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Wu-Wei: “L’Agire senza Agire” – Introduzione al Libro di Henri Borel

Wu-Wei: “L’Agire senza Agire” – Introduzione al Libro di Henri Borel

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Introduzione al Libro Wu-Wei di Henri Borel

a cura di Roberto Assagioli

La deliziosa Fantasia ispirata dalla filosofia di Lao-Tze dell’insigne orientalista e scrittore olandese Henri Borel, che presentiamo ai lettori italiani, è scritta in modo così semplice e limpido che sembra non richiedere alcun commento. Ma la filosofia su cui si basa è sottile e non sempre facile da afferrare, e poiché dei fraintendimenti possono portare a giudizi ingiusti e – quel che è peggio – a deduzioni pratiche e ad atteggiamenti pericolosi nella vita, riteniamo non inutili alcuni chiarimenti e precisazioni.

La concezione di Lao-Tze più spesso e più grossolanamente fraintesa, è proprio quella del Wu-Wei, per l’impropria traduzione che ne è stata data con la parola “inazione”. Wu-Wei significa in realtà: azione compiuta senza uno sforzo teso, violento e personale, ma per spinta interiore, per impulso spirituale. La migliore espressione per designare Wu-Wei è quella adottata da Evola di “agire senza agire”. È un’espressione paradossale, un apparente non senso: ma in questo appunto sta il suo pregio.

Proprio per il fatto che il lettore – che comprende che l’accoppiamento dei termini contradditori non può essere in questo caso una sciocchezza o uno scherzo – è così indotto, anzi obbligato, a riflettere, a cercare di scoprire il significato profondo dell’apparente contraddizione. Le verità spirituali sono di un ordine così radicalmente diverso da quello delle piccole “verità” empiriche e umane, sono così incommensurabili con esse, che il linguaggio corrente, fatto per designare queste, è del tutto inadeguato ad indicare quelle.

Perciò tutti gli Istruttori Spirituali nel loro travaglio per esprimere l’ineffabile, per designare con parole concrete e umane l’Illimitato e il Trascendente, hanno cercato di valersi di due mezzi: il simbolo e l’espressione paradossale. Tutte le scritture spirituali e religiose sono piene di paradossi. Nelle Upanishad ATMAN, il Supremo Sé, è detto “più piccolo del piccolo, più grande del grande”, e nel Vangelo troviamo: “Io sono la resurrezione e la vita; chiunque crede in me, quand’anche fosse morto vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai”. (Giov. XI, 25-26).

Ma in nessuna scrittura i paradossi abbondano come nel Tao-Te-King di Lao-Tze. Egli è l’artista, direi quasi il virtuoso, del paradosso, aiutato in ciò anche dall’indole della lingua cinese che vi si presta in modo speciale. Perfino la sua nascita è stata considerata paradossale; infatti secondo una leggenda, egli nacque con i capelli bianchi e saggio come un vecchio, e perciò soprannominato Lao-Tze, che vuol dire “fanciullo vecchio”, ciò che bene indica l’unione di una piena maturità spirituale e di una giovanile semplicità che lo caratterizzano.

Quali aiuto alla retta comprensione dei paradossi, e particolarmente di quelli di Lao-Tze, possono servire le seguenti norme: quando si trovano espressioni contraddittorie come ad esempio “agire senza agire”, si prenda uno dei termini in senso spirituale, essenziale e interiore, e l’altro in senso umano, contingente ed esteriore. Un altro modo è quello di ricercare un principio superiore, di un livello spirituale più alto, che risolva in sé, unificandoli in una sintesi creativa, i termini opposti. Per l’“agire senza agire” tale principio sarebbe la pura attività e potenza spirituale, che ha in sé elementi e qualità tanto dell’azione ordinaria (efficacia) quanto dell’inazione (assenza di sforzo o di tensione, di fatica), ma che li trascende entrambi nella sua qualità e nei suoi effetti.

Inoltre non bisogna soffermarsi e impuntarsi a voler giudicare e criticare un’espressione isolata dal contesto, avulsa dall’insieme dell’opera. Il vero significato di ogni parola o frase singola risulta solo dalla lettura dell’intero scritto fatta con mente aperta, con intuizione sveglia, con simpatia interiore. Infine bisogna usare, ogniqualvolta sia possibile, il criterio pragmatico: cioè osservare come vengano applicati alla vita – da coloro che li hanno espressi originariamente, o che ben li comprendono – i principi paradossali o, apparentemente, estremi.

Applichiamo questi criteri alla Fantasia ispirata dalla filosofia di Lao-Tze, esaminando alcune delle frasi che più possono meravigliare o sviare il lettore frettoloso o non comprensivo, e “dare scandalo” a quello malevolo. Quando il vecchio Saggio dice “gioia e dolore non sono reali”, bisogna ricordare il senso profondo che gli Orientali sogliono dare alla parola “Reale”. Secondo loro, Reale è solo ciò che è permanente, stabile, immutabile ed eterno; cioè la sostanza spirituale del mondo e delle anime.

Da questo punto di vista, gioia e dolore possono ben essere chiamati “irreali”, senza per questo negare in alcun modo l’esistenza soggettiva della sofferenza umana, la sua realtà psicologica, e senza quindi diminuire la compassione che essa ispira, lo slancio per alleviarla. Si riconosce soltanto che gioia e dolore sono reazioni transitorie, rapporti temporanei di armonia o di disarmonia fra l’individuo e il mondo, stati di appagamento o di inappagamento di tendenze, bisogni e aspirazioni vitali. E questo riconoscimento del carattere relativo e contingente del piacere e del dolore personale, è un grande aiuto per liberarsi dagli attaccamenti che asserviscono, e dalle paure che tormentano e che paralizzano.

Nello stesso modo ampio e superiore va inteso quello che dice sull’Amore il vecchio Saggio, il quale, mentre sembra dapprima negarlo, in realtà ne rivela l’intima natura, l’essenza profonda, ed eleva un inno all’Amore trasumanato e trasfigurato, di un’altezza veramente platonica.

A qualcuno potrà sembrare un’amara e urtante ironia parlare del mondo quale “un grande santuario saggiamente concepito e sicuramente vigilato come una dimora stabile e ben ordinata”, mentre esso ci appare pieno di conflitti e di confusione, implicato in un complesso e agitato travaglio. Ma quell’affermazione, così contraddetta dalle apparenze del momento, può contenere una verità superiore, indicare anzi il significato profondo e la giustificazione del nostro travaglio attuale, quale una “crisi di crescita”, quale un inconscio impulso di superamento delle attuali condizioni, e quale avviamento ad un migliore e più armonico ordine di vita. È il caos apparente, la confusione feconda del cantiere ove si sta costruendo faticosamente il “Santuario”, la “dimora stabile e ben ordinata” della nuova Umanità.

Queste interpretazioni sono confermate dal criterio pragmatico suaccennato. Il contegno del Saggio, quale risulta dalla narrazione, dimostra che l’animo di lui non è affatto duro, freddo e insensibile. Egli non solo impartisce di buon grado al giovane europeo i suoi tesori spirituali, ma ha per lui piccole attenzioni e cure quasi materne. Lungi dal cercare di staccarlo violentemente dalla vita ordinaria, come avrebbe potuto tentare di fare un Istruttore fanatico e intransigente, Egli lo rimanda nel mondo per farvi le esperienze a lui ancora necessarie, per compiervi il suo sviluppo interiore. E gli mostra il suo affetto paterno addolcendogli la pena del distacco col dono generoso della mirabile opera d’arte che gli era tanto cara…

Liberiamoci una volta per sempre dal falso e dannoso preconcetto che le concezioni spirituali rendano inumani e separino dalla vita; esse invece ci rivelano il vero significato di noi stessi, degli altri e del mondo e ci aiutano a vivere in modo più saggio, più nobile, più generoso.

ROBERTO ASSAGIOLI

INTRODUZIONE AL LIBRO “WU-WEI”
(Archivio Assagioli – Firenze)

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