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Banche e Camere di Commercio (seconda parte)

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”le ombre nascono quando si osserva il particolare e si abbandona l’universale” Giordano Bruno
Le ombre nascono dal fatto che noi, come società, non abbiamo una visione organica della società stessa.
Dunque, per acquisire e trasmettere una visione organica della società non possiamo osservare il presente dimenticando che la realtà, la società è un unico insieme organico e dinamico in costante evoluzione, nel tempo e nello spazio.
Ognuno e ognuna di noi osserva la società dal proprio personale punto di vista, secondo le proprie opinioni, secondo i propri bisogni e, soprattutto, secondo la falsa istruzione e la falsa informazione di regime: il risultato è una visione talmente parziale da essere distorta e inapplicabile alla realtà stessa.
Ci raccontano che viviamo nell’epoca della globalizzazione, come se questo fenomeno fosse nuovo ed unico ma, così non è.
Quella che subiamo oggi, posta in essere dal sistema bancario-finanziario globale, non è un fatto nuovo ma è semplicemente la seconda globalizzazione del capitale.
La prima globalizzazione è stata posta in essere dalle corporazioni che, dal 1789 al 1918, creando gli stati-nazione attraverso crisi, rivoluzioni, processi unitari e guerre, globalizzavano se stesse istituendo le camere di commercio in tutto il globo di pari passo con la formazione degli stati-nazione stessi di cui acquisivano il controllo politico e istituzionale.
Da questo punto di vista “Il Manifesto del Partito Comunista” del 1848, che citiamo, è un validissimo riferimento storico: ”Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa il prodotto di un lungo processo di sviluppo.
Ognuno di questi stadi di sviluppo era accompagnato da un corrispondente progresso politico.
Ceto oppresso sotto i signori feudali, insieme di associazioni nel Comune, poi nella monarchia assoluta, all’epoca dell’industria manifatturiera, contrappeso alla nobiltà; la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e “del mercato mondiale”, si è conquistata il dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno.
Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre.
Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi.
All’antica autosufficienza subentra uno scambio e una interdipendenza universale fra le nazioni.
I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, costringe tutte le nazioni ad adottare il suo sistema di produzione se non vogliono andare in rovina.
In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.
La borghesia ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale.”
A questo punto è importante sovrapporre alle parole di Marx la storia delle Camere di Commercio in Italia prendendo ad esempio la storia della Camera di Commercio di Napoli per il determinante ruolo che giocò nel processo di unificazione nazionale che permise ad un manipolo di camice rosse e di “picciotti” di conquistare un territorio vasto difeso da un esercito strutturato che non reagì.
La Camera di Commercio di Napoli viene istituita da Giuseppe Bonaparte con la legge n. 102 del 1808, in cui vi si determinano i compiti e le funzioni quali la facoltà definita consultiva sull’attività politica ed economica del governo.
Spetta, inoltre, a questa prima Camera l’organizzazione di una Borsa dove determinare i prezzi delle merci e di formare il Tribunale del Commercio.
Nel 1817, nonostante l’ente camerale fosse una creatura di Napoleone Bonaparte nemico delle monarchie e, nonostante la restaurazione delle monarchie stesse, la Camera di Commercio di Napoli viene istituita ex novo mantenendo i lineamenti originari.
Tenuto conto del carattere consultivo della Camera sul governo, che già si traduceva in vero e proprio potere politico e, del notevole numero di uffici burocratici che ad essa si rivolgevano, è ragionevole desumere che già all’epoca controllava anche la burocrazia dello stato.
Dalla rete dei tanti rapporti, infatti, si possono prendere in esame quelli con organismi come Borsa, banche, porto, dogana, imprese, appalti e, soprattutto, nella regolazione delle importazioni e delle esportazioni e, quindi, della politica estera, in strettissima connessione con il sistema camerale globale: funzione, quest’ultima, che il sistema camerale globale manterrà, di fatto, fino all’entrata in vigore del mercato globale con il trattato di Maastricht del 1993.
Giunta l’unità d’Italia, non a caso, con legge n. 680 del 1862 vengono istituite, in tutto il regno, le Camere di Commercio.
Il nuovo istituto si presenta rafforzato da due fondamentali caratteristiche: quella della elettività dei suoi componenti e della conseguente piena autonomia e, quella della estensione dei suoi compiti anche al campo industriale.
Con legge 121 del 1910 si procede e all’estensione dei suoi poteri sull’ammissibilità delle imprese alle gare per gli appalti pubblici, funzione che ancora oggi mantiene in maniera illecita e, al rilascio di attestati di legittimità per gli intermediari del commercio.
Con legge 1071/27, però, il regime fascista che voleva per se il potere, pone le camere di commercio sotto le proprie dirette dipendenze e, nel 1937, il decreto legge 524, accentuava ancora più la loro subordinazione al regime.
Caduto il fascismo, con decreto legge del 21 settembre 1944, vengono restituite al sistema camerale le funzioni precedenti al ventennio.
Infine con legge 580/93, sull’onda delle stragi e di tangentopoli, le Camere di Commercio ottengono un nuovo assetto istituzionale come “istituti di diritto pubblico”.
Appare evidente, dunque, che ad ogni cambio politico epocale, da Napoleone fino alla II Repubblica, la politica, fatta eccezione per il ventennio, si sia sempre preoccupata di istituire e dare sempre maggiori poteri alle Camere di Commercio.
Questo processo, durato due secoli, trova le sue ragioni nel fatto che nelle Camere di Commercio si sono determinati tali processi politici con cui sono stati creati gli stati-nazione stessi e che, nelle camere di commercio stesse, ancora oggi e, sin dall’Ottocento, si controllano le istituzioni dello Stato.
Oggi sull’onda della II Globalizzazione il corporativismo camerale perde, a fasi alterne, potere politico, dato che il sistema bancario-finanziario pone in essere la sua globalizzazione in contrapposizione alle Camere di Commercio che, però, continuando a detenere il controllo della magistratura e della burocrazia riescono a determinare lo scempio del denaro pubblico e del denaro nero che uccide il nostro paese, nonché l’uso della Giustizia e della Burocrazia come veri e propri strumenti di regime.
La seconda globalizzazione che soffriamo oggi, ha inizio con la fondazione della Federal Reserve di proprietà privata dei banchieri avvenuta nel 1913.
Non è un caso, infatti, se nel 1929 è arrivata una crisi globale da finanziarizzazione dell’economia.
La finanziarizzazione dell’economia, infatti, è un metodo con cui le banche traggono profitto senza finanziare le imprese che fanno capo al sistema camerale, proprio come avviene oggi.
La finanziarizzazione dell’economia fu una delle cause della crisi del ’29 ed è una delle cause della crisi di oggi.
Negli anni 30 Mussolini per porre fine alla finanziarizzazione dell’economia, infatti, impose per legge la distinzione delle banche commerciali da quelle d’affari.
Le banche commerciali erano quegli istituti che potevano raccogliere risparmio per poi prestarlo unicamente a famiglie e imprese ( l’economia reale!), mentre, le banche d’affari raccoglievano risparmio por poterlo rischiare unicamente nei mercati finanziari.
Questa distinzione tra banche commerciali e banche d’affari rimase in essere dagli anni ’30 fino al 1993, quando, per poter entrare nella UE, con la legge Amato, tale distinzione venne abolita in Italia, come nel resto d’Europa.
Dunque, con l’annullamento delle banche commerciali ogni banca è libera di rischiare i nostri risparmi nei meandri dei mercati finanziari finanziando unicamente speculazione selvaggia e debito pubblico, cioè tutto ciò che distrugge un’economia e, al tempo stesso, negano il denaro a famiglie e imprese per consumi, investimenti e occupazione.
Anche tutto ciò è un tassello della guerra tra banche e camere di commercio ( corporations – imprese).
Negli anni ’30, infatti, assistiamo alla nazionalizzazione delle banche centrali in Italia e Germania e, alla conseguente guerra mondiale, contro le democrazie plutocratiche, USA e Regno Unito, che le banche centrali le concedevano alla proprietà privata dei banchieri.
Il risultato della II Guerra Mondiale, non a caso, furono gli Accordi di Bretton Woods, con cui i banchieri proprietari della FED acquisirono il controllo delle politiche monetarie di tutti gli stati europei.
Questa guerra per il controllo delle banche centrali e della moneta tra questi due mostri globali dura ancora oggi e l’euro ne è l’effetto.
Questo conflitto, durante il secondo dopo guerra ebbe un breve stop per effetto degli accordi di Bretton Woods e della guerra fredda.
Infatti, appena caduti gli accordi di Bretton Woods all’inizio degli anni 70, nel 1978 fu istituito il Sistema Monetario Europeo, embrione dell’euro e, appena nel 1989 cadde il “muro di Berlino”, nel 1993 abbiamo assistito al Trattato di Maastricht.
Ciò che sto affermando è che la nostra crisi, è frutto dello scontro tra i due poteri globali del capitalismo: banche e camere di commercio.
Le banche, con l’euro e la BCE hanno ottenuto il controllo sulla moneta e sulla banca centrale, costituendo un sistema monetario che produce fisiologicamente debito pubblico, con il quale acquisire il potere politico ( vedi crisi spread 2011 e ultimi 3 governi italiani).
Le Camere di Commercio, dal canto loro, controllando burocrazia e magistratura, hanno creato in Italia un tale vortice di spesa pubblica incontrollabile e denaro nero per farci fallire, appunto sotto il peso del debito pubblico stesso, al preciso scopo di far crollare l’euro, moneta delle banche.
Le banche, però, da proprietarie della moneta, continuano a comprare titoli di debito pubblico all’infinito, acquisendo il potere politico e, mantenendoci artificiosamente in vita.
Con Maastricht, come sappiamo, fu istituito anche il mercato globale, sul mantra del neoliberismo.
Le ragioni di questo mantra non sono ideologiche ma assolutamente strumentali alla guerra con le camere di commercio che, attraverso il protezionismo doganale controllavano il commercio mondiale, oggi, regolato nel WTO che fu istituito con gli stessi accordi di Bretton Woods.
Infine, come sappiamo, con Maastricht fu anche abolita la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, che fu sancita negli anni ’30 da Mussolini per porre rimedio alla prima crisi da finanziarizzazione dell’economia, quella del ’29.
Con la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento, le banche commerciali che, erano obbligate a prestare denaro unicamente a famiglie e imprese, erano schiave delle imprese e quindi delle Camere di Commercio.
Con l’abolizione di questa separazione e la libera circolazione dei capitali, cioè con la finanziarizzazione dell’economia, le banche non sono piu obbligate dalla legge a prestare soldi alle imprese e, dunque, non sono piu serve delle Camere di Commercio ma libere di investire in speculazione finanziaria e titoli di debito pubblico, lasciando morire l’economia di reale per asfissia di liquidità e investimenti.
Voglio qui sottolineare gli effetti del combinato disposto della finanziarizzazione dell’economia e del mercato globale.
Infatti, mentre l’abolizione delle banche commerciali, obbligate per legge a finanziare le imprese, ha tolto all’economia reale i capitali per gli investimenti, il mercato globale, innescando la naturale dinamica della delocalizzazione della produzione, ha distrutto il 50% del nostro tessuto industriale.
Senza questa visione organica e reale delle cose rimarremo come molluschi in balia della guerra interna al regime capitalista globale che nemmeno conosciamo.

http://www.na.camcom.gov.it/wps/wcm/connect/cciaa/sito/home/la+camera/21aa6700405c317f85dccf9d4a8f13e901

Mariano Musicò  (11/09/2016)

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