determinò il crollo psicologico di Sam che, per il resto della missione in Vietnam anestetizzò il dolore legato alla perdita con rabbia e collera, offrendosi come volontario per pattugliamenti pericolosi così da poter uccidere (…) o essere ucciso.

Dopo il Vietnam rientrò negli Stati Uniti e divenne padre di una bambina ma, per anni, non riuscì a sviluppare una relazione con lei, perché gli faceva affiorare la rabbia, il senso di colpa  e la profonda tristezza per la morte di Le e per le raccapriccianti immagini del suo corpo senza vita. Per quasi 28 anni Sam trascorse la maggior parte dei suoi giorni rinchiuso nel seminterrato della sua casa, separato fisicamente e psicologicamente dalla sua famiglia.

Per aiutarlo ad aprirsi e a lavorare sul lutto che dominava la sua vita, decisi di impiegare l’EMDR focalizzata. Sam singhiozzava in silenzio per il dolore opprimente del suo lutto. Gli chiesi di concentrarsi sulla sua tristezza mentre gli somministravo la prima serie di movimenti oculari. Come immaginavo, la tristezza che lo aveva tenuto isolato nel lutto per 28 anni aumentò visibilmente. Gli somministrai un numero maggiore di serie di movimenti oculari e la tristezza prese a diminuire. Mentre le lacrime gli scorrevano sul viso, gli somministrai una procedura finale di movimenti oculari e gli chiesi di chiudere gli occhi. Nessuno di noi era preparato a ciò che avvenne successivamente. Le lacrime che gli scorrevano dagli occhi chiusi si arrestarono improvvisamente e fece un gran sorriso. Ridacchiò teneramente e quando riaprì gli occhi era euforico: – Quando ho chiuso gli occhi ho visto Le come una bella donna con lunghi capelli neri, avvolta in una tunica bianca e circondata da una luce raggiante. Sembrava più felice e più soddisfatta di chiunque altro io abbia mai conosciuto – Il viso arrossato dalle lacrime di Sam si accese: – Mi ha ringraziato per essermi preso cura di lei prima di morire. Le ho detto TI VOGLIO BENE LE e lei mi ha risposto ANCH’IO TI VOGLIO BENE, SAM e mi ha abbracciato. Poi è scomparsa. – Sam era estatico e assolutamente convinto di aver appena comunicato con Le: – Riuscivo a sentire realmente le sue braccia attorno a me – disse.

In veste di psicologo non sapevo con sicurezza che cosa pensare di quanto Sam mi stava dicendo. Immaginai che l’agonia del lutto avessse prodotto in qualche modo un’allucinazione basata sulla fantasia o sul credere ciò che desiderava. Non avevo mai sentito e non ero mai stato testimone di una tale risposta durante una seduta di psicoterapia. Quel giorno, dopo che Sam lasciò lo studio, l’immagine del suo sorriso che emergeva attraverso le lacrime e la sua convinzione di aver comunicato con Le, mi tornavano continuamente alla mente. (…) Pensai che Sam avesse vissuto un’allucinazione legata al lutto. (…) Mi preoccupai anche del fatto che, se Sam avesse avuto delle allucinazioni, lo stress intenso dei suoi ricordi traumatici avrebbe compromesso in qualche modo la sua abilità di discernere la realtà dalla fantasia. E questo mi dava da pensare”.

Il dott. Botkin cercò di accantonare i suoi pensieri, catalogando l’accaduto come allucinazione; ma l’indomani quello stesso strano episodio si ripresentò con un altro reduce:

“Come potevano due reduci avere allucinazioni simili e tanto incredibili nel giro di due giorni”? (…) Nel giro di tre settimane assistetti a sei di questi avvenimenti sensazionali, tutti riportati con la stessa chiarezza. (…). Sorprendentemente, mentre con l’EMDR focalizzata mi ero abituato nel vedere diminuire la tristezza dei pazienti e i sentimenti ad essa associati, dopo la maggior parte di queste insolite sedute, i pazienti lasciavano lo studio in uno stato di gioia.

L’uomo di scienza dentro di me mi stava rassicurando che doveva pur esserci una qualche spiegazione ragionevole per tale fenomeno.

Erano passati tre mesi da quando avevo indotto la IADC in Sam e mi domandai se la notevole trasformazione che avevo notato in lui fosse scemata. Mi aspettavo che la diminuzione della sua tristezza si mantenesse nel tempo, ma sospettavo fortemente che il suo sentimento di gioiosa riconnessione con Le fosse svanito, come avviene per la maggior parte delle allucinazioni. Durante una visita di controllo gli chiesi come si sentisse a distanza di tre mesi riguardo la sua esperienza. Rimasi sorpreso nel sentirmi rispondere che il sentimento di riconnessione con Le non era cambiato …”.

Grazie a questa esperienza, in quel breve intervallo di tempo Sam era riuscito anche a recuperare il rapporto con sua figlia, intrecciando una relazione più aperta ed affettuosa; dunque di apertura verso tutti gli stati d’animo legati alla vita in se stessa, superando 28 anni di chiusure.

In questa gioia, quindi, sentita coi sensi e percepita nell’Anima da tutti coloro che hanno raccontato la loro esperienza di IADC, sta il valore spirituale che incrementa ulteriormente la raccolta statistica dei dati scientifici a favore di questa tecnica di psicoterapia.

Nella primavera del 2015 si è tenuto a Torino il primo Training in Terapia IADC. Sono arrivati professionisti da tutta Italia e dall’estero. Fui coinvolta in prima persona come volontaria nell’organizzazione dell’evento, promosso dall’Associazione Culturale IONS Italia, in collaborazione con l’Università di psicologia IUSTO e Unoeditori; devo dire che più mi addentravo nei temi della IADC, più sentivo una connessione profonda a livello energetico con questa terapia. Curioso è stato vedere in diretta la metamorfosi sui corsisti, medici, i quali all’inizio erano essi stessi un pò scettici nel tentativo di coniugare il loro bisogno di Scienza, con quello di Spiritualità.

Nonostante ciò tutti hanno accettato di buon grado di sperimentare vicendevolmente su di sè la terapia e tutti hanno avuto delle inaspettate IADC. Questo dimostra che il lutto è, a tutti i livelli, un dolore che penetra negli strati sottili del nostro essere, anche quando non riteniamo di avere subito traumi da Morte non elaborata; questo perchè ciascuno, chi più chi meno, ha conosciuto qualcuno che ha lasciato il suo corpo fisico ed è andato in altri mondi con la sua Coscienza.

Durante la IADC i pazienti riescono a riconnettersi con quella persona/Coscienza, vedendola, non come era, ma come se fosse andata avanti in un’altra forma di esistenza (la piccola Le, viene infatti riconosciuta da Sam nella giovane donna che incontra e che lo abbraccia con affetto).

Sono trascorsi decenni dalla prima IADC di Sam; da allora migliaia di casi sono stati condotti in maniera risolutiva e duratura nel tempo; sono trascorsi molti mesi dal primo training in Italia e i professionisti raccontano di casi clinici con storie che commuovono per la loro bellezza. La IADC è una terapia bella perchè smuove il dolore, dando un senso a quella Morte che ha scavato un solco in chi è rimasto. E’  uno strumento per permettere al paziente di andare avanti con gioia, di superare quella sofferenza, tramutata in rabbia e senso di colpa che in taluni casi è tanto radicata, da essere ignorata volutamente, con tutta una serie di sintomi di forte ansia e stress a livello fisico e sociale. I pazienti che si sono sottoposti a IADC, sono riusciti a dare un significato a quel “lutto irrisolto”, trasformandolo così naturalmente  in “esperienza di vita vissuta” .

I pazienti che sperimentano la IADC, provano un’emozione viva vibrante che si trasmette al terapeuta e a coloro che eventualmente sono presenti per qualche ragione alla seduta. Durante il training l’emozione di sollievo e di gioia di chi si prestò a fare da paziente si trasmise a tutti noi che eravamo in silenzio ad ascoltare. Il valore energetico dell’esperienza vissuta in diretta è stato incommensurabile. Chi prova una IADC, dopo sente un sentire più profondo; un ringraziamento alla vita, sente il continuum fra il di qua e l’ al di là, promuovendo una trasformazione alchemica di tutta la sua persona. Ciò che è stato non è più. Ciò che è ora è immensamente più bello di qualunque vissuto prettamente materialistico di prima. L’Anima esiste, cosi come il passaggio fra mondi. La IADC è dunque una “porta” che si apre per dare la possibilità di darsi l’ “ultimo saluto”, dirsi che ci si vuol bene, che anche se distanti la vita per “entrambi” continua in forme e sostanze differenti. La Coscienza del loro legame, fra chi è “tornato per salutare, per andare via definitivamente” e chi è rimasto in questa dimensione, che chiamiamo VITA,  è presente, tangibile, illuminante, avvolgente, delicata, gioiosa, liberatoria.

La IADC è dunque un caldo abbraccio, un saluto, un tenero addio.

Cinzia Vasone (04/02/2016)

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Appassionata lettrice e studiosa di antichi misteri, è sulla scia del "Sacro Graal" in un cammino di crescita e profonda consapevolezza.

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