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Arte Sacra e Primitiva: le Figure Simboliche del Divino

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Articolo di Giovanni Francesco Carpeoro

L’altro io di dio sono io: soltanto in me
trova chi eguale gli sarà in eterno.
Il Pellegrino Cherubico, Silesio

Oggi secoli di scontro tra materialismo scientifico e spiritualismo religioso hanno ridotto il rapporto tra l’uomo ed il divino ad unica domanda: Dio esiste? E’ una domanda sterile e sterilizzante che riduce nel nulla, desertifica secoli di cultura del divino e riduce al rango di meri ed ignoranti bigotti e baciapile milioni di fedeli. Ma quale era il rapporto con la divinità prima di tale scontro? Una delle risposte ed uno degli aspetti più ricorrenti nella rappresentazione della divinità per gli antichi o per i primitivi era incentrata non tanto sulla esistenza di Dio, quanto sulla sua indispensabilità. Dio era necessario come sostegno a qualunque attività dell’essere umano e questa esigenza assorbiva e superava la vexata questio della sua esistenza. Certo, nella filosofia greca sono esistiti gli scettici, ma il loro ateismo era una blanda e timida conseguenza, velata comunque dal dubbio, del loro mettere tutto in discussione, ed è una riprova dell’indispensabilità di Dio, perché può essere messo in discussione solo se tutto viene messo in discussione.

Col tempo la indispensabilità diventa immanenza, cioè presenza in ogni momento o atto della vita dell’uomo, quasi a sacralizzarla per intero, un abozzo di divinizzazione anche del mondo materiale. Per questa importante premessa una delle prime e più immediate decodificazioni simboliche delle antiche o primitive raffigurazioni si fonda sull’accertamento della utilizzazione pratica o rituale dell’immagine, per risalire, tramite l’attività umana che avrebbe dovuto sacralizzare, al suo significato più recondito. In alcuni casi questa strada è preclusa con la conseguenza che, laddove non si riesca a collegare la rappresentazione ad una attività o prerogativa o funzione umana la comprensione del simbolismo dell’opera rimane difficile da realizzare.

Il sorgere del divino: il verbo e la scrittura
Come sorge la rappresentazione del divino? Dalla sublimazione dell’osservazione del mondo. Ma tale sublimazione trova poi la sintesi ed il suo punto di partenza iconografico nella scrittura ed in particolare nelle forme ideogrammatiche della medesima. Proprio sotto tale profilo esamineremo alcune opere. Come sopra spiegato, nella prima opera che esaminiamo, dobbiamo considerare preclusa la comprensione della esatta divinità a cui si riferisca la “Testa di Immagine di Divinità”, Ittiti, 900 a.C. circa, British Museum Londra. (50) Gli Ittiti rappresentano una continuità tra l’età della pietra (7000 a.C.) e l’età del bronzo, databile intorno al 2000 a.C.

Essi arrivarono in Anatolia, dalle steppe a nord del Mar Nero attraverso il Caucaso oppure, più probabilmente, da ovest attraverso i Balcani. Sono citati nella Bibbia, in diversi episodi, come popolazione residente attorno a Gerusalemme, utilizzando il termine “chittim”. Vengono menzionati nella costruzione del tempio di Salomone, e sono stati protagonisti e citati nella storiografia degli Egizi, con riferimento alla mitica battaglia di Qadesh che fu raffigurata come la consacrazione di Ramses II. Come abbiamo già rilevato, la testa di divinità che stiamo esaminando rimane avvolta nel suo mistero. Non ci è possibile stabilire di quale divinità si tratti, anche perché non è stata ritrovata attorno alla medesima alcuna oggettistica che consenta di stabilire a quale attività o prerogativa umana fosse ritualmente consacrata. La singolarità del politeismo hittita per il quale gli dei non erano forme di realtà universali, ma di unità territoriali non ci agevola: possiamo solo supporre che la testa appartenesse alla statua del “Dio della tempesta dei Leoni”.

Ma una considerazione sul messaggio simbolico dell’opera, che è di evidente bellezza, possiamo farla: in essa la rappresentazione antropomorfa, cioè in forma umana, si fonde totalmente con la natura divina dell’entità rappresentata senza più possibilità di scindere forma umana e forma divina. La versione più antica delle nozze mistiche e alchemiche che tanto ricorreranno nella storia dell’arte, ma di questo parleremo più avanti. Ora il nostro percorso giunge in Cina ove troviamo la storia di Kuei Hsing. Kuei Hsing, essendogli stata rifiutata udienza dall’imperatore a causa della bruttezza del suo viso, cercò di porre fine ai suoi giorni gettandosi in un profondo fiume; ma un pesce lo riportò alla superficie prima che annegasse. Salvato dall’annegamento, Kuei Hsing fu trasportato nei cieli dove divenne il dio dei letterati e comparve come costellazione. Per quanto considerassero con disprezzo le divinità popolari come prodotto di superstiziosa follia, i letterati cinesi accordavano tuttavia un posto d’onore nelle loro case all’immagine di Kuei Hsing. Lo troviamo raffigurato (51) in una statuetta di steatite con striature brune nel Rijksmuseum voor Volkenkunde, Leiden. Ct.n.2917-63. Kuei Hsing, protettore dei letterati, compare qui mentre tiene nella destra un pennello per segnare la parola “promosso” accanto ai nomi di coloro che hanno superato con successo gli esami accademici, e nella sinistra un emblema d’oro che simbolizza le ricompense della carica che sarà loro concessa. Alla leggenda sopra esposta di Kuei Hsing alludono la brutta faccia del dio ed il pesce, au, sul quale egli posa. Ma la considerazione più interessante su Kuei Hsing è che nasce nella forma di un ideogramma, (52), prima di divenire il dio cinese della letteratura, ed assumere la forma di una costellazione. Ritratto come personaggio, il dio tiene nella sinistra l’ideogramma usato per indicare la misura di uno staio. Ciò non costituisce un esempio di semplice capriccio artistico: c’è una connessione reale tra il disegno e la scrittura, poiché è dalla immagine disegnata che quest’ultima si sviluppò.

E questa considerazione richiama con un certo fascino la forte espressione simbolica del Vangelo di San Giovanni, laddove il Verbo è la vera espressione di Dio. Analogamente una delle citazioni del Corano basilari, finemente miniata, funge simbolicamente come ideogramma del più importante attributo di Allah, (53): “Non c’è altro Dio fuori di Allah” c’è scritto su questa miniatura in Caratteri Arabi, Medio Oriente, data ed origine ignoti, Koninklijk Instituut voor de Tropen, Amsterdam. Ma il verbo, la scrittura trovano nel buddismo una ulteriore evoluzione, per la quale canone è l’attributo del Gautama che ispira la adeguata meditazione, la norma di condotta per l’ascesi, il metodo di respirazione e, contestualmente le esatte misure per raffigurare il Beato, come nella illustrazione che esaminiamo. (54) Si tratta di una illustrazione, che mostra le caratteristiche che le prescrizioni volevano incluse nelle immagini del Buddha, provienente da un testo tantrico cinese del XII secolo.

La manifestazione erotica del divino, ancora sulle nozze mistiche
Le nozze mistiche sono la fusione delle due energie della natura, impropriamente definite polarità positiva e negativa, fusione che può avvenire solo secondo modalità magiche, altrimenti rimane solo uno scontro, un malaugurato corto circuito. Il tema è ricorrente nella iconografia antica in tutta la sua modalità esoterica e misteriosa. La trattazione simbolica, tuttavia, non inibisce la modalità creativa, in guisa da dar luogo ad autentici capolavori. Il primo capolavoro ritrae una Dea col Fallo. Si tratta di un coperchio di un corno magico, proveniente da Karo Batak, Sumatra, Indonesia, Legno, Rijksmuseum voor Volkenkunde, Leiden, Cat. n. 3155-1. (55) Questo coperchio di un recipiente, del tipo usato dai Toba o dai Karo-Batak per conservare ingredienti magici, è un esemplare unico. La figura umana è evidentemente femminile. Le braccia tese ed il fallo sembrano essere stati scolpiti separatamente e poi attaccati al corpo, probabilmente perché il pezzo non era abbastanza grande per ricavarne la scultura intera. La figura potrebbe rappresentare Si beru Dayang, la Dea del Centro, ipotesi basata sulla descrizione del rituale bius dei Toba Batak. Più esplicito il simbolismo delle nozze mistiche appare nell’opera di cui appresso. Si tratta di una coppia, Dio e Dea della Germania Settentrionale dei primi secoli della nostra era Sono due rami biforcuti scolpiti, rinvenuti negli scavi di Braak, Germania, Schleswig-Holsteinisches Landesmuseum fur Von-und Fruhgeschichte. Schleswig, Germania. (56)

Questa coppia di dei fu rinvenuta nel 1947 in un giacimento di torba, nascosto da un mucchio di pietre, tra cui si trovavano frammenti di ceramica e che mostravano evidenti tracce di fuoco. Questa circostanza, insieme con la dimensione considerevole delle figure e la combinazione di una figura maschile con una femminile, rende praticamente certo che esse rappresentino divinità delle tribù della Germania settentrionale. Queste solevano appunto porre i propri dei in giacimenti di torba e consideravano la sacra unione di un dio della fertilità con una dea della fertilità come un requisito essenziale per la continuità e propagazione delle vita in tutte le sue forme. La dea porta i capelli raccolti in cima al capo; i suoi seni sono molto distanti l ’uno dall’altro. L’organo genitale del dio è stato asportato. Infine esamineremo come ultimo esempio del tema delle nozze mistiche: si tratta di una piastra d’avorio proveniente da una scatola, raffigurante la dea Hathor, Egitto 2900 a.C. circa, Rijksmuseum voor Volkenkunde, Leiden. (57) Questa piastra d’avorio che ornava una scatola di legno fu rinvenuta in una tomba della prima dinastia, ad Abu Roash. Originariamente ricoperta da una foglia d’oro, la piastra rappersenta la dea Hathor con i segni geroglifici del dio Min ai due lati della figura. Non si erano mai in precedenza incontrate queste due divinità associate. L’Egitto è il paese classico delle divinità animali che erano rappresentate talvolta come veri e propri animali, ma più di frequente in forma umana con testa animale e attributi animali. Hathor, che era associata in particolare con la vacca selvatica, veniva appunto rappresentata appunto come una vacca oppure con corpo umano e corna, e talvolta orecchie, di vacca. Questa antichissima rappresentazione la mostra con orecchie di vacca e un collare di perline; le corna sono rivolte all’interno. Relativamente invece al dio Min, conosciamo segni geroglifici di forma identica, a quella dell’opera, ma il loro significato resta incerto. Hathor era una delle divinità principali dell’antico Egitto. E’ probabile che la vacca fosse in origine adorata come animale divino in ogni parte dell’Egitto, e che i diversi dei convergessero poi tutti nella figura di Hathor, dea strettamente associata con la divinità dei re egiziani. Il faraone era sovente rappresentato come un toro, e uno dei titoli che gli spettavano come immortale era “Toro della Madre”.

Come sovrano “divino”, il re era figlio di Hathor, che gli assicurava l’immortalità attraverso la rinascita. Così troviamo il concetto della rinascita ad opera di Hathor come condizione dell’accesso al ciclo cosmico dell’immortalità. Connesso con queste idee è il concetto di Hathor come divinità celeste, madre del sole, e come divinità dei morti, in funzione della quale essa può essere chiamata la “Vacca d’oro”. L’essenza di questa divinità è la maternità come funzione centrale della donna o del principio femminile. Hathor soccorreva le donne nel parto, e in uno dei suoi templi venivano consacrate, come offerte, tanto figurine femminili che falli. Anche questa dea è ambivalente: la donna che impersona il piacere carnale, e l’essere femminile terrificante e distruttivo. Per quanto unica, questa combinazione di Hathor e Min non è per nulla strana. Min è il dio della virilità rappresentato in forma fallica. E’ “il toro che monta le donne ed emette il seme per gli dei e le dee”; altrove il suo fallo eretto è chiamato “la sua bellezza, cioè il suo orgoglio”. Se l’idea dell’immortalità raggiunta attraverso il sesso non è estranea alla fede dell’antico Egitto, questa supposizione rimane una suggestiva ipotesi, perché non si conoscono né il contenuto né la funzione della scatola.

Fonte: http://www.carpeoro.com/sacraprimitiva.php

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Ricercatore della Verità, appassionato di Arti Marziali, Musica ed Esoterismo.

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